Anche in carcere il lavoro si inventa

L'esperienza straordinaria dell'Acceleratore di Impresa Ristretta (Air) con 22 imprese create in due anni nei carceri milanesi è un esempio che sta prendendo piede in tutta Italia. Associa la cultura d'impresa più avanzata a risultati di recupero sociale già evidenti. Potrebbe così divenire un pilastro del prossimo e necessario ridisegno del sistema penitenziario italiano, oggi sotto accusa in Europa.
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AIR200 detenuti, prevalentemente nel carcere di Opera. Maschi e femmine. 200 vite oggi girate in positivo. Lavorano in venti cooperative e micro-imprese, alcune autentiche startup innovative nei prodotti di design (abbigliamento, mobili, lampade). E una volta scontata la detenzione (o “restrizione”, come la chiamano) continueranno a lavorare, a tagliare con perizia pietre preziose, a coltivare piante, a svolgere servizi informatici per le aziende.

"Il tasso di recidiva, tra di loro, a due anni dall’avvio del progetto è davvero trascurabile -osserva Cristina Tajani, assessore al lavoro e allo sviluppo del Comune di Milano- l’acceleratore di impresa ristretta sta dimostrando di funzionare. E bene".

Forse questa è la nota più positiva, anche per il prossimo futuro, emersa durante il convegno “San Vittore e la città” tenutosi all’Istituto dei ciechi di Via Vivaio giovedì scorso. Una mattinata di interventi intorno alla questione carceri centrato, come era prevedibile, intorno alla questione del sovraffollamento. E delle condizioni spesso inumane in cui sono costretti a vivere i reclusi.
"Non c’è molto tempo. La corte europea dei diritti dell’uomo ha chiaramente rifiutato l’architettura penitenziaria italiana e ci ha imposto di cambiarla radicalmente entro fine anno – ha spiegato Lucia Castellano, consigliere regionale ma con un lungo passato di direttrice del carcere di Opera - Altrimenti tutti i detenuti in disagio potranno agire presso di lei con un’enormità di risarcimenti. Dobbiamo rivedere tutto e c’è poco tempo. Dobbiamo distinguere tra gli spazi per i detenuti in attesa di giudizio, una fase delicatissima della loro vita,  e condannati in via definitiva. Ma soprattutto dobbimo passare a una nuova cultura carceraria basata sui diritti della persona detenuta".

Diritto a uno spazio di vita, diritto a potersi costruire, già in carcere, un futuro sostenibile per il dopo. Senza l’incubo di dover tornare, per sopravvivere, ai vecchi giri e alle vecchie tentazioni.

Il lavoro di pubblica utilità non sembra poter risolvere completamente il problema. "Un tempo lo chiedevano dall’esterno in pochi. Ora c’è una domanda di massa -rileva Castellano- ovvio, è in pratica lavoro gratuito o con un semplice rimborso spese".

No, la riforma accelerata del sistema penitenziario richiede ben altro. Primo la depenalizzazione delle leggi carcerocentriche come la Bossi-Fini, Fini-Giovanardi e Cirielli. Qui un coro unanime, in pratica, dei convenuti, dall’introduzione di Francesca Calsterbarco del consiglio di Zona 1 (organizzatrice dell’incontro) passando per Pierfrancesco Majorino fino ad Alessandra Naldi, co-fondatrice di Antigone e oggi garante dei diritti dei detenuti per il Comune di Milano.

Ma non solo svuotamento. Anche investimenti. E più volontariato intorno. "Il carcere non è una discarica sociale -rileva Roberta Cossia, magistrato di sorveglianza -non è il luogo per relegare i tossicodipendenti, i malati di mente, i diversi più fastidiosi. La soluzione della giustizia non è il carcere. Serve un’attenta flessibilità sulla pena in itinere, per breve o lunga che sia. Se uno deve scontare sei mesi non può ottenere la scarcerazione anticipata come chi deve scontare un anno. Assurdo. E non servono sgravi fiscali per aiutare il detenuto a trovare lavoro se il lavoro non c’è".

Oggi, nella crisi, serve inventarselo il lavoro. Utilizzando le migliori tecniche, lo stato dell’arte nella creazione di impresa. Che a Milano vede incubatori e acceleratori in numero record in Italia. Politecnico di Milano, Telecom, Avanzi, Hub e trenta aziende di coworking sparse per la città, e oltre cinquanta startup attive.

In questo ambiente favorevole perché non provarci con il lavoro per i carcerati? Di qui due anni fa l’incontro tra la cooperativa A&L, storica fornitrice di servizi per le aree sociali di sofferenza e l’assessorato della Tajani. "Riuscimmo a ottenere la destinazione di un buon pacchetto di fondi sulla legge 266 per il lavoro nelle aree periferiche e convincemmo i ministeri e gli Istituti –racconta Tajani– e partimmo con l’esperimento dell’Acceleratore di impresa ristretta".

Oggi l’Air associa 22 imprese e cooperative, ha una rete di designer e innovatori esterni, fornisce servizi di formazione e consulenza, ha un negozio-vetrina in Via dei Mille per commercializzare i prodotti, spazi attrezzati di coworking. Non è solo un’iniziativa di aiuto ai detenuti, ma punta a far nascere aziende ad alta competitività. Come Alice, nella sartoria di fascia alta, che già sta dando luogo ad attività in proprio di chi esce dal carcere.

In due anni abbiamo investito circa 1,5 milioni. Ma finora il risultato è stato di 22 imprese e 200 detenuti impegnati. Realtà che potranno crescere ancora. E ora l’Air cominciano a replicarlo anche in altre città>. Il terzo, emergente, nocciolo della necessaria riforma carceraria.


Beppe Caravita



Per maggiori informazioni: http://www.airfareimpresa.org/

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Le precedenti puntate sulla creazione di lavoro a Milano e in Zona 3  le trovate a questi link.

La prima puntata sugli incubatori e il coworking: Via Ampère, Bikes of Fire

La seconda puntata è dedicata a: Piano C, una statup per aiutare le mamme

La terza puntata è sulle sei aziende di coworking della Zona 3: Una rete anticrisi

Quarta puntata: L'acceleratore di Telecom Italia e le opportunità per il Venture Capital



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