Partecipare sì, ma come. L’interazione progettuale

Ultimo appuntamento teorico del corso di Lambrate: l’avvio di un percorso partecipato. Le diverse modalità, i metodi, le tecniche utilizzabili. L’implementazione e la valutazione finale. ()

plastico 3DMolti, a sentir parlare di democrazia partecipata storcono il naso. La pensano un’utopia, una stravaganza filosofica che appassiona solo sociologici o urbanisti. Ma no, non si tratta di semplici teorie, bensì di modalità concrete e profondamente innovative dell’agire pubblico.
È negli esempi reali che si rende evidente la grande portata innovativa di queste forme avanzate di democrazia che possono modificare radicalmente le logiche di governo della cosa pubblica perché offrono ai cittadini un effettivo potere progettuale, la possibilità di sentirsi, anzi di essere, protagonisti di un percorso di trasformazione.
Attraverso tecniche e modalità precise e correttamente “normate”, il cittadino che lo desidera può contribuire concretamente a una trasformazione dell’esistente con la sua propria progettualità, proponendo una sua soluzione al problema e mettendola a confronto con le altre.

Le tecniche sono moltissime
Dal Brainstorming ai Focus Group per elaborare in modo creativo le prime idee progettuali o per approfondire temi specifici, o per decidere come gestire il monitoraggio del processo, le tecniche per la progettualità partecipata sono le più varie, e il gruppo di “regia” (esperti/promotori/facilitatori) deve saperle scegliere e combinare secondo necessità in funzione per esempio del tema dell’intervento (ad es. di natura territoriale o sociale), del contesto sociale e culturale, o della scala del progetto (di caseggiato, di via, di piazza, di quartiere, di Comune, su scala regionale ecc.).
Abbiamo già avuto modo di accennare al Bilancio partecipativo, o a tecniche di Costruzione di comunità, le Mappe di comunità, i Laboratori di quartiere.
Qui ne accenniamo tre, fra le più utilizzate tra le decine esistenti, relative alla dimensione “territoriale”.

Il dibattito pubblico
Altrimenti detto Débat Public perché nasce in Francia nel ’95 con la legge Barnier, che istituisce la Commissione Nazionale del Dibattito Pubblico, indipendente e costituita da una pluralità di rappresentanze di istituzioni ed enti della società civile. A questa Commissione il compito di indire il Dibattito Pubblico per “grandi opere” infrastrutturali con significativi impatti ambientali, del costo superiore ai 300 milioni di euro.

Dalla sua nascita in Francia si sono tenuti 78 dibattiti pubblici. Spesso le opere hanno carattere nazionale e viene di conseguenza coinvolto un ampio numero di soggetti rappresentativi dei più diversi interessi in campo. La durata del percorso varia dai quattro ai sei mesi, con un apparato assai vario e complesso di incontri, discussioni, confronti con esperti ecc.
In questa tecnica si parte da un progetto di massima proposto dalle istituzioni. I cittadini possono dare una serie di suggerimenti che vengono sintetizzati in un documento finale inviato alla Commissione, la quale in modo motivato dovrà spiegare che cosa accoglie e che cosa non accoglie. Ai cittadini viene lasciata anche l’opzione del “se” attuare l’opera.

In Italia, in mancanza di una normativa, alcuni “Dibattiti pubblici” sono stati realizzati negli anni passati da agenzie private: più recentemente nel 2007 la Regione Toscana ha fatto una legge sulla Partecipazione, e nel 2013 l’ha rielaborata introducendo il dibattito pubblico per opere che superino i 50 milioni. A livello nazionale, invece, nel 2018 è iniziato ad emergere il tema in una direttiva sugli appalti (DPCM 10 maggio 2018 n. 76 Regolamento recante modalità di svolgimento, tipologie e soglie dimensionali delle opere sottoposte a dibattito pubblico) in cui è prevista la necessità del Dibattito Pubblico per opere tra i 200 e 500 milioni a seconda del tipo di opera.

Il planning for real
Frutto del tipico pragmatismo anglosassone, il “Planning for real” supera le eventuali difficoltà della dimensione puramente verbale e dialogica favorendo la partecipazione anche delle persone più timide e meno abituate a parlare.
Nata a Nottingham attorno agli anni Settanta, questa metodologia riguarda modificazioni urbane di piccola scala ed è ora parecchio diffusa nel Regno Unito.
Il funzionamento è semplicissimo: niente riunioni o brain storming, viene realizzato un “plastico” tridimensionale dell’area o del manufatto su cui intervenire, che viene esposto in luoghi molto frequentati dalla comunità.
Poi, ai cittadini che lo desiderano vengono date delle carte-opzione che rappresentano diversi possibili interventi migliorativi (alberi, pista ciclabile, parco giochi…) da collocare sul plastico per indicare dove e come intervenire; vengono poi “negoziate” le priorità e, dopo il consulto popolare, i tecnici di settore verificano l’effettiva fattibilità e danno inizio ai lavori.

L’Open Space Technology
Inventato in America da Harrison Owen negli anni ‘80, questo metodo ha avuto grandissimo successo perché particolarmente efficace in situazioni di elevata complessità, in cui coesistono molteplici punti di vista e una conflittualità diffusa. Circa 100.000 sperimentazioni nel mondo e alcune con migliaia partecipanti!
Owen parte dalla considerazione che la cosa più interessante dei convegni è il coffee break perché è lì che la gente si scambia davvero idee interessanti. Struttura quindi l’intera “conferenza” in modo che i partecipanti si sentano liberi di proporre gli argomenti e di discuterli solo se sono realmente interessati.
All’inizio i facilitatori spiegano la procedura, poi invitano i partecipanti a rispondere su un foglietto ad una domanda relativa al problema da affrontare, si raccolgono quindi i foglietti, li si raggruppano in gruppi omogenei e si costituiscono così dei gruppi di interesse comune. A questo punto i facilitatori se ne vanno lasciando i cittadini a discutere per un tempo predefinito, al termine del quale, in plenaria, si presenta il risultato dei diversi gruppi. Il giorno successivo il lavoro continua per trovare uno scenario condiviso che integri le diverse proposte.
I facilitatori hanno quindi un compito di pura “intelaiatura” del percorso: presentazione del metodo, definizione rigida dei tempi, redazione dell’Instant Book finale. Perché il presupposto è proprio che se il gruppo di lavoro è unito da passione e interesse, allora sarà in grado di auto-organizzarsi e di raggiungere il suo scopo.
Negli ultimi anni, questa tecnica si è diffusa anche in Italia. Marianella Sclavi insieme a Lawrence Susskind ha elaborato un metodo aggiornato che ha chiamato “Confronto creativo”.

La fase finale
In un percorso partecipato, l’implementazione del progetto, ovvero l’effettiva realizzazione dell’opera è perlopiù compito dell’Istituzione pubblica, ma naturalmente è bene che sia prevista la possibilità di una più ampia base di condivisione e “controllo” da parte dei cittadini. Per esempio, se all’inizio fra i partecipanti erano presenti rappresentanti di vari gruppi o associazioni è bene avere l’approvazione della loro base sociale a cui il progetto dovrà essere riportato. In taluni casi il percorso partecipativo si è concluso addirittura con un referendum popolare.
Imprescindibile anche, la valutazione finale condivisa dei risultati ottenuti, sotto diversi punti di vista; da quelli più concreti e facilmente misurabili - i costi sostenuti, i tempi più o meno rispettati, la stabilità dei risultati - a quelli più “valoriali” e con effetti trasversali e che possono riverberare nel tempo.
A questo proposito, per una valutazione corretta di costi/benefici del percorso partecipato sarà d’obbligo porsi alcune domande, quali per esempio: la partecipazione ha ridotto i possibili conflitti? È amentata la fiducia tra i soggetti partecipanti e del singoli partecipanti in se stessi (l’empowerment)? È proseguito l’impegno progettuale dopo la conclusione del progetto? Quale controllo sulle fasi attuative del progetto da parte della comunità d’appartenenza? Si sono offerte nuove opportunità/aperture a nuove ipotesi e campi progettuali nella comunità locale?


Per saperne di più

H. Owen, Breve guida all’uso dell’Open Space Technology, Quaderni di Facilitazione. Scuola superiore di facilitazione (si trova anche on line);

M. Sclavi, L. E. Susskind, Confronto creativo. Come funzionano la co-progettazione creativa e la democrazia deliberativa. Perché ne abbiamo bisogno, IPOC 2016;

“Dibattito pubblico”, intervista colloquio tra Marianella Sclavi e Ilaria Casillo, vicepresidente della francese Commission nationale du débat public, “Una Città”, n. 240, giugno 2017


Nono articolo sul corso del Laboratorio di democrazia partecipata di Lambrate (qui l'articolo introduttivo, vedi sotto il dettaglio completo dei precedenti


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