Le nostre ansie e il sonno della Regione

Come era prevedibile, e previsto, la seconda ondata dell'odioso virus è arrivata. Siamo preparati ad affrontarla? Vaccini, tamponi, tracciabilità, ospedali, medici di base... Come si è preparata Regione Lombardia? ()

Babbo Natale mascherinaCome molti prevedevano, anche sentendo i dati incalzanti delle altre regioni europee, prima settembre e poi ottobre hanno portato – insieme ai primi freddi – la ripresa della crescita delle persone contagiate. Mentre scrivo (14 ottobre) il dato nazionale ha ormai superato i 7000 casi, di cui più di 1844 in Lombardia, nella provincia di Milano 1032, in città 504. I ricoverati, sempre a Milano, sono saliti a 645 con 64 ricoveri in terapia intensiva. I tamponi effettuati in Regione sono 29000.

Quattro scenari
Detti così i numeri non spiegano molto se non li si confronta con quanto successo in primavera. I casi positivi sono uguali a quelli di aprile, anche se è molto inferiore il numero di ricoverati in terapia intensiva e decessi.
Questo non vuol dire che non bisogna ascoltare gli accorati gridi di allarme, tra cui quelli dei professori Galli e Crisanti, che già oggi chiedono interventi più efficaci di quelli messi in campo dal Governo con il recente decreto. L’Istituto Superiore della Sanità (ISS) ci prospettava già quattro scenari in base alla crescita dell’ormai famoso indicatore R.
Il primo, prevedeva il mantenimento della situazione di agosto per cui non lo contiamo. Il secondo sta per essere superato dalla realtà e le nuove restrizioni varate ieri possono essere considerate necessarie e conformi. Il terzo e quarto scenario prevedono il ritorno graduale a blocchi di zone, di intere regioni o di tutto il territorio nazionale.

Emozioni contrastanti
Di fronte alla ondata di notizie contraddittorie sullo sviluppo incessante della pandemia in Italia e nel mondo riflettevo su come ognuno di noi è percorso da due categorie di sentimenti a corrente alternata.
Il grido speranzoso dei primi momenti “Andrà tutto bene!” si è diluito nella memoria, ma ogni tanto riemerge quando spuntano notizie rincuoranti su prossimi vaccini o quando si sancisce che in Italia sono ancora pochi in contagiati rispetto ad altri paesi del mondo. Contemporaneamente ci rassicuriamo dicendoci: “Metto la mascherina, sto a casa, non viaggio ecc. per cui me la caverò sicuramente”. Pensiamo così che basti osservare le prescrizioni di comportamento individuale per scampare il pericolo. O per meglio dire ce lo fanno credere, ma purtroppo le osservanze individuali, comunque indispensabili non bastano. Non basta nemmeno dire “me ne frego” e accogliere fiduciosi tutti quei messaggi di personaggi, qualificati o meno, che ci coccolano con le loro contestazioni ai blocchi della mobilità e della frequentazione di bar, discoteche, stadi ecc. Siamo formicai impazziti senza regine che ci diano sicurezza edordine. Anzi ci rivoltiamo contro ogni disposizione che cerchi di ridurre l’esposizione al rischio incombente. Oppure, nonostante tutto, pensiamo che ne usciremo e torneremo alla 'normalità'.

Che fare?
In Regione Lombardia tacciono i supremi garanti della nostra salute (Gallera e Fontana) o sussurrano attraverso funzionari di fresca nomina e facciata. Ad esempio sulla vaccinazione antinfluenzale.
Ricordo: Il governo prevede l’estensione della vaccinazione influenzale per impedire il doppio contagio o la confusione sintomatica dell’influenza vaccinabile con quella del nuovo virus. Dopo un accavallarsi di notizie allarmanti sui tempi e le modalità della campagna vaccinale, si è presentato il neo direttore generale dell’assessorato del Welfare regionale Trivelli. Con la sua faccia bonaria ha spiegato che tutto è sotto controllo. Dobbiamo fidarci?

I vaccini e gli acquisti centralizzati di Aria
Forse è meglio capire se è vero quanto dicevano da più parti: che la Regione, ancora una volta - con perseveranza diabolica - si è mossa in ritardo e non si è procurata il numero di vaccini sufficienti a coprire la domanda. Cito tra tutte Milena Gabanelli che ci ha spiegato come si è ripetuta una strana pratica amministrativa da parte di ARIA Spa (società privata di proprietà di Regione Lombardia deputata a molte funzioni: dall’informatica, alla formazione e soprattutto all’acquisto centralizzato di quasi tutte le forniture degli enti regionali, compresi tutti gli ospedali e strutture sanitarie pubbliche regionali).

Gli stessi errori di marzo
I solerti funzionari di questa mega concentrazione di potere, già in febbraio e in marzo si erano distinti per fare gli ordinativi di mascherine e poi inspiegabilmente (o da spiegare alla magistratura) alcuni bandi sono andati a vuoto o dichiarati nulli. Intanto negli ospedali e nelle case di cura mancavano tutti questi dispositivi indispensabili a creare una prima barriera contro il virus galoppante.
Mesi dopo sembra che abbiano ripetuto errori e ritardi. “Non è vero, è un allarme ingiustificato” ci ripetono da Palazzo Lombardia.
In queste tabelle vediamo i numeri che hanno dato.

Più chiaramente, sempre una settimana fa, una circolare regionale precisava i tempi e i destinatari della vaccinazione.

Il vaccino dal medico di famiglia. Un esempio
Facciamo il caso di un Medico di Famiglia che ha tra i propri assistiti (1500 di media) almeno 500 con età superiore a 65 o con patologie croniche o fragili. Dal 19 ottobre il nostro solerte Medico ne potrebbe vaccinare al massimo trenta, entro la fine di ottobre altri 20 e forse dopo il 15 novembre avrebbe la possibilità di soddisfare tutte le centinaia di richieste di erogazione gratuita del vaccino.
Non si capisce il perché di questa graduale e rarefatta programmazione, se non si suppone che la Regione, ancora una volta, ha pensato di razionare e risparmiare anche i pochi milioni (una ventina) necessari per acquisire questi strumenti fondamentali della prevenzione.

Si dirà: “Ma prima o dopo saremo vaccinati”. Mi sembra che l’effetto dello scudo vaccinale necessiti un’ulteriore attesa di 15 giorni. Saremo così all’inizio di dicembre quando l’attacco del virus vaccinale sarà in atto da tempo. Altre contraddizioni o “follie”: non si capisce perché gli operatori sanitari non dovrebbero essere tra i primi, a loro tutela e dei loro assistiti. Idem per tutti gli operatori dei servizi pubblici e privati. Si dirà: “Vabbè per 50 euro vado a compralo in farmacia”, ma anche qua gli accaparramenti pubblici e privati hanno reso inevasi gli ordinativi. Speriamo nel buon cuore delle altre Regioni che si sono procurate quantitativi molto larghi rispetto al numero delle categorie target, con il proposito di estendere il più possibile le fasce di popolazione vaccinate sia con l’antinfluenzale sia con l’antipneumococcico.

Tamponi: quanti, come e dove?
Altro capitolo delle avventure di molti nel regno della pandemia in Italia e in Lombardia è stato il percorso tribolato, lungo e tortuoso per sottoporsi al cosiddetto tampone.
Sarebbe troppo lungo spiegare chi, come e perché può ottenere per sé, per i suoi familiari e figli l’esame PCR (definito sommariamente tampone) che dà la certezza o meno di essere stato contagiato e di non essere diffusore inconsapevole del virus. Si narra di lunghe attese ai drive in, di telefonate convulse e ripetute ai pediatri e ai medici di famiglia per avere istruzioni e la prescrizione. Non parliamo dei numeri verdi.
Con saggezza meneghina qualcuno si potrebbe domandare: “Ma perché non aumentano i tamponi o meglio l’efficienza dei laboratori?”
In Lombardia ieri ne hanno fatti 29.000 cioè 2,9 tamponi ogni mille abitanti. In Italia circa 120.000 ossia 1,8 tamponi giornalieri ogni mille abitanti.
In teoria, di fronte all’aumento dei casi positivi (il 5% dei tamponati) sarebbe logico aumentare il volume di offerta di questo esame e il relativo tracciamento, ossia la ricerca attiva delle persone frequentate, oltre a prescrivere l’inizio della cosiddetta quarantena di 14 giorni (ora ridotta a 10). Il numero totale nazionale è costante da 15 giorni con cali nel week-end.

Che cosa frena l’offerta di test?
Dalle altre parti del terracqueo mondo cosa succede? Non siamo i primi della classe (noi lombardi). Il Veneto ci batte anche in questo campo. In Europa per fare qualche esempio: noi 1,2 persone testate ogni mille abitanti, Israele 5, Islanda 8, Danimarca 6,5, Belgio 3,5, Francia quasi 3 come la Germania, 2,5 Spagna e Russia. Inghilterra e Stati Uniti entrambi hanno test effettuati giornalmente intorno al 3-3,5 per mille abitanti. Fatte le debite proporzioni la produzione giornaliera dovrebbe raddoppiarsi e raggiungere quota 200.000. È possibile, o l’offerta è frenata dai laboratori privati che hanno attivato un florido mercato a pagamento?

Domande ancora senza risposta
Questi due tipi di politiche sanitarie sono possibili e affrontabili mediante una programmazione e una diligente preparazione. Soprattutto con una maggiore responsabilizzazione da parte dei poteri pubblici e nel nostro caso della Regione e delle sue strutture.
Pensano forse che ognuno di noi debba arrangiarsi, peggio per lui se non è capace di autoassistersi o vive da solo.
Non bastano le parole rassicuranti o il ping pong delle responsabilità. La comunicazione dovrebbe essere completa e non ridursi al richiamo ai nostri doveri e al rispetto delle norme comportamentali. Molte cose sono ignote e non solo sul comportamento del virus.
Quanti servizi sanitari funzioneranno nella prossima stagione? Quanti reparti saranno occupati dai malati Covid? Quanti interventi non potranno essere fatti o esami urgenti se non rivolgendosi alle strutture private a pagamento?
Dovremmo chiederlo in coro e sempre, ma il bunker nel Palazzo Lombardia è lontano, lontano…


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