Menù, Covid, Lombardia

Tante promesse, ma niente fatti. Il Piano per la difesa della nostra salute è restato solo sulla carta. Niente è stato realizzato e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. ()

lombardia zona rossaCosa c’entrano i menù con il Covid? Mi è venuta in mente questa associazione strana dopo aver sentito la recentissima e velocissima relazione di Gallera ai Consiglieri della terza Commissione del Consiglio Regionale. In poco più di un’ora, l’Assessore ha risposto ai numerosi interrogativi dei rappresentanti del popolo lombardo.

Molti dati sono stati chiesti e forse verranno forniti. La Giunta è quanto mai avara di informazioni riguardanti: i contagi, il personale sanitario disponibile o infettato, i pediatri e i medici che fanno le vaccinazioni o i tamponi, la saturazione dei posti letto in terapia intensiva ecc.

Un “menu” appetitoso e rassicurante
L’Assessore mi è sembrato – non mi denuncerà per così poco – quel cameriere sollecito che al ristorante elenca tutti i piatti disponibili e ne magnifica la bontà. Inoltre, meraviglia delle meraviglie, assicura che saranno serviti in modo rapido e per giunta aggiunge che non ci sarà nulla da pagare.

“Volete fare i tamponi?” chiede. “Non c’è problema… tutto è pronto, verrete chiamati subito”. Ma dopo questi annunci, i prelibati piatti non vengono serviti.
Così, fuor di metafora, è sembrato il nostro sorridente e sicuro Assessore. “State sereni”. Ha assicurato i presenti e il popolo lombardo che tutto era stato fatto per affrontare al meglio la seconda ondata. La macchina organizzativa del Servizio Sanitario Regionale è all’opera e controlla quasi tutto come era stato programmato già dall’agosto.

Tutto pronto per la seconda ondataAllora venne dichiarato solennemente che tutto era pronto per l’eventuale seconda ondata.” “Abbiamo fatto un piano” - disse allora Gallera alla stampa -. Fu elaborato a seguito di un approfondito confronto con i rappresentanti degli Ordini dei Medici e degli Infermieri, dei Sindacati Confederali lombardi, dell’ANCI, e con il Comitato Tecnico Scientifico e le Direzioni strategiche delle ATS e delle ASST.

La delibera è datata 5 agosto e prevedeva che le segnalazioni dei casi sospetti sintomatici e asintomatici sarebbero state effettuate a cura dei datori di lavoro o mediante i medici e pediatri di base, che la diagnosi mediante i tamponi sarebbe stata garantita entro 48 ore e che il contact tracing (ossia il tracciamento dei contatti e degli eventuali infettati) sarebbe scattato prontamente. Tutta una serie di lavoratori “con elevata promiscuità sociale” (settore alberghiero, agricolo, commessi, addetti trasporto pubblico, badanti, personale sanitario e sociosanitario ecc.) sarebbero stati sottoposti a screening preventivi anche a campione da parte delle ATS (Agenzie Territoriali Sanitarie).

Dalle USCA all’isolamento
Sempre le ATS, con le USCA (Unità Speciali Continuità Assistenziale), insieme agli infermieri di comunità avrebbero organizzato l’esecuzione dei tamponi a domicilio. Tutte queste strutture organizzative, insieme ai 7000 medici e il migliaio di Pediatri, avrebbero dovuto garantire la sorveglianza telefonica di tutti i casi e dei loro contatti stretti.
Non solo: le ATS avrebbero dovuto provvedere all’isolamento del contagiato qualora la sua situazione familiare o domiciliare non ne permettesse la continuità e l’efficacia. Dove? In strutture alberghiere o simili destinati a soggetti asintomatici o con sintomi lievi senza o con una minima assistenza medica ed infermieristica. Mentre i dimessi dall’ospedale che non potessero effettuare l’isolamento domiciliare sarebbero stati isolati in strutture residenziali.

Il potenziamento della rete territoriale
Infine il Piano prevedeva il potenziamento e riorganizzazione rete di assistenza territoriale. “Finalmente!” – si disse allora – “la divisione tra territorio e ospedale cesserà e il cittadino con forme gravi del virus non sarà un cerino acceso che nessuno vuole”.

L’ideona fu la creazione di una altra sigla e di un altro organismo generato e promosso dalle ATS. Queste agenzie decentrate “attivano e assumono la direzione dello specifico tavolo di Coordinamento per la Rete Territoriale (CRT) nel quale sono rappresentate le diverse componenti, anche professionali, dell’offerta sanitaria e socio-sanitaria pubblica e privata accreditata, le rappresentanti della Medicina Generale e dei Pediatri di Libera Scelta, i Comuni e i Piani di Zona, prevedendo delle articolazioni legate ad una suddivisione territoriale di minori dimensioni”(Lombardia Notizie 6 agosto).

Tutto risolto?
Le ATS nel giro di 15 giorni hanno riunito la tavola rotonda e poi cosa è successo? I comandi territoriali della guerra (i CRT) hanno potuto/saputo coordinare tutti gli interventi previsti dal Piano? Il comando centrale diretto dal generale Gallera ha verificato l’effettiva esecuzione di tutto il piano? In cuor suo forse cullava la certezza che la seconda ondata non ci sarebbe stata e che, nella peggiore delle ipotesi, il Piano su carta intestata dalla Giunta firmato dal Generalissimo Fontana ci sarebbe stato.

Passa agosto, passa settembre e il virus per nulla intimorito dal Piano di difesa interrompe le speranze che la seconda ondata avrebbe risparmiato l’Italia e soprattutto la Lombardia. Tutto il castello organizzativo di agosto sembra traballare e i cittadini – nel giro di poco tempo – si ritrovano nel gorgo di paura e d’incertezza.

Il “piano” va in default
Il percorso ideale, disegnato in agosto, nella realtà ha interruzioni vistose e il cittadino che ha dei sintomi o coabita con persone positive, chiede che il suo medico gli prescriva il tampone e che – dopo averlo fatto – abbia la certezza di essere negativo o di iniziare la quarantena.
Ma chi è riuscito a fare il tampone, ha atteso giorni per sapere l’esito e per capire se dovesse iniziare il cosiddetto autoisolamento.
Se una persona è single si può barricare in casa contando sull’approvvigionamento ordinato via computer. Ma se i sintomi sono più gravi chi interviene?
Le famose USCA sono la metà di quelle necessarie o previste.
I Medici di base dichiarano che non è loro compito la visita domiciliare e chiamano in causa le USCA.
Dopo una lunga attesa, l’ultima chance è farsi portare al pronto soccorso e qui si trova la coda delle autoambulanze.

La prova dei fatti
Nella tabella riportata ci sono i numeri di oggi o di ieri e penso vadano oltre le più pessimistiche previsioni che circolavano in ottobre. La Lombardia vede i contagi spargersi nelle zone che erano state sfiorante dallo tsunami in primavera. Ora l’asse sembra spostarsi da Est (Brescia, Bergamo) alle zone di Milano città, Brianza e Varese.
I datori di lavoro chiedono la certificazione del tampone negativo e spesso il dipendente deve farlo a pagamento.

Vaccini e tamponi. E chi li fa?
Anche le vaccinazioni antinfluenzali, che dovevano iniziare a fine ottobre almeno per i gruppi a rischio, stanno decollando a fatica e forse, così ha assicurato Gallera, dal 18 novembre le dosi dovrebbero essere messe a disposizione dei medici di base e questi potranno vaccinare coloro che sono inclusi nei gruppi a rischio.
Sempre Gallera, ha dichiarato -nella riunione citata – che molti pediatri non sono disponibili ad effettuare la vaccinazione, come anche il 20% dei Medici di base a Milano ha dichiarato l’indisponibilità. La maggioranza di questi tutori della salute poi si dichiara impossibilitato a svolgere i tamponi nel proprio studio.
Dei 7381 MMG lombardi solo 1812 si sono dichiarati d’accordo a svolgere questa importante pratica diagnostica.

Tracciamento. L’ATS alza bandiera bianca
Non parliamo poi del tracciamento. La stessa ATS di Milano ha alzato bandiera bianca. Immagino che molti lettori abbiamo vissuto direttamente o indirettamente per sé, per loro, per i loro congiunti il percorso accidentato senza avere una risposta assistenziale adeguata. Non dirò nulla della scuola, perché non conosco quello che è avvenuto, posso solo immaginare. Volevo solo evidenziare come la Giunta ancora una volta abbia lasciato che il fattore TEMPO sia stato il migliore alleato del Virus.

Covid Hotel. I bandi solo da fine ottobre
La vicenda dei Covid hotel sta assumendo dimensioni grottesche e dimostra l’approccio lento e burocratico nel predisporne la realizzazione. Quanti letti dovevano essere attivati per l’isolamento volontario nel caso che un contagiato positivo non avesse una situazione domiciliare opportuna? Nella delibera non si dice e forse in un'altra si prevede il pagamento di 100 euro per ospite.
La ricerca di questi spazi attrezzati in modo opportuno parte solo alla fine di ottobre con bandi che chiedono la disponibilità di proprietari di alberghi o simili a ospitare soggetti sani.
Il bando – precisamente – dalla Ats di Milano è stato fatto il 15 ottobre e il 9 novembre si sono avute le risposte di alcuni gestori alberghieri.
Una decina a Milano città e quattro nella provincia basteranno a soddisfare la domanda? Ma perché la ricerca non è stata fatta all’inizio di settembre, perché non è partita quando era già evidente che l’ondata stesse crescendo?

Risposte vaghe e confuse
A molte domande come questa, Gallera ha risposto vagamente, quasi con fastidio, quasi disturbato, quasi pensando di perdere tempo. Di non dovere riassicurare la popolazione lombarda ributtata nello sconforto. La paura genera angoscia indistinta quando non si conosce il pericolo. Pericolo sottovalutato e in una certa misura non affrontato.
I torti della Giunta Regionale sono molti ma hanno avuto anche di fronte un Governo che non ha saputo e voluto approntare rimedi drastici e impopolari, dibattuto nelle sue componenti partitiche e nelle pressioni esplicite e implicite dei “presidenti di Regione”.

Si dice che questo sia il prezzo della democrazia. Nell’Estremo Oriente Cina, Giappone e Sud Corea sono riusciti a contenere la pandemia mentre nell’Ovest le ecatombi sono ormai caratteristica comune e drammatica di molti Paesi.

L’anarchia della risposta in primavera poteva avere una giustificazione almeno per il primo mese. Allora la Lombardia non seppe governare e divenne un caso mondiale d’inefficienza. Ora i numeri della crescita dei positivi sono in parte giustificati dal numero dei tamponi effettuati che sono ogni giorno almeno 10 volte di quelli di aprile. Ancora una volta però in meno di 15 giorni la Regione è ricaduta nel lockdown generale nel profondo rosso.

Si poteva evitare?

Sono convinto di SI, se ci fosse stato un Piano veramente realizzato e non solo scritto sulla carta. Se ci fosse stato un effettivo coordinamento delle strutture pubbliche e private. Se la Regione, come permetteva la legge, invece che perdere tempo in bandi, avesse requisito spazi privati o attrezzato spazi pubblici come parti di vecchi ospedali (Como, Bergamo, Milano per dirne solo alcuni). Ora è tardi e purtroppo non è finita qui.


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