Partecipare sì, ma come. “Catullo va in città”, Milano

In una piccola strada abbandonata della periferia nord-ovest di Milano, un'esperienza pilota di coesione sociale e micro-rigenerazione urbana. ()

milano2Via Catullo è una piccola strada pubblica nella periferia nord ovest di Milano, fra Viale Certosa e Via Gallarate. Un’area caratterizzata da grandi trasformazioni di cui si fatica a cogliere una regia complessiva e che nel corso del tempo hanno prodotto la copresenza di vuoti urbani, infrastrutture fuori scala e sacche di obsolescenza del patrimonio urbano edificato.
La strada, un tempo parte di un antico borgo rurale, oggi è assimilata alla città, ma versa in condizione di triste degrado: i fabbricati che un tempo avevano ospitato piccole attività produttive sono ora vuoti e fatiscenti, le poche abitazioni sono in precarie condizioni igieniche e strutturali, e nel piccolo rione mancano spazi pubblici, sono praticamente assenti i servizi e anche i negozi di vicinato. Come ovvia conseguenza di questo abbandono si registrano condizioni di disagio e marginalità socioculturale e una difficile convivenza tra popolazioni di diverse etnie e con diverse concezioni del vivere e dell’abitare.


Partecipazione e rigenerazione diffusa
"Abitare difficile/Catullo va in città” è un'esperienza pilota di coesione sociale e di micro-rigenerazione urbana, finanziata dal Politecnico di Milano attraverso il bando competitivo “Polisocial Award2”. Il progetto, avviato nell’ottobre del 2014, ha coinvolto un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (DAStU) del Politecnico di Milano (Claudio Calvaresi, Linda Cossa, Andrea Di Giovanni, Alessandra Marsiglia, Gabriele Pasqui, Paola Savoldi).
Si tratta di un microprogetto locale di “ricerca e azione”, volta a definire i possibili caratteri di un modello di intervento per analoghe situazioni urbane critiche e multiproblematiche.
Da un lato dunque, ricerca, conoscenza dei soggetti locali, censimento del patrimonio abitativo con le sue forme di gestione, lo stato di conservazione e le caratteristiche dello spazio costruito, ma anche la composizione abitativa, la relazione tra disagio fisico e sociale; dall’altro l’avvio di iniziative e programmi di azione locale, con il coinvolgimento attivo degli abitanti e dei soggetti che operano a livello locale in e attorno a Via Catullo.

Diversi i metodi e le procedure messe in atto. Si sono creati momenti d'incontro e iniziative aperte al territorio volte ad accrescere la coesione sociale ed è stata svolta un’attività di accompagnamento per la costituzione di un soggetto rappresentativo locale “il Comitato cittadini di via Catullo” che è tuttora operativo.
Si sono avviate opportunità di confronto e di co-progettazione con la rete locale e le istituzioni: un’attenzione particolare è stata rivolta verso l’amministrazione pubblica (Comune di Milano e Consiglio di Zona 8) e verso le associazioni e il privato sociale che operano a livello locale.
Particolarmente significativo il coinvolgimento dell’Istituto scolastico statale "Pareto" che ha permesso di allargare lo sguardo oltre via Catullo e di rafforzare il ruolo della scuola come spazio pubblico e luogo d'incontro, un ponte verso il quartiere grazie al quale promuovere un’offerta di attività, iniziative e servizi per la popolazione e la città.

In questo senso, molto interessante un primo esito tangibile di questa esperienza: la realizzazione in "autocostruzione" della biblioteca della scuola, costruita collettivamente con materiale di recupero e aperta alla cittadinanza.


Considerazioni

L'esperienza di "Catullo va in città" è l'esito dell'auto-attivazione di un gruppo di ricercatori dell’Università. Non una commessa, non un mandato in capo all’amministrazione comunale, ma un’esperienza partita dall'Università e arrivata in quartiere, che nel corso del progetto ha imposto una riflessione anche sul ruolo di un soggetto come un’istituzione universitaria in un simile contesto.

Nelle ipotesi iniziali il progetto proponeva un quadro di azioni molto specifiche finalizzate a risolvere il 'problema Catullo', nel corso delle attività sono emersi limiti e difficoltà legate per esempio alla necessità di farsi riconoscere e legittimare sul territorio, alla mancanza di una presenza fisica costante, all'impossibilità di intervenire sul patrimonio edilizio, sia per mancanza di risorse, sia per la natura privata della proprietà. Ed è emersa con assoluta chiarezza la necessità di infittire le connessioni tra soggetti attivi in quartiere e soggetti esterni; tra abitanti e istituzioni e di identificare un “soggetto sponda", in questo caso, l’istituzione scolastica, con cui interagire e avviare una proficua collaborazione.
Si è quindi consolidato un ruolo del progetto come piattaforma abilitante piuttosto che come portatore di azioni risolutive dirette; le azioni dovevano facilitare l'emersione di iniziative locali, integrare le attività e le progettualità in corso, coadiuvandole e supportandole con competenze e risorse esterne.

“Catullo va in città” rappresenta quindi un caso interessante non solo e non tanto perché rilancia l’attenzione su un contesto urbano fortemente problematico, ma perché apre un’ampia riflessione analitica e progettuale sulle possibili azioni collettive e sulle politiche pubbliche efficaci per la messa a lavoro dell’intelligenza della società, l’empowerment degli abitanti, l’attivazione di nuovi possibili stakeholder e anche il coinvolgimento di operatori privati interessati a intervenire in una prospettiva di sperimentazione in contesti urbani fragili con forti criticità.


Per saperne di più:
“Catullo va in città” ediz. Maggioli 2016
Facebook: Catullo va in città

Quarto caso di attività partecipativa presentato al corso del Laboratorio di democrazia partecipata di Lambrate (qui l'articolo introduttivo)


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