Bikes of fire

In via Ampere 61, all'incubatore per nuove imprese, in primavera è piovuta una valanga di 500 domande per nuove startup. Mai successo. I ventimila studenti di Città Studi hanno ormai capito che il posto fisso è una chimera e cercano di mettere in gioco in primis nuove idee. Un trend che la struttura creata da Avanzi sta cercando di assecondare, con 26 imprese incubate. Compreso il nuovo UpCycle, un bar per la diffusione della cultura della sostenibilità su due ruote.
()

Upcycle

Sta succedendo qualcosa di grosso, e di profondo, a Città Studi? Qualcosa che ancora pochi hanno notato, eccettuati gli specialisti di innovazione.

<C’è un trend molto chiaro in corso - dice Matteo Bartolomeo, socio fondatore di Avanzi, azienda che ha promosso un incubatore d’impresa in via Ampere 61, a due passi dal Politecnico - Chi si sta laureando, al Politecnico o all’Università degli Studi, prima di preoccuparsi di inviare curriculum in giro, come una volta, ora pensa innanzitutto a un suo progetto di nuova impresa>. I ragazzi sanno, con i tempi che corrono, che il posto fisso è ormai un terno al lotto, una chimera. Meglio farsi venire delle idee, possibilmente buone, e lanciarsi nella scommessa di una nuova impresa.

Di qui fenomeni inediti come quello avvenuto la scorsa primavera. <Quando Telecom Italia e Expo 2015 lanciarono un bando per 10 startup che avremmo dovuto seguire intensivamente, per due mesi, nel nostro incubatore. Ebbene abbiamo ricevuto la bellezza di 500 domande. Mai successo. Non è stato facile selezionarle>.

Alla domanda, quasi esplosiva, di poter creare innovazione (e quindi lavoro e futuro) Città Studi non risponde esattamente con il deserto. Intorno al campus universitario sono nate, in pratica da un anno, due strutture. In via Rombon 48 l’acceleratore d’impresa promosso da Telecom Italia nel suo programma Working Capital (insieme ad altri due centri identici a Roma e Catania) e gestito, per Milano, dalla Dpixel, uno dei pochi fondi italiani di venture capital sopravvissuti alle varie bolle e crisi. Gestito da Gianluca Dettori, il protagonista di Vitaminic, una delle prime startup italiane che attaccò il mercato globale della musica online.


L’altro incubatore si chiama Make a Cube, sta in via Ampere 61/A ed è figlio di Avanzi. Non è soltanto un grande spazio aperto e luminoso, dove si possono condividere le scrivanie e le postazioni di lavoro, secondo le regole del coworking. Ma ha anche salette per il lavoro dei gruppi. Nonchè gli uffici di Avanzi.

E qui, all’entrata, c’è un’altra novità. Si chiama UpCycle, un bar piuttosto particolare, aperto da poco, dedicato alla cultura della bicicletta. <Il più ecologico e umano dei mezzi di trasporto – dice Bartolomeo>.

Cosa c’entra, però, una società di consulenza sulla sostenibilità (ambientale e sociale) con un incubatore d’impresa e poi un bar? <Avanzi – spiega Bartolomeo – è un centro di ricerca e di consulenza che dal 1997 si occupa di sostenibilità. E di impresa sociale. Ci occupiamo di rinnovabili e di processi partecipati di trasformazione del territorio. Siamo partiti in quattro. Abbiamo sempre avuto come clienti grandi imprese, tra cui gruppi bancari, in prevalenza su progetti di trasformazioni organizzative. La nostra attività con i grandi clienti ci ha permesso di crescere. Su temi anche ambiziosi. Ma abbiamo provato anche le difficoltà, le sofferenze, gli arenamenti in nulla, le persone che cambiano, il ricominciare daccapo. Di qui la voglia di cominciare a lavorare anche con i piccolissimi. Con altri che facevano, come noi, gli imprenditori di se stessi>.

Di qui la svolta. <Abbiamo cambiato più volte sede, fino ad approdare qui in Via Ampere, vicino alla prima fabbrica della Brionvega. Nel 2006 con un ufficio molto grande, che prima era un garage, con spazi ben superiori alle nostre venti persone di allora. L’idea infatti era quella di contaminarci, di scambiare con altri, di guardare all’esterno, alle dinamiche più innovative. Poi, con il passaparola, abbiamo attratto altre organizzazioni che ci conoscono e condividono i nostri valori sull’impresa sociale. E loro sono venuti qui, in uno spazio di coworking che non è banalmente fatto di scrivanie a ore. Qui invece lavorano soggetti con contratti lunghi, con spazi chiusi e semiaperti, o aperti completamente. In modo che le persone si mischino tra di loro>.

E poi il passo più innovativo: <nel marzo scorso, dato che gli spazi ce lo consentivano, abbiamo tirato fuori un nostro vecchio sogno nel cassetto. L’apertura del primo bikecafè italiano – racconta Bartolomeo - Sul modello di un analogo londinese che ci era piaciuto da matti. L’abbiamo arredato con pezzi ciclistici d’epoca. E abbiamo cominciato a produrre cultura della bici. Sul tema abbiamo costruito qualcosa come 34 incontri. Eventi anche straordinari. Per esempio una ragazza che ha presentato il suo progetto di giro del mondo. Per il Guinness dei primati. Cinelli che ha presentato qui il tour d’Afrique. Dal Cairo a Cape Town. Poi il mercatino dei pezzi vintage di bici in preparazione dell’Eroica. E il Tweed pride, un tour di Milano in abiti d’epoca. Abbiamo anche ospitato startup sull’innovazione nelle biciclette. E persino un matrimonio in bici>.

Potrà sembrare un’iniziativa un po’ eccentrica, per una società di consulenza. Ma così non è. Anche nella crisi (o forse proprio per essa) lo spazio sociale della bicicletta è in espansione. E qui le innovazioni si susseguono, anche le più impensate.

<Siamo, per natura, dei ricercatori. Esploriamo strade nuove. E dato che, come professionisti, lo abbiamo fatto per sedici anni filati, vogliamo mettere a disposizione queste competenze di sostenibilità ad altri che fanno cose nuove – dice Bartolomeo – abbiamo deciso così di creare un incubatore. Con una società ad hoc, Make a Cube. A cui partecipa anche un’associazione diffusa per l’impresa sociale, Make a Change. 80% noi e 20% loro>.

Come funziona? <Abbiamo messo assieme le forze per avviare l’incubatore sulle fasi iniziali del processo imprenditoriale. Chi ha un’idea, e ha costruito un piccolo “pretotipo”, ovvero un prototipo iniziale, un dispositivo, un concept di un servizio, viene da noi, ne parliamo, e se ci interessa troviamo il modo di accompagnarlo. Un accompagnamento manageriale, basato sulla nostra esperienza. Prima fa noi venivano solo ragazzi. Ora lavoriamo molto con ex manager, che sono usciti, per così dire “spintaneamente” dalle aziende. E vogliono magari realizzare il sogno della loro vita>.

Quante? <Oggi ci sono 26 startup, presenti e non presenti qui. Lo spazio è anche per i coworker, a cui però non forniamo sempre assistenza di incubazione. Gli incubati possono essere qui, altrove a Milano, o in giro per l’Italia.

Noi forniamo servizi, con dei workshop prodotti da Make a Cube. Abbiamo poi un programma di incubazione per 10 startup, sostenuto da Telecom Italia e Expo, partito in marzo. Per 2 mesi abbiamo tenuto qui 36 ragazzi, divisi in 10 squadre, che facevano il loro progetto di impresa con un nostro  affiancamento intensivo e immersivo. Gli abbiamo fatto studiare i mercati di riferimento, capire i possibili problemi, trovare soluzioni….


Li abbiamo selezionati facendo una specie di concorso. Ci sono arrivate più di 500 proposte. La selezione l’abbiamo fatta noi con una rosa finale di una trentina di proposte, scelte alla fine da Telecom e Expo 2015. La decisione sulle dieci finaliste spettava a loro.

Poi li abbiamo ospitati qua dentro. E in quei due mesi, marzo e aprile, dentro Changemakers for Expo Milano 2015  li abbiamo bombardati di stimoli, persino durante il week-end. Una cosa nuova, unica per l’Italia. Abbiamo tenuto 18 mini conferenze in quei due mesi. Gli abbiamo fatto studiare i mercati di riferimento, capire i possibili problemi, discutere e trovare soluzioni>.

E dopo? <Le startup sono attive. Ieri ce n’erano due qui. L’altroieri un’altra. Loro venivano da tutta Italia. Alcune sono tornate a casa. Come una siciliana che si occupa del riuso degli scarti delle arance per farne tessuti.

Oltre alle dieci – prosegue Bartolomeo - ce ne sono anche altre, come quelle dell’università di Trento. E una sulle biciclette. Le mandano da noi perché siamo l’unico incubatore in Italia di tipo ambientale e sociale. A differenza di altri, che sono però sulla tecnologia e sul management>.

Casi interessanti? <Molti. Un paio di nuove imprese lavorano sulla disabilità, e sono molto belle. Una per consentire ai ciechi per fruire delle opere d’arte. Loro fanno un bassorilievo con dei sensori tattili inseriti. Quando il cieco tocca in certo punto arrivano dei contenuti audio, un racconto di quello che si sta toccando con la mano. Ce n’è poi un’altra sugli autistici, ma che va bene anche per gli anziani affetti da morbo di Parkinson. Che devono fare ogni giorno determinati esercizi. Il terapista in casa, per loro,  costa moltissimo. Ma questo sistema consente al medico di interagire anche dal proprio studio, facendogli fare i movimenti davanti a uno schermo, dietro cui il medico vede. L’abbiamo provato con un paziente australiano. Perfetto.

Questo sistema deriva dalle più avanzate piattaforme per i videogiochi, e in particolare il  sistema di visione dell’Xbox. E poi c’è il tema dell’accessibilità. Dei beni paesaggistici. Ovvero visite virtuali di sentieri di montagna. Un operatore va con uno zainetto su cui sono montate 5 fotocamere, che ogni 20 metri scattano e formano una sorta di Street View. Però fatto su sentieri e su un sistema informativo multilivello, quindi arricchendo i contenuti di racconto del territorio>.

Ma non rischiano di essere solo nicchie? <Noi lavoriamo da molti anni sulla disabilità, dove conosciamo bene gli attori e il contesto. Qui abbiamo appreso in corso d’opera che determinate soluzioni concepite per i disabili possono essere generalizzate. Basti pensare ai bassorilievi per i ciechi cosa potrebbero essere per le visite ai musei dei bambini. Potrebbero toccare le opere, con esperienze molto più intense>.

Un altro esempio: una startup di Trento ha sviluppato per malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica (Sla) un sistema che consente di guidare un computer con l’iride. Ho provato a scrivere una mail solo con i miei occhi. Funziona. Loro sono stati contattati da una società che fa cruscotti per auto. Per creare un allarme che scatta quando hai un colpo di sonno. La pupilla si abbassa e l’allarme ti vede e ti sveglia. E l’auto non è una nicchia. Ma un mercato vastissimo>.

La cosa forse più divertente, e inusuale, di UpCycle (a parte la cucina rigorosamente biologica) è vedere spesso ai suoi tavoli i soci di Avanzi discutere concentrati con gruppetti di giovani davanti a un computer. Spesso è quindi l’anticamera dell’incubatore, di una nuova traiettoria, di lavoro e di vita. E costa soltanto un cappuccino accedervi.

Beppe Caravita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Commenta

 
 Rispondi a questo messaggio
 Nome:
 Indirizzo email:
 Titolo:
Prevenzione Spam:
Per favore, reinserire il codice riportato nell'immagine.
Questo codice serve a bloccare i tentativi di inserimento automatici.
CAPTCHA - click right for audio Play Captcha