La salute: diritto universale o problema personale?

L’ultima delibera di Regione Lombardia stabilisce finalmente i criteri per poter accedere a test e tamponi. Ma, diversamente da altre regioni, da noi i test non sono per tutti: se non hai sintomi evidenti, gli esami te li deve pagare (e l’esito arriva prima). ()

tamponiA Milano e in Lombardia una domanda corre di bocca in bocca in questi giorni della cosiddetta fase 2. Non certo tra i giovani preoccupati giustamente di liberare desideri ed energie, ma tra quelli più tardo-adulti, dai 50 in su, l’interrogativo è continuo ed è oggetto anche di diatribe familiari: “Mi faccio l’esame sierologico per vedere se sono stato a contatto con il virus, anche se non ho avuto nemmeno un raffreddore o altri sintomi sospetti?”. Eppoi, se dovessi risultare positivo al test, cosa succede?

A chi rivolgersi
I più informatizzati e fiduciosi della capacità assistenziale della Regione e della sua filiale Agenzia della Tutela della Salute (ATS) , cercheranno di avere da questa, lumi e istruzioni, prima di andare in uno dei dieci laboratori privati (30 in Lombardia) a fare il test.
I grandi ospedali privati - San Raffaele, Humanitas, Gruppo San Donato, Auxologico ecc.- da giovedì 14 hanno iniziato una campagna di “arruolamento” proponendo a prezzi dai 40 agli 80 € l’esame sierologico e a prezzi di 60 a 100 € per il famoso tampone. Le code davanti ai vari posti di prelievo sono fotografate e diffuse e spingono i più indecisi a emularne l’esempio.
Intanto cominciano ad arrivare i risultati, senza nessun controllo della Regione o dell’ATS, che attesterebbero che il 10% di coloro che si sono sottoposti all’esame sono risultati positivi.

Che succede se si risulta positivi?
Per questi è consigliato di ripetere, sempre nella stessa struttura, lo stesso esame e qualora anche questo dia la positività, viene prescritto il tampone cosiddetto o esame orofaringeo che segnala la presenza attiva del virus nell’organismo.
In questo caso anche il cittadino asintomatico è potenzialmente contagioso. Allora il laboratorio privato o pubblico dà comunicazione all’ATS che provvede alla sorveglianza attiva dell’evoluzione del contagio e si assicura che per almeno 15 giorni l’interessato si ponga in quarantena volontaria.
A questo punto scatterebbe quanto è previsto dal nuovo “modello” di sorveglianza delle malattie infettive disposto con la delibera n.3114 dello scorso 7 maggio. In base a questa delibera è il medico specialista o il medico di famiglia o il medico competente dove eventualmente si lavora che è obbligato a comunicare alla ATS immediatamente lo stato della persona di sospetto Covid 19 per l’attivazione delle misure di isolamento domiciliare.
In altre parole in caso di sintomi sospetti o di esami effettuati risultati positivi i cittadini si devono affidare al proprio medico che dovrebbe procedere anche all’individuazione dei contatti stretti intercorsi. Sempre lo stesso Medico dovrebbe nel caso ritenesse opportuno il ricovero chiamare il 112 per il ricovero o gli accertamenti presso il pronto soccorso. Sempre questa disposizione obbliga tutti gli operatori sanitari a segnalare i sospetti al medico della struttura da cui dipende.

A chi e in quanto tempo?
Tutto sembrerebbe previsto, anche se esiste a monte un collo di bottiglia ossia la capacità di effettuare i tamponi in maniera celere ed efficiente. La delibera mette le mani avanti e indica in questo caso il razionamento a causa della mancata organizzazione e programmazione e precisa che “In caso di necessità, ad esempio per accumularsi di campioni da analizzare con ritardi nella risposta, carenza di reagenti, impossibilità di stoccaggio dei campioni in modo sicuro, sovraccarico lavorativo del personale di laboratorio, si raccomanda di applicare, nell’effettuazione dei test diagnostici, i criteri di priorità di seguito riportati e raccomandati dall'OMS e dalla EUCOMM e adattati alla situazione italiana:
* i pazienti ospedalizzati con infezione acuta respiratoria grave (SARI);
* tutti i casi di infezione respiratoria acuta ospedalizzati o ricoverati nelle residenze sanitarie assistenziali e nelle altre strutture di lunga degenza;
* gli operatori sanitari esposti a maggior rischio;
* gli operatori dei servizi pubblici essenziali sintomatici;
* gli operatori, anche asintomatici, delle RSA e altre strutture residenziali per anziani;
* le persone a rischio di sviluppare una forma severa della malattia e fragili, come persone
anziane con comorbidità quali malattie polmonari, tumori, malattie cerebrovascolari, insufficienza cardiaca, patologie renali, patologie epatiche, ipertensione, diabete e immunosoppressione con segni di malattia acuta respiratoria, che possono richiedere ospedalizzazione e cure ad alta intensità per COVID-19;
* ivi incluse le persone vulnerabili, quali le persone che risiedono in residenze per anziani, dovrebbero essere particolarmente fatti oggetto di attenzione;
* i primi individui sintomatici all’interno di comunità chiuse per identificare rapidamente i focolai e garantire misure di contenimento".
"Se la capacità di esecuzione dei test è limitata, tutti gli altri individui che presentano sintomi possono essere considerati casi probabili e isolati senza test supplementari".

Test a pagamento? Una debacle della sanità
Una sorveglianza che ha un difetto di fondo: non copre tutta la popolazione e lascia, per chi non ha manifestazioni sintomatiche evidenti o che a giudizio del medico non è tra le categorie a rischio, la strada di rivolgersi a pagamento per avere un quadro della propria situazione.
nostro cittadino X potrebbe chiedersi: “ma perché devo pagare se la sorveglianza è stabilità da un Ente pubblico, come la Regione, a cui è affidata la tutela della mia salute, e rappresenta una strategia per controllare la situazione pandemica di tutta la popolazione”? A questo punto, il nostro cittadino X potrebbe chiedersi: “ma perché devo pagare se la sorveglianza è stabilità da un Ente pubblico, come la Regione, a cui è affidata la tutela della mia salute, e rappresenta una strategia per controllare la situazione pandemica di tutta la popolazione”?
Con questa delibera e con i passati provvedimenti non sembra che la Regione ci dica tra le righe di arrangiarci, che il virus e il suo controllo sono fatti nostri? Ci si potrebbe allora aspettare che il Comitato Scientifico che lo affianca ci spiegasse i motivi di questa scelta che non appare ragionevole dal punto di vista del controllo epidemiologico.

Unico, fuori da questo omertoso silenzio, è il Prof. Massimo Galli, (Direttore Malattie Infettive3 - Ospedale Sacco Milano) che ha dichiarato a più riprese che “i test sierologici a pagamento sono una debacle della sanità: è inconcepibile che il pubblico (la Regione) non sia in grado di dare questo genere di risposta ai cittadini e gli dica di andarsi a pagare il test.. come se questa fosse una scelta voluttuaria e fare il tampone a sue spese”. Continua: “il fatto che moltissime persone scelgano di fare il test che il Servizio Sanitario Regionale non vuole o non riesce a programmare e a erogare è inconcepibile perché la valutazione alla fonte dell’esistenza o meno di persone contagiate sarebbe il presidio fondamentale per evitare l’ulteriore diffusione del contagio”.

Rimborsi solo se si è malati
Sembra che gli abbia risposto il Governatore, con la sua logica sparagnina “guardate che però se il tampone è positivo, la Regione lo rimborsa”. È l’ennesima prova che la Giunta lombarda, al di là delle altisonanti dichiarazioni verbali, non vuole tutelare tutta la collettività, non vuole garantire il diritto universale alla salute e alla difesa dal contagio e dalle sue possibili conseguenze.
È fermamente convinta che la salute sia un problema personale, che ognuno sia in grado di potere e volere risolvere con i propri mezzi. Al massimo la Regione, pensano Gallera e colleghi, deve rimborsare solo se la malattia è comprovata mentre tutta la prevenzione è scelta ed è a carico del cittadino.
Mettono in pratica una visione tipica di una assicurazione privata che indennizza la malattia ma non si preoccupa della prevenzione collettiva.

Ancora Galli indica come dovrebbe essere la vera “sorveglianza”: “Il test è molto più importante del distanziamento al ristorante, è il sistema fondamentale per ridurre l’ulteriore diffusione dell’epidemia”.
In verità, la Regione intende fare dei test sierologici di “massa”, ma solo per determinate categorie a rischio o in determinate zone dove la pandemia si è manifestata con più virulenza. Si farà anche una ricerca in maniera campionaria, sembra per circa 150.000 persone. Ma questa è solo una ricerca epidemiologica che registra l’incidenza del contagio, e non solo, dei cittadini sintomatici o a rischio come gli operatori sanitari.

La vera sorveglianza
Nella cosiddetta fase 2 il controllo dell’epidemia non dovrebbe essere affidato solo al rispetto individuale delle norme (mascherina, distanziamento ecc.) ma a una programmazione ed a una serie d’interventi che a livello mondiale e nazionale viene espresso con le tre “T”: TESTARE, TRACCIARE, TRATTARE.

In altri termini non basta conoscere quanti sono stati contagiati e sapere se sono potenziali trasmettitori dell’infezione, ma, come hanno fatto con successo altrove, bisogna rintracciare altri che sono a venuti a contatto e capire se questi sono indenni. Poi nel caso, tutti coloro accertati sintomatici e asintomatici devono essere o curati in ospedale o costretti in quarantena volontaria presso la propria abitazione e se ciò non fosse possibile, provvedere a fornire loro un domicilio protetto e isolato.
Questa strategia non è di facile attuazione, ma non impossibile, ed è l’unica che si è dimostrata efficace a contenere e a ridurre a zero il contagio. Esige però che sia estesa a tutta la popolazione in maniera capillare e non episodica, non a campione o a livello individuale.

Quante morti, lutti abbiamo contato giorno per giorno. In Lombardia sono più di 15000 oltre ai “guariti” che non sono completamente tali. Quanti di questi potevano essere ancora vivi? Quanti altri non sono stati nemmeno considerati come decessi da Covid 19? Molti, moltissimi che potevano rimanere ancora per anni, per decenni tra i propri cari se fin da febbraio, come è avvenuto nel Veneto, si fosse organizzata una rete di laboratori efficienti a fare migliaia di tamponi e, ancor prima, si fosse preparata una scorta di reagenti per rendere possibile ciò.


Ma i privati, i reagenti li hanno!
Invece, anche le categorie a rischio come gli operatori sanitari e gli ospiti delle Case di riposo (RSA) non sono stati oggetto di queste analisi che avrebbero permesso il contenimento del contagio e delle sue manifestazioni più letali.
Chissà perché i laboratori privati, ben poco coinvolti prima, adesso hanno reagenti e possono fare loro test a pagamento, mentre quelli pubblici, non riescono nemmeno a procurarseli in modo sufficiente per aumentare il numero dei tamponi. Questa è la triste situazione al di là del contenuto delle delibere che promettono una serie di passaggi automatici per una pronta e sollecita sorveglianza.
Nelle altre Regioni qualcosa si sta muovendo e si dichiara non solo a parole che i test sierologici e i tamponi rientrano tra le prestazioni del Servizio Sanitario Nazionale e non devono essere pagati…


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Re: La salute: diritto universale o problema personale?
30/05/2020 Redazione
Dall'ufficio stampa del San Raffaele abbiamo ricevuto la richiesta di precisare che "L'IRCCS Ospedale San Raffaele non esegue test a pagamento per privati cittadini".
A seguito di nostre verifiche confermiamo che ciò è vero, il gruppo San Donato, di cui l'IRCCS fa parte, non effettua esami a privati, ma, come ci viene precisato, lo fa solo a seguito di convenzionamento con Aziende.
Si tratta comunque di prestazioni erogabili a pagamento, al di fuori del Servizio Sanitario Regionale.
Le scelte aziendali del Gruppo San Donato e delle società ad esso appartenenti non sono state da noi messe in discussione né sono state oggetto di impropria o negativa pubblicità.


 
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