Come si fanno le interviste “qualitative”. Prima parte

Sergio De La Pierre prosegue il suo "manuale" delle tecniche di partecipazione.
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interviste sulla strada

Premessa

Quando si vuol portare avanti un percorso di progettazione partecipata, in ciascuna delle tre tappe fondamentali, ma soprattutto nella “fase preparatoria”, è indispensabile quasi sempre svolgere delle interviste ad alcuni personaggi (detti “testimoni privilegiati” ostakeholder) che sono particolarmente “esperti” della situazione territoriale o del problema che si vuole affrontare (la risistemazione di una piazza, la riqualificazione di un quartiere). Ciò non significa che ad essi venga “delegata” la risoluzione di quei problemi, ma che si vuole valorizzare in linea preliminare la competenza e la storia personale delle “persone in vista” che possono fornirci un quadro preliminare dei problemi, vissuti, posizioni diverse e anche contraddittorie emerse in quel luogo nel corso del tempo. Queste interviste concorreranno, insieme ad altra documentazione raccolta all’inizio del percorso partecipativo (giornali locali, ricerche sulla memoria ecc.), alla stesura di un documento (“Mappa delle posizioni in campo”) che servirà come base per gli operatori/registi del processo per passare alla fase della vera “partecipazione progettuale” dei cittadini.

Un accenno merita ancora un problema che viene spesso posto, che ha anche rilevanza “teorica”: che valore hanno i risultati di questo tipo di interviste? Qui va fatta chiarezza sui due approcci fondamentali della ricerca sociale: quello cosiddetto “quantitativo”, in auge soprattutto nella sociologia ottocentesca e del primo Novecento, e quella “qualitativa” emersa soprattutto nella seconda metà del Novecento. Una tendenza recente ampiamente diffusa è la necessità di integrare i due approcci come metodo più utile e produttivo. La ricerca “quantitativa” – oltre che su dati statistici e demografici ad esempio - si basa su questionari a risposta chiusa, nel senso che tra le possibili risposte si mette una crocetta su quella che si preferisce, ma le possibili risposte sono già predeterminate; è un metodo veloce per cui l’intervista può durare anche pochi minuti (il caso più conosciuto è quello dei “sondaggi di opinione”). L’intervista “qualitativa” invece è maggiormente “incentrata sul soggetto”, c’è un’interazione a tutto campo tra intervistatore e intervistato. La possibilità/utilità di integrare i due metodi in una analisi complessiva di una data situazione sociale nasce dai vantaggi/svantaggi speculari che essi presentano e che proprio per questo possono integrarsi: ad esempio, la ricerca “quantitativa” permette un maggior numero di interviste (dato il poco tempo richiesto per ciascuna), e quindi garantisce un maggior grado di “rappresentatività” del campione prescelto, e i suoi risultati sono quantificabili con modelli matematici dato il carattere chiuso delle risposte. D’altra parte l’esito della ricerca ha un eccesso di “oggettivismo”, di “fotografia esterna” di una realtà rappresentata piuttosto staticamente: limite che può essere superato con la parte qualitativa della ricerca, fatta da interviste della durata di 1-2 ore, a un numero limitato di soggetti i quali però possono farsi conoscere a fondo, in tante loro sfaccettature, e soprattutto nella problematicità delle loro scelte e desideri, attraverso un rapporto con l’intervistatore non asettico ma di dialogo intersoggettivo. Per rappresentare plasticamente l’utilità diversificata di questi due tipi di approccio si fa il paragone con le possibili risposte alla domanda: “quale può essere il modo migliore di conoscere una città? guardando una foto aerea o girando per i suoi vicoli caratteristici?” La prima conoscenza è “generale ma superficiale”, la seconda è “particolare ma più profonda”. Ed entrambi i punti di vista possono essere utili. Tradotto in termini sociologici, è più utile conoscere i soggetti sociali nella loro individualità profonda o la società nelle sue strutture, nelle sue “variabili” e nella loro relazione? Come si può immaginare, è opportuno lasciare aperto il problema.

Tre tipologie di intervista qualitativa (o “in profondità”, o “non direttiva”)

Esistono tre tipologie di intervista qualitativa, la cui differenza – diciamo subito - non sta nelle “risposte” dell’intervistato, che sono sempre “libere” – contrariamente alle risposte alternative già predeterminate delle interviste “quantitative” -, ma sta nei tipi di “domande”:

  1. l’intervista strutturata
    le domande sono a “sequenza vincolata”, cioè vengono poste tuttele stesse domande a tuttigli intervistati, il che rende più facile la comparazione tra le diverse interviste. È il tipo di intervista qualitativa più vicino a quella quantitativa.

  2. l’intervista semi-strutturata
    la formulazione e la sequenza delle domande sono lasciate alla libera scelta e alla sensibilità dell’intervistatore, invece il contenuto di un gruppo abbastanza consistente di domande è preparato dall’intervistatore o dal gruppo di ricerca.

  3. l’intervista non strutturata
    contenuto, formulazione e sequenza delle domande sono liberi, l’intervistatore ha con sé (ma non la fa vedere) una semplice “traccia” del colloquio sui (pochi) temi principali dell’intervista.

La costruzione della “traccia dell’intervista”

Abbiamo visto che nell’intervista qualitativa c’è molta meno rigidità che non nel “questionario” dell’intervista quantitativa. Per questo si parla di “traccia del colloquio” per sottolineare – tranne che nel caso dell’“intervista strutturata” - che è importante la sensibilità dell’intervistatore, posto di fronte al soggetto concreto da intervistare, nel saper scegliere le domande opportune da fare senza necessariamente seguire un ordine predeterminato. Precisiamo subito che la tipologia di intervista qualitativa più diffusa è la n. 2, in quanto lascia più libertà di movimento rispetto alla n. 1 ed è meno difficile della n. 3, che è solo apparentemente facile, mentre richiede nell’intervistatore un avanzato livello di esperienza.

In ogni caso, la traccia deve essere preparata con cura, l’intervistatore dovrà tenerla a mente evitando il più possibile di mostrarla all’intervistato, proprio per mantenere il carattere amichevole e informale del colloquio. Una traccia ben preparata deve ovviamente tenere conto del contesto della ricerca, del tema da affrontare, della tipologia dell’intervistato (ad esempio singolo cittadino o rappresentante di un’associazione); deve comunque contenere: dati personali dell’intervistato (età, sesso, stato civile, titolo di studio, attività lavorativa); aspetti della sua memoria storica sulla zona o quartiere oggetto dell’indagine, valutazioni positive e negative anche con comparazioni tra il passato e il presente, risorse e opportunità che ritiene attivabili per migliorare la situazione, bisogni presenti e sogni per il futuro, sua visione della composizione sociale, se è il caso delimitazione (anche con disegni su mappe “bianche”) dell’area oggetto del suo interesse, quali sono secondo lui i confini del quartiere, quali modificazioni urbane sarebbero auspicabili e così via. Sul contesto “tecnico” in cui deve svolgersi l’intervista interverremo nel prossimo articolo.


Un principio generale da seguire. Le interviste qualitative sono “colloqui guidati”, nel sensoche intervistato e intervistatore devono “sentirsi alla pari” (al limite, avere l’impressione di fare una normale e serena conversazione). Ma i loro ruoli sono diversi:

  • l’intervistato deve sentirsi la “guida dei contenuti” che esprime, ricordiamo che il compito dell’intervistatore è far sì che egli esprima il suo mondo dal suo punto di vista;

  • l’intervistatore ha un ruolo di “orientamento” dell’intervista, è “guida” nel senso di custode del tema, della cornice, della traccia dell’intervista (ad es. cerca di evitare le eccessive divagazioni, riconduce - ma con delicatezza - l’intervistato all’argomento principale del colloquio). Un elemento infatti che emerge da molte esperienze sul campo è la tendenza dell’intervistato, una volta presa confidenza con l’intervistatore, a “lasciarsi andare” a racconti e dettagli della sua vita proprio per il piacere di sentirsi ascoltato – e in questi casi l’intervistatore si può trovare nell’imbarazzante situazione di saperlo frenare, per non “sforare” i tempi dell’intervista, ma senza “frustrare” il fatto positivo della “voglia di parlare” del soggetto intervistato.



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