Conferenza a cura del Laboratorio di Democrazia Partecipata di Lambrate alle ACLI nell’ambito di “milano partecipa”. Intervista a Sergio De La Pierre.

Sabato 22 novembre alle 21 alle ACLI di Via Conterosso il sociologo Sergio De La Pierre relazionerà sulla nascita di un forte bisogno di comunità e i nuovi relativi percorsi di civilizzazione.
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FLYER PartecipaMI web"Sergio De La Pierre, vorrei farle qualche domanda riguardo alla sua conferenza venerdì nell’ambito di “milano partecipa”, che lei ha intitolato " Comunità del rancore e comunità partecipate, espressione e bisogno della realtà contemporanea".

Per prima cosa, cosa si intende per comunità ?

I concetti, i modelli, le diverse realtà che si richiamano o si autodefiniscono “comunità” comportano una varietà di definizioni e significati da rendere questo termine molto vago ; se non attraverso un lavoro di approfondimento dei possibili modelli da privilegiare, di chiarificazione degli elementi fondativi di un’idea di comunità più significativa alla luce delle problematiche fondamentali del mondo d’oggi. Ciò onde evitare di cadere nei due estremi: quello del sociologo che è riuscito a elencare ben 94 definizioni di “comunità”, o di quell’altro che ha proposto di espungere questa parola dal vocabolario della sociologia.

Che differenza si pone tra “comunità” e “società”

Secondo Ferdinand Toennis, sociologo neo-romantico tedesco, la differenza tra “comunità” e “società” è che “ogni convivenza confidenziale, intima, esclusiva viene intesa come vita in comunità; la società è invece il pubblico, è il mondo”. Esiste una cattiva società, ma parlare di “cattiva comunità” è un controsenso. Definizione questa certamente interessante e attuale in una società moderna segnata dall’individualismo economicistico e da relazioni quasi esclusivamente “contrattuali”.

Secondo i sociologi “positivisti” dell’800 la “comunità” sarebbe stata tipica dell’era pre-industriale, la “società”, invece, dell’epoca industriale e non potevano che esaltarla, mentre Toennies aveva più simpatia per la prima, in ciò raccogliendo l’eredità di Rousseau. Questa rappresentazione dicotomica è a mio parere errata. Sul versante della comunità si ignora che in tutta l’epoca pre-industriale – quando indubbiamente l’80-90% della specie umana abitava in piccoli villaggi agricoli, borghi o piccolissime città – sono sempre esistiti organismi “superiori” che garantivano la tenuta complessiva delle società umane: imperatori, faraoni, re, scribi, filosofi, generali, sacerdoti, papi, chiese, imperi, grandi città e così via.

Negli ultimi decenni al contrario la rinascita delle esperienze comunitarie gode di svariate forme di autonomia. Vediamo una miriade di esperienze nel terzo mondo (comunità di base del Brasile, ecc.), e ancora dagli anni Sessanta il diffondersi del “neo-comunitarismo” in ambito anglosassone e non solo (comunità hippy e comuni), e alla soglia dell’epoca “post-industriale” l’emergere di nuove comunità etniche, e poi il proliferare di tante tipologie più o meno “settoriali”: comunità terapeutiche, di pratica, rancorose e operose, di cura, di democrazia attiva, territoriali, di vicinato, di villaggio, senza contare i movimenti neo-regionalisti e neo-federalisti, i biodistretti, le bioregioni…

Sul versante della “società” la crescita progressiva e tendenziale della monocultura dell’economicismo ha determinato una resistenza, un controcanto comunitario che ha accompagnato l’alternarsi, nella filosofia sociale e nelle società concrete, di quelle che con linguaggio territorialista potremmo chiamare le fasi di deterritorializzazione e riterritorializzazione. Fin dal Cinquecento abbiamo l’apparire dei sogni utopici di società “perfette” (Moro, Campanella e tanti altri inventori di un “paradiso perduto”). Nell’Ottocento, poi, non vi sono solo i tentativi effimeri di creare comunità operaie perfette adatte all’era industriale (Fourier, Owen), ma nasce dalla costola del movimento operaio la variante cooperativistica, che allude a una logica nuova, autogestionaria e di portata immediata, della lotta di classe.

Come influisce la globalizzazione sui modelli di comunità ?

L’era industriale ha teso a emarginare le forme storiche di organizzazione “comunitaria”, ma è poi scivolata in una visione dell’uomo e del mondo incentrata sulla competitività individuale e su valori puramente economicisti. Per questo oggi sta rinascendo un forte “bisogno di comunità”, il quale, anche se spesso si presenta come chiusura difensiva verso il mondo (le “comunità del rancore"), in realtà può alludere a nuovi percorsi di civilizzazione a condizione che vengano fatti salvi i principi della libertà individuale e di una democrazia comunitaria partecipata.

La globalizzazione, che si affaccia una quarantina di anni fa, pone il problema della crisi della grande narrazione della modernità, fatta di teoria dello sviluppo indefinito dell’industrialismo, di diffusione del modello liberal-capitalistico su tutto il pianeta, di “convergenza” di tutte le varianti e modelli socioeconomici nell’“unica” proposta incentrata su Stato, mercato, Welfare. Il dominio dei grandi capitali multinazionali e finanziari sovra-statali erode l’autonomia anche dei grandi Stati cosicché questi, per far fronte all’anarchia del “turbocapitalismo” determinata altresì dalle crisi ecologiche e dalla scarsità delle risorse, non possono che “scatenarsi” in una nuova gara per la ridefinizione degli assetti e delle nuove gerarchie della globalizzazione. Il mondo ha perso ogni capacità di “narrazione”, le “monoculture della mente” vengono profuse a piene mani, le società diventano “liquide”, i territori e le città frammentate. Le comunità dell’oggi, dunque, come protagoniste della ricerca di valori alti, di quella missione di una nuova narrazione che è stata per sempre abbandonata dai protagonisti “forti” del mondo contemporaneo.

Come si pone l’individuo in questa “dicotomia” tra “comunità” e società tradizionale ?

Un altro tema cruciale – e anch’esso di stretta attualità - nella riflessione sociologica è quello della presenza e ruolo dell’individuo che viene da una storia tradizionale societaria, nei processi decisionali della comunità. Anche il sorgere di nuovi movimenti sociali a scala globale non possono essere interpretati come una sorta di “nostalgia” dell’universalismo, una sorta di “anticomunitarismo”. Basti vedere il movimento no global di inizio anni Duemila e l’attuale movimento delle “tre effe” (Friday for Future). Entrambi hanno avuto e hanno senso se radicati in miriadi di pratiche locali.

Una cosa è certa: le migliaia e migliaia di comunità, vecchie e nuove, sorte negli ultimi anni un po’ in tutto il mondo, non si sognerebbero neppure di mettere da parte le volontà, le scelte, i contributi individuali, a meno che non si tratti di organizzazioni criminali o sette fuori di ogni controllo, o ancora delle “comunità del rancore” anti-immigrati. Basti accennare ad alcuni elementi decisivi in questo senso: la centralità della questione individuo/comunità nel “neo-comunitarismo” americano dagli anni Sessanta in o nelle elaborazioni di matrice libertaria, Bookchin per tutti; la sottolineatura delle libere scelte individuali nella costruzione di comunità di diverso tipo, anche di ispirazione religiosa e spirituale; l’elaborazione, a partire dalla grande esperienza basagliana in ambito psichiatrico, del concetto di empowerment che dalle comunità terapeutiche si è esteso a tutto l’ambito della “psicologia di comunità” e anche oltre, con l’importantissima teoria sul rapporti individuo/collettività come reciprocamente costitutivi ; ancora, tutte le pratiche di sviluppo di comunità e community building che ormai da qualche decennio hanno portato alla costruzione di molteplici “cassette degli attrezzi” nel campo della progettazione partecipata in ambito urbano, della democrazia partecipativa e deliberativa, delle metodologie di nuova democrazia che permettono di declinare molte forme di costruzione


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