Referendum trivelle, le ragioni del no, le ragioni del sì

Le ragioni per il no e quelle per il sì messe a confronto, per capire di cosa si tratta e qual'è la posta in gioco nel prossimo referendum popolare del 17 aprile sulle attività di ricerca e di estrazione degli idrocarburi nelle acque territoriali italiane.

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trivellazioni

Nonostante la scadenza del 17 aprile sia ormai vicina ci sembra che a proposito del referendum promosso da 9 regioni italiane sulle trivellazioni marine le informazioni divulgate dalla televisione di stato e dalla grande stampa nazionale, siano state e siano piuttosto scarse.

Ci sentiamo quindi spinti a parlarne per colmare il deficit informativo e sensibilizzare i lettori sulla questione, dato che l'informazione pubblica, quella in grado di orientare le scelte degli elettori svolge un ruolo decisivo, sopratutto quando gli argomenti sono di non facile comprensione. Questo quesito referendario resta astruso se non viene inquadrato nel contesto da cui deriva e le motivazioni del sì e del no non vengono messe a confronto per permettere ai non addetti ai lavori (come tutti noi) di esprimere un giudizio ragionato. Eppure riguarda una questione che ha conseguenze ambientali, sociali ed economiche non irrilevanti. I cittadini sono chiamati ad esprimersi partecipando a una consultazione, o “andando al mare”, come qualcuno li invita a fare, che non può essere passata sotto silenzio dai mezzi di informazione. Per fortuna c'è Internet.

Di certo in altri paesi verrebbe data la massima rilevanza ad una tal questione, sollevando dibattiti, pubblicando interventi pro o contro, dando spazio al parere di esperti e opinionisti, con tempestività ed assiduità. Non mi pare questo stia avvenendo qui da noi, anzi dato che il referendum è soggetto al quorum, sono indotto a pensare che la malcelata intenzione sia quella di non occuparsene, se non per il minimo necessario a non dare questa impressione.

Sappiamo bene qual'è la posizione del governo Renzi. Nella legge di Stabilità, alias finanziaria 2016, erano previsti alcuni articoli che avevano suscitato immediate proteste da parte degli enti locali, in primis le regioni, associazioni civiche e ambientaliste, a cui aveva fatto seguito il lancio di una campagna di raccolta firme per un referendum abrogativo. Venivano contestati alcuni articoli della legge che in sostanza consentivano al governo di sostituirsi alle regioni, senza tener dei conto dei pareri delle amministrazioni locali, delle loro valutazioni di impatto ambientale, del consenso delle popolazioni interessate dal provvedimento governativo. Cinque regioni reagirono facendo propria la richiesta di referendum popolare, sottoposta infine al vaglio della Corte Costituzionale da nove consigli regionali (Basilicata, Campania, Calabria, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto). Nel frattempo il governo aveva stralciato gli articoli contestati mantenendo invariato quello che la Corte ha ammesso al vaglio popolare e sul quale dovremo pronunciarci, rispondendo SI se siamo favorevoli all'abrogazione del rinnovo delle concessioni per la ricerca e l'estrazione di idrocarburi entro il limite delle acque territoriali italiane (dodici miglia marine dalla costa, circa 22 km) sino all'estinzione dei giacimenti sottomarini, NO se siamo contrari all'abrogazione e favorevoli al rinnovo.

Vediamo allora di rispondere alle principali obiezioni al referendum e le ragioni per il NO e per il SI.

Principale obiezione: il referendum è inutile e ideologico (dichiarazione in sintesi del ministro dell'ambiente Galletti).

Per il ministro dell'ambiente l'argomento sottoposto a referendum è di per sé del tutto limitato, concerne l'estensione oltre la scadenza delle concessioni esistenti di ricerca e sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi sino all'esaurimento dei depositi, prevista dalla normativa. La nostra economia è basata sul petrolio e se non potremo estrarlo dovremo importarlo, con un corrispondente aumento del traffico di petroliere nei nostri mari.

Occorre tener conto che comunque implica due questioni di assoluto rilievo, che trascendono il quesito referendario. La prima relativa alle prerogative del governo centrale rispetto a quelle dei governi regionali e del riconoscimento delle istanze degli abitanti che da queste prerogative vengono colpiti, la seconda relativa al modello di sviluppo energetico, economico e sociale del paese e alla difesa dell'ambiente, temi complessi e interdipendenti, anche se quasi sempre si tenta di considerarli separatamente nel tentativo di sostenere le proprie ragioni in un senso o nell'altro.

Questioni essenziali che vale la pena di approfondire e che non possono essere liquidate con i soliti slogan, opinioni di parte e inviti a lasciar perdere. Va colta l'occasione del referendum per permettere ai cittadini chiamati ad esprimere un voto di farlo con cognizione di causa e far prevalere le ragioni di una maggioranza informata e consapevole, questo è lecito augurarsi e così dovrebbe succedere in democrazia.

Vediamo a confronto in sintesi le ragioni addotte dai sostenitori del NO e del SI.


1- Relativamente ai danni ambientali

NO perché il numero delle piattaforme esistenti non è cosi elevato (circa un centinaio, in esercizio circa il 50 %) e la maggior parte delle piattaforme offshore (in mare aperto) estraggono gas; i rischi di fuoriuscite di gas sono minimi e anche qualora avvenissero non comporterebbero un sensibile inquinamento delle acque. In Italia si estrae petrolio operando in condizioni e con tecnologie diverse da quelle usate nel caso dell'incidente verificatosi nel Golfo del Messico, riversando in mare enormi quantità di petrolio.

SI perché anche se il numero dei pozzi di estrazione è ridotto e le probabilità di incidente molto basse, un incidente non può comunque essere escluso e incidenti di questo tipo si sono verificati (recentemente in Tunisia presso le isole Kerkenna). L'eventuale riversamento di petrolio ha conseguenze comunque gravi in un mare confinato come il Mediterraneo, ove la concentrazione di idrocarburi nelle acque è tra le più alte al mondo. Se le attività di estrazione in mare non destano preoccupazioni ambientali come mai sono state progressivamente soggette a restrizioni e nello stesso decreto che reca l'articolo relativo a questo referendum si vieta il rilascio di nuove concessioni?


2- Relativamente alla questione delle finanze pubbliche

NO perché il petrolio estratto in Italia rappresenta in totale una quota non trascurabile del fabbisogno italiano (circa il 10 %) e dai pozzi offshore si ottiene principalmente gas metano (circa il 2% del consumo italiano). Inoltre le concessioni fruttano allo stato le royalties che le compagnie devono pagare in base ai quantitativi estratti. Si aggirano intorno al 10% del valore di mercato dei prodotti petroliferi, sono variabili e soggette alle fluttuazioni del prezzo del petrolio. Il gettito derivante dalle royalties nel 2015 è stato di circa 308 mln di euro e per il 50% circa viene corrisposto alle Regioni in cui si trovano i pozzi di estrazione. La quota maggiore deriva dal petrolio estratto in Basilicata, nella val d'Agri.

SI perché la quota prodotta dalle piattaforme marine è comunque esigua e rappresenta una piccola parte della produzione nazionale di petrolio e il 17, 6 % della produzione di gas. Le royalties vengono pagate al raggiungimento di una soglia minima di produzione e molte delle piattaforme marine non superano questa soglia, per cui diverse piattaforme non pagano royaltie


3- relativamente alla questione socio-economica

NO perché l'attività di estrazione in mare occupa un considerevole numero di addetti e il giro d'affari generato dalla gestione e manutenzione delle piattaforme è indicato pari a 2 mld di euro nel 2014. Se il referendum passa si perderebbero migliaia di posti di lavoro e l'economia di alcune zone ne risentirebbe gravemente. Ad esempio a Ravenna, dove è concentrato quasi il 50 % delle piattaforme italiane attive, verrebbe a mancare una importante attività locale che dà lavoro a un indotto di circa 7000 persone.

SI perché le piattaforme non vengono chiuse all'indomani del referendum, ci vorranno anni prima che le attività cessino e una seria politica occupazionale dovrebbe tener conto delle prospettive future per risolvere i problemi occupazionali. La scelta è tra le attività da privilegiare e promuovere nei territori, quelle legate al turismo e alla qualità dell'ambiente, o quelle legate all'estrazione degli idrocarburi, attività che hanno registrato un costante calo negli ultimi anni. Si deve puntare allo sviluppo sostenuto dall'economia del petrolio o a quello sostenuto dalle fonti alternative? E' in atto un rapido sviluppo delle tecnologie che utilizzano le fonti rinnovabili e la maggior parte dei nuovi investimenti si fanno ormai per impianti fotovoltaici, eolici e idrici, anche nei paesi che oppongono le maggiori resistenze all'introduzione su larga scala delle fonti alternative, come gli Stati Uniti. Il settore industriale che offre reali prospettive di crescita in termini di investimenti, di sviluppo economico e occupazionale è quello legato alle energie alternative e non quello legato ai combustibili fossili.


4 – Relativamente alla politica energetica-ambientale

NO perché l'Italia è in larga parte dipendente dall'estero e importa quasi il 90 % del proprio fabbisogno energetico basato sui combustibili fossili. Occorre quindi potenziare la ricerca e la produzione nazionale di gas e petrolio per sfruttare appieno le riserve del sottosuolo italiano. L'incremento dell'estrazione di idrocarburi avrebbe come conseguenze una riduzione del debito pubblico, una riduzione dei costi delle bollette energetiche e il mantenimento di buoni livelli occupazionali nel settore.

SI perché l'impiego degli idrocarburi è in netta e costante diminuzione a causa di una minor domanda e per il crescente impiego di fonti alternative. La minor domanda di energie deriva da una riduzione dei consumi dovuti all'introduzione di sistemi più efficienti sia in termini di tecnologie che di contenimento delle dispersioni. La produzione di energia elettrica da fonti alternative (solare, eolico, idrico) è in costante aumento e già rappresenta in Europa quasi il 40 % del totale. Gli obiettivi fissati dall'ultimo summit internazionale sul clima (COP 21 a Parigi) hanno impegnato i governi ad attuare misure per la riduzione delle emissioni dei gas serra e una delle principali condizioni per rispettare questi impegni è l'incremento della quota di energia elettrica prodotta dalle fonti rinnovabili, ponendo un obiettivo pari all'80 % del totale prodotto dalle rinnovabili nei prossimi decenni (entro quanto tempo in effetti dipenderà dalle politiche energetiche adottate nei vari paesi).

L'opinione personale.

L'argomento è per sua natura complesso. A chi volesse approfondire i temi esposti, senza entrare troppo nei particolari, segnaliamo due articoli che ci sono sembrati abbastanza completi ed esaurienti, vedi qui il primo  e il secondo.

Personalmente voterò SI perché le ragioni per votare SI mi sembrano prevalenti rispetto all'interesse pubblico e sopratutto perché le ragioni del NO denunciano una visione e una scelta di strategia politica rivolta al passato, al mantenimento di situazioni che non tengono conto dei mutamenti in atto e delle azioni necessarie a fronteggiare i cambiamenti in atto, che sono innegabili e di cui non possiamo non tener conto. L'era del petrolio come fonte energetica primaria è alla fine, verrà sostituito dalle fonti rinnovabili, che si stanno gradualmente imponendo come fonte primaria, anche se il prezzo dell'oro nero continuasse a diminuire anche al di sotto dei valori attuali, tornati ai livelli di decenni fa. Certo le resistenze dei produttori sono forti, ma la nuova opportunità di business è offerta dalle rinnovabili, non dal petrolio, sia per quanto riguarda la realizzazioni di grandi opere, sia per i progetti limitati alla scala locale, in grado di dare un decisivo contributo alle medie e piccole imprese e al lavoro.

Questo trend va favorito, anziché ostacolato, considerando la questione ambientale e i prevedibili cambiamenti geo-politici, che uno scenario energetico diverso comporterà. Tutto ciò senza auspicare guerre di religione tra il sostegno al NO e il sostegno al SI, i combustibili fossili resteranno a lungo una fonte energetica non trascurabile e l'impiego delle rinnovabili non è esente da problematiche, da tener ben presenti se si vogliono evitare i possibili danni collaterali che un uso indiscriminato e inconsapevole può determinare. Mi riferisco al danno paesaggistico delle pale eoliche, all'occupazione irragionevole di suoli agricoli per installare impianti fotovoltaici, alle devastazioni ambientali che possono comportare i progetti di grandi dighe, alla concessione di agevolazioni che hanno permesso indebite speculazioni e così via.

Ritengo sopratutto inammissibile che le decisioni di governo prescindano totalmente dalla regola alla base delle vita democratica di un paese, il confronto pubblico, aperto, trasparente e informato delle ragioni che hanno motivato tali scelte, nel rispetto dei ruoli e delle competenze attribuite ai vari organismi pubblici, alle organizzazioni imprenditoriali e sociali, agli enti e istituzioni pubbliche di studio e ricerca e infine ai diritti della cittadinanza.


Tags:
ambiente, clima, economia, energia

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Re: Referendum trivelle, le ragioni del no, le ragioni del sì
01/04/2016 DAPRI LUISA
Grazie Paolo per questo chiaro quadro della situazione: ne avevo davvero bisogno.
Ho condivisio con amici di FB e contatti mail con invito a votare SI' all'ABROGAZIONE nel referendum 17.4.16.
Incrociamo le dita!!


 
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