Garibaldi Isola Partecipata (II parte)

Proseguiamo l'analisi del percorso partecipato del cavalcavia Bussa con la seconda parte dell'intervista al Prof. Ernesti, responsabile dei laboratori di progettazione; e gli chiediamo, sulla base di questa esperienza, quali sono le sue raccomandazioni per lo sviluppo di analoghe iniziative a Milano.
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D. Mi sembra che l’esperienza affronti temi generali quali quello di una domanda di maggior partecipazione e quindi di una diversa forma di democrazia. 
In effetti parte delle criticità, se così le vogliamo definire, sta nella scarsa dimestichezza che i politici ai diversi livelli, fino ai rappresentanti dei cittadini eletti nelle strutture decentrate, hanno con i principi e le pratiche di allargamento dell’arena degli attori. Queste ultime sono vissute più come una riduzione della “discrezionalità” che non come processo necessario per riconoscere le varie e diverse competenze presenti nei territori, tra le quali quelle degli abitanti.
E poi non possiamo non rilevare una non ancora radicata propensione della politica ad farsi promotrice di cittadinanza attiva.

D. Conclusa la fase sul centro civico si è tornati a ragionare sul cavalcavia?
Sì. Una volta conclusa l’Open Space Technology sulla Casa di Quartiere, si è tornati a concentrarsi sulla questione posta inizialmente dal Comune che riguardava il cavalcavia Bussa. Quindi abbiamo organizzato, la "Charrette" che appariva la tecnica di progettazione partecipata più idonea ad affrontare la complessità del progetto di riqualificazione del Bussa. I partecipanti sono stati invitati a spostare l’attenzione su un oggetto più complesso per dimensioni, funzioni e pratiche d’uso. Si trattava di dare indicazioni su un manufatto di 300m per 40m a collegamento tra due parti di città, oggi poco e mal usato. In questa fase è stata determinante la tecnica partecipativa prescelta perché, a mio modo di vedere, ha avvicinato i cittadini con i loro desideri e immaginari alla pratica del progetto, attraverso gruppi di lavoro gestiti da architetti. Questo ha portato ad un riconoscimento delle competenze e quindi reso possibile una reale forma di co-progettazione, dove chi abita ha evidenziato i bisogni, chi portatore di una conoscenza tecnica ha problematizzato le risposte e tutti insieme si è giunti ad un disegno. Questa attività che ha impegnato il gruppo per un intero giorno ha rotto il tabù del foglio bianco, superando l’idea che tutti sanno parlare, ma solo alcuni disegnare; e ha smitizzato la sacralità del sapere esperto, da un lato aiutando i cittadini a liberare la loro propria energia creativa e progettuale e dall’altra portando gli architetti all’ascolto diretto dei bisogni, al dialogo e ad una conoscenza più profonda della complessità del contesto. La “charrette” ha proprio questo compito, di accompagnare il cittadino dal parlare, allo schizzare al disegnare per concludere il tutto nella stipula di un patto, che riconosce gli esiti dell’attività come “punto di non ritorno”. Alla conclusione il processo si è arricchito di otto proposte di analogo valore sulle quali hanno preso le mosse i passaggi successivi.

D. Si è evidenziata qualche criticità nel coinvolgimento dei residenti?  
Una parziale debolezza può essere riscontrata nell’assenza di rappresentati delle popolazioni di recente insediamento, quindi una limitazione della ricchezza di punti di vista da cui poter attingere. La questione è delicata  perché spesso questi processi di partecipazione si attivano con la presenza di una comunità già consolidata e composta da soggetti consapevoli e propensi a considerarsi parte attiva della vita di quartiere. 

D. Una fase importante e “rara” è stata quella del bando di concorso. Come è andata?
La costruzione dei due bandi, quello per il centro civico e quello per il ponte, è stata molto interessante per diversi motivi. Innanzitutto il Comune ha proposto un bando nuovo che è stato costruito in accordo con l’ordine degli architetti e con un duplice obiettivo: da un lato la semplificazione del processo, dall’altro la liberalizzazione dell’accesso escludendo per esempio vincoli sul volume d’affari. L’altro momento innovativo è stata l’ammissione dei rappresentanti dei cittadini all’elaborazione dei contributi e degli obiettivi del bando stesso. 
I questo modo i cittadini sono diventati i garanti della continuità del processo di partecipazione dalla fase interattiva del confronto pubblico a quella delle procedure burocratiche.
Ciò significa poter introdurre nel testo-guida della progettazione e quindi come parametro fondamentale di riferimento l’idea di casa di quartiere e cavalcavia elaborata dai cittadini.  Ad esempio nel caso del Bussa, che ho seguito direttamente, i cittadini hanno introdotto la richiesta di mettere a disposizione spazi non predeterminati negli usi e nelle forme, spazi da riorganizzare successivamente attraverso un processo di riappropriazione.
Infatti, i progetti selezionati, fra cui quello vincente, anche se in forme diverse, hanno lasciato a disposizione del quartiere degli spazi “indefiniti”, mescolati insieme ad aree maggiormente strutturate per alcune attività. 
Un ulteriore e significativo elemento di novità è stata la richiesta ai progettisti di delineare le forme di gestione della casa e del ponte nonché le modalità, sempre partecipate, della loro realizzazione. 
Ora, dopo la mostra, gli incontri col pubblico dell’intero quartiere e la raccolta delle osservazioni a voce e scritte, si sta per attivare con metodologie ancora da decidere, una nuova fase partecipata per la messa a punto definitiva del progetto prescelto. Una volta conclusa, gli architetti realizzeranno il progetto esecutivo e si avvierà la cantierizzazione dell’opera entro il 2016.

D. quindi questa esperienza cosa può lasciare come insegnamento generale per la città?
Credo che l’Amministrazione potrà rafforzare la sua capacità di coinvolgimento se riconoscerà appieno le possibilità di apprendimento che questi processi offrono, ma lo stesso sforzo dovrà essere fatto dalle realtà locali interessate ad aggredire progetti urbani. Nello specifico posso auspicare l’Amministrazione comunale:
 adotti uno stile di pianificazione condivisa per progetti intorno a temi in cui sia espressa o latente una conflittualità;
 invogli gli operatori del mercato immobiliare o altri interessati ad interventi di varia natura e peso che impattano sui quartieri, a farsi carico dell’attivazione di processi di discussione pubblica;
 formi il proprio personale tecnico e politico perché sia in grado di accompagnare e “facilitare” questi processi;
 valorizzi le professionalità esistenti in città sui temi dell’ascolto e dell’interazione
 metta a disposizione dei processi decisionali partecipati risorse, non solo finanziarie, e strumenti adeguati che aprano la strada a forme di democrazia evoluta.

A conclusione dell’intervista il prof. Ernesti ci lascia con l’intento di comunicarci quando saranno fissate le prossime tappe del processo partecipativo, così che qualche lettore possa prendervi parte, nel caso fosse interessato a capire meglio come replicare in zona questa esperienza. 


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