Un buon 2014 per le startup di Città Studi

La Zona 3 è una delle punte avanzate italiane nella creazione di nuove imprese e lavoro. Con decine di iniziative promosse da giovani. E anche casi eclatanti come Job Rapido. Ma il quadro che Gianluca Dettori, coodinatore dell'Acceleratore d'Impresa di Via Rombon, descrive è asimmetrico: una grande domanda dai giovani, ma risorse pubbliche deviate nelle burocrazie regionali. ()
thumb2.phpLa zona 3  di Milano può divenire nel 2014 una terra di speranza concreta contro questa terribile crisi che ancora attanaglia l’Italia, e schiaccia la sua giovane generazione?

Può sembrare una domanda strana o persino strampalata. Una tranquilla zona di Milano, apparentemente, a prevalenza di ceto medio, un po’ attempato, certo patrimonalizzato ma non ricco. Eppure, se andiamo attorno a Città Studi scopriamo che sulla Zona 3 ruota oggi la più alta concentrazione d’Italia di startup (nuove imprese innovative fondate da giovani, quasi una cinquantina), sei aziende di coworking, tre incubatori d’impresa (Avanzi, Telecom, Politecnico). Il tutto a sua volta intorno a istituzioni di ricerca e universitarie (Politecnico e Statale) di prim’ordine, con duemila docenti, ventimila studenti e un sacco di giovani qualificati. Questa rete (non molto appariscente, e con circuiti di comunicazione suoi), in gran parte formatasi spontaneamente,  può essere un punto di traino fuori da questa terribile crisi? E come?

E quali punti di riferimento può assumere un giovane neolaureato per entrarvi in e magari vincere la sua scommessa sul futuro?

Per avere qualche risposta basta andare in Via Rombon 48, al primo piano di uno strano palazzo di Telecom Italia. Tanti anni fa quegli spazi erano affollati di decine di migliaia di cavi telefonici a cascata, e di armadi con lucine di commutazione in perenne ticchettio, per smistare telefonate. Oggi il palazzo ospita, in spazi separati, una centrale digitale ancora più potente, ma che occupa solo una piccola parte di un piano. Il resto è divenuto un centro per far nascere e crescere nuove imprese digitali, un cosiddetto Acceleratore d’impresa, parte di un progetto Working Capital di Telecom, che conta  da due anni a questa parte altri due investimenti analoghi, a Roma e Catania.

Negli spazi ristrutturati, colorati e ben arredati di Via Rombon squadre di giovani tecnologi, oltre una dozzina di imprese nascenti, discutono, stendono progetti, lavorano al computer. Il coordinatore è un vecchio del mestiere, Gianluca Dettori, uno dei primi imprenditori web italiani (con Vitaminic, sito del 1999, antesignano nelle comunità di nuovi musicisti online) e poi protagonista di quella particolare forma di finanza per l’innovazione (nulla a che vedere con la speculazione e i derivati) chiamata venture capital. 14 anni ininterrottamente sulla breccia, per Dettori, da giovane studente torinese a consigliere di più governi in tema innovazione. Migliaia di idee di impresa scrutinate, a volte rigettate, a volte rifinite, a volte anche accettate e finanziate. Ma Dettori, forse per questo, ha ancora lo spunto del 99. Quando ebbi il piacere di conoscerlo.

 “In un anno qui sono arrivate la bellezza di tremila domande per fare startup. Un’enormità, una cosa mai vista – esordisce Dettori – C’è una generazione in movimento che cerca di inventarsi il lavoro, piuttosto che andare all’estero. A 30 progetti gli abbiamo dato un assegno da 25mila euro. La metà di questi hanno avuto un programma di accelerazione. Qui a Milano, Roma o Catania. Un programma partito a giugno e conclusosi a fine novembre. Dove li aiutiamo a scrivere il business plan e a presentarsi agli investitori. Alla fine dieci hanno trovato i propri investitori, con circa un milione di euro immessi nelle startup”.

C’è stato un tasso di selezione notevole. Come avete fatto a selezionare ben 3mila idee d’impresa?

"In otto persone ci abbiamo messo una settimana buona. Una prima tornata è stata a maggio con 700 domande e la seconda in giugno con 1300. E’ stato un segnale evidente per cui con l’intensificarsi della crisi aumenta la domanda di startup.

Sedici anni fa quando cominciai ad occuparmi di imprese innovative si viaggiava a una media di dieci business plan all’anno. Adesso è un fenomeno pazzesco. E’ esploso negli ultimi 5 anni. Con Working capital abbiamo coinvolto su Facebook circa 70mila giovani".

Come è nato questo programma di accelerazione d’impresa?

"Telecom ha solo tolto un paio di anni fa la sponsorizzazione a una barca a vela. Circa 100 milioni. E con questi fondi ha costituito working capital, con circa 5 milioni. Posizionandosi su circa 150 investimenti, quasi tutti per lo sviluppo del digitale. Ne ha ricavato anche benefici diretti e indiretti. Dalla rete di Working Capital sono nati nuovi servizi Telecom, per Impresa Semplice, per Cubo Musica. E poi vi sono i casi di successo conclamati, come Eccecustomer, software per la gestione di clienti su social networks, che è passata dal nostro programma, poi ha fatto un primo giro di finanziamenti (round) da 15 milioni con il venture capital americano e ora ne sta facendo un secondo da 30 milioni. E’ un’azienda che ormai gestisce milioni di contatti su Facebook. Anche le risorse umane di Telecom se ne sono avvantaggiate. Con immissioni spesso di giovani molto brillanti".

Il trend in atto è spiegato dalla crisi. Ma c’è dentro anche una componente positiva?

"La capacità di produrre talento non è che sia calata con la crisi. Non essendoci lavoro, certo, ce lo si inventa. Circa il 2% degli italiani vuol fare comunque l’imprenditore. E’ un dato statistico piuttosto stabile. Sono 60mila imprenditori, che possono dar lavoro a tutti gli altri.

Noi lavoriamo in questo 2%, lo selezioniamo, cerchiamo di capire il vero grado di motivazione dei potenziali imprenditori. Ce ne vuole tanta. Ma non pochi ce la fanno. D’altro canto sono supportati, seguiti, gli viene data loro visibilità, ci sono investitori, c’è un mondo che piano piano abbiamo creato. Che li aiuta e li sostiene".

Non siete pochi? Tra fondi di venture capital, incubatori imprenditoriali e acceleratori le realtà davvero attive in Italia si contano sulle dita di una mano…

“Sì, ed è imbarazzante. Delle tremila domanda si sa solo nel nostro mondo. Fuori non se ne parla. Non se ne parla sui giornali né sui media. E se ne parla è spesso a sproposito. L’agenda culturale italiana è stata plasmata dalla televisione. A parte il nostro mondo l’Italia questo fenomeno non l’ha visto, se l’ha visto non lo ha capito, e quando se ne tratta considera anche il nostro linguaggio estraneo, folcloristico. Non ha capito che facendo uno sforzo per capire entrerebbe nel futuro dei propri figli.

Certo, tra quei 3mila progetti ci sono anche minchiate, gente fuori di testa, ma anche idee valide. E poi questo tipo di processo selettivo si fa da molti anni e funziona. E’ normale. Noi apriamo sempre una cartella “Casi umani” che si riempi più o meno per il 10%. Ma è una minoranza.

Il problema è che siamo davvero troppo pochi. In Italia abbiamo statistiche da vergognarci. Rispetto alla media degli altri paesi europei siamo dieci volte sotto in termini di investimenti in nuove imprese innovative.

La media europea è lo 0,02% del Pil e noi siamo allo 0,002%.

In Danimarca il gap arriva a 35 volte. Dove si arriva a 0,8. E in Usa sull’Europa c’è un altro gap di dieci volte. Non è solo una questione di soldi, ma di un sistema intero che non funziona.

Il venture capital (Vc), dai fondi grandi degli anni 90 che investivano capitali massicci in aziende come Apple per ricavarne dieci o cento volte pochi anni dopo, si è peraltro evoluto. Tutta la nuova generazione di Vc assomiglia molto a quello che facciamo qui. Head hunting, sviluppo di imprenditorialità, un vc più orientato a formare gli imprenditori, che soltanto finanziario. Più vicino all’incubazione, all’accelerazione. Al rapporto con i ragazzi, alla formazione.

Oggi la partita si gioca sugli imprenditori. Specie qui dove lavoriamo sul digitale. La barriera all’entrata per un’azienda innovativa su internet si è drasticamente abbassata. La produzione di software è immateriale. E persino servizi chiave come il marketing ora si fanno via rete, con l’acquisizione clienti via piattaforme come Google o Social networks.

Prima c’era perdita di imprenditorialità, nella catena prevalentemente finanziaria. Prima se un grande venture capital si ritirava si chiudeva tutto. Oggi in ballo vi sono capitali più leggeri, e il processo di decollo dell’azienda è più architettato e seguito”.

Lambrate, ha qualche rilevanza?

“All’inizio no, era solo una location. Poi abbiamo cominciato a interagire con il quartiere. Facciamo continuamente eventi, ogni settimana, l’innovation lab di Roma, i makers, con i bambini,  sul crowdfunding, poi conferenze di esperti… stiamo coinvolgendo il popolo giovane di Città Studi”.

Coworking. Fornite anche questi servizi?

“Lo facciamo gratis. Abbiamo ospitato qui una decina di startup che ci piacevano. Poi alcune di loro hanno trovato gli investitori”.

Quali sono le cause di questa assurda sproporzione tra una crescente domanda di nuove imprese e un’offerta di servizi al lumicino?

Considera che il Venture capital in Italia è crollato nel 2000, con la bolla internet. Però poi all’estero, in alcuni paesi anche con l’aiuto pubblico, si sono ripresi e sono andati avanti. Sono nate Facebook  e altre. Invece in Italia è rimasto come allora, vaporizzato.

Sei anni fa sono partito io con Elserino Piol (il fondatore del venture capital in Italia) con una piccola holding per fare alcuni investimenti. Poi si sono aggiunti un po’ di amici e abbiamo costruito un fondo. Sei anni fa credo di aver guardato in tutto circa cento dossier. Quelle erano.

Solo nel 2005 con il programma Working capital di Telecom c’è stata una piccola ripresa. Poi però la cultura della startup tra i giovani ha ripreso a crescere.

Da cento a tremila. Ma non è solo un fatto numerico, è anche un aumento qualitativo. Oggi i business plan sono diversi. Allora si faceva davvero fatica a trovarne qualcuno su cui investire. Ora è il contrario.

Questa generazione è veramente molto più preparata, si informa su Internet, usa il passaparola, è ben più attenta. E poi ci sono casi di successo. Da imitare”.

Quali?

“In uno dei primi nostri eventi, nel 2005, era passata una startup, Jobrapido, finanziata da due amici con 200mila euro, che ha preso piede e poi è stata venduta a 300 milioni di euro. E’ oggi più grosso motore di ricerca per annunci di lavoro al mondo. Acquistata dal gruppo editoriale inglese Daily Mail. Un giovane pugliese, Vito Lomene, già tre anni fa faceva 25 milioni di ricavi e 6 milioni di profitto netto. Quando Vito si licenziò dal suo posto precedente lavorava prima in cucina e poi in uno scantinato. Ora ha una sede in centro a Milano, con oltre un centinaio di ingegneri assunti. E ha creato una forte quantità di lavoro.

Poche settimane fa c’è n’è stata un’altra nel biotech di Milano. Una cessione che ha superato  la bellezza di 400 milioni di dollari. Una startup, la Eos, in cui aveva investito il fondo Principia.

Se l’è comprata Il gruppo Clovis, leader mondiale nelle terapie anticancro, direttamente interessata ai farmaci antitumorali sviluppati dalla startup. 200 milioni subito e 200 earn-out. Ovvero al raggiungimento degli obbiettivi previsti.

Al ministero del Tesoro e al Cnr, che hanno investito inPrincipia, ora inaspettatamente torneranno indietro i soldi moltiplicati. Principia è stato il primo esperimento governativo di venture capital dopo la bolla, nel 2002.

400 milioni per un’azienda di ricercatori italiani? Ma ci rendiamo conto che una notizia così, da prima serata sul tg1, non è stata passata da nessuno? Che in Italia la tv e i media non sanno che dirci solo certe cose?

E ce ne sono altre di startup italiane di successo. Alcune sono state finanziate all’estero e poi sono  andate via.

Trovare finanziamenti “forti” in Italia è infatti difficile, costano centinaia di incontri. All’estero no. Non è come ai tempi della bolla del 2000, ora in Italia c’è una selezione persino eccessiva.

Allora il fenomeno era guidato dai soldi, dalla possibilità di farsi ricchi rapidamente. Oggi in primo piano è ilo lavoro. Ci sono dei team che lavorano da più di tre anni dentro il loro progetto, ancor prima di aver visto un solo cliente".

Se il clima è questo, avrebbe senso pompare un po’ di risorse pubbliche in questo sistema?

“Certamente sì.  Oggi, su base europea, l’Evca stima che il 40% dei fondi che finiscono nelle startup sia pubblico. In Finlandia, per esempio, è un’attività di sistema. Noi abbiamo un piccolo fondo, quasi completamente saturo, con 19 investimenti. In questi tre anni, 4 aziende le abbiamo già vendute e 2 sono andate male. La somma di quelle esistenti hanno fatto 200 posti di lavoro con 25 milioni di euro di ricavi aggregati.

Questo, per uno Stato, significa che avendo investito quello che abbiamo messo noi ci avrebbe già guadagnato in termini di fiscalità aggiuntiva.

Le aziende partono, assumono. E questo calcolo vale per tre anni, proviamo a pensare a dieci anni.

Ha senso pensare al pubblico. Anche perché c’è una sorta di deformazione della finanza per cui questo tipo di investimento non riceve la necessaria attenzione da parte degli investitori. Si tratta di cifre troppo piccole.

Per dire. In Usa i due maggiori partecipanti al venture capital sono i fondi pensione dei dipendenti dello stato della California e dei pompieri di New York. Per piccole quote dei loro asset.

Sono soggetti che devono guardare avanti anche di decenni. Ma tra decenni queste startup saranno grandi aziende, che pagheranno tasse e contributi.

In Filandia hanno stabilito che i gestori di fondi devono mettere un tot percento nel Vc. Anche quote piccole.

C’è un’assimmetria del mercato. Il venture capital è piccolo, lungo, complicato. Gli operatori preferiscono mettere i soldi a breve nei facili derivati. Ma lo stato può correggere questo.

Basterebbe poco. Lo 0,5% su 800 investitori istituzionali in Italia. Una quota piccola. In Francia questo ruolo di impulso è esercitato dalla Casse de Depots, la banca pubblica. In Gran Bretagna, attraverso le lotterie, dalla Nesta, un’agenzia che si occupa del social innovation. E finanzia startup ad impatto sociale, non immediatamente per il profitto.

Già il governo Monti ha fatto un quadro normativo sulle startup mica da ridere. Abbiamo una delle legislazione più avanzata in materia. Nel decreto ci sono sgravi fiscali, regolamentazione del crowfunding, procedure fallimentari semplificate, possibilità di emettere stock options defiscalizzate. Non poco.

Quando si è passati ai soldi tutto però si è vaporizzato. Anche se il pacchetto Monti prevedeva lo strumento più usato nel mondo in questo campo: il fondo di fondi.

Quando sono arrivati all’approvazione del decreto i soldi sono saltati. Ora Letta ha riproposto il fondo di fondi, in destinazione Italia, ma siamo ancora in ballo".

Nonostante questo buco perdurante il clima ti pare migliore di anni fa?

“Siamo in controtendenza con il clima generale depresso di oggi. Oggi stanno decollando le startup dal 2008 al 2012. Questi sono decisamene anni interessanti.

Queste aziende appena ingranano hanno una fase iperbolica. Come Sardex, una moneta complementare sarda con credito peer to peer e stanza di compensazione. Il primo anno con 50 aziende nella rete, abbiamo transato centomila euro, il secondo anno due milioni e mezzo, e ora viaggiamo a 1,8 al mese, l’anno prossimo puntiamo ai 35 milioni e ora stiamo clonando in altri punti d’Italia, su altre monete complementari. E puntiamo al miliardo.

Aggiungo che i nostri sviluppatori sono più bravi degli americani. Ho seguito due startup gemelle. Una oggi fa logistica sulla rete con gli americani, l’altra fa e-commerce a chilometro zero, Cortilia, per ora serve solo Milano. Puoi comprare il fresco dalle cascine intorno.

Pur in presenza di un sistema Italia avverso si sta quindi riversando in questo filone delle startup il meglio del capitale umano italiano e sta mostrando dei risultati significativi.

Il sistema avverso si nasconde anche dietro di chi in pubblico predica per l’innovazione e poi usa i fondi per tutt’altro?

“C’è un problema di moloch amministrativo. Non è possibile che un decreto di due anni fa resti ancora inapplicabile, perché non si sbloccano gli incentivi fiscali?

La volontà c’era. A tutti i livelli. Manca l’attuazione. I soldi pubblici per l’innovazione ci sono, e sono tanti. Il problema è che sono spesi male. Fanno dei bandi per smart estate, per costruire, con 190 milioni. Con un grosso bonus per le startup a sportello.

Ma noi con 190 milioni di euro faremmo ben altro. E il pallino grosso sta nelle regioni. Qui la spesa con etichetta innovazione è seconda solo alla sanità. Un autentico fiume di denaro. I parchi tecnologici, oltre cento incubatori per l’Italia. Italia Startup ne ha fatto il censimento. Cento incubatori e cento startup finanziate dal venture capital. Una per incubatore, se va bene. Ridicolo.

Si potrebbe fare di più e meglio. Il decreto prevede una prima certificazione degli incubatori. I soldi quindi ci sono ma oggi sono usati per creare burocrazie dell’innovazione.

Ci sono anche le eccezioni, certo. Come la Regione Puglia che ha fatto il programma Principi Attivi per l’occupazione giovanile, e ne sono nate startup come Blackshape. Leader mondiale negli aerei superleggeri”.

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Eccoci alla fine del lungo percorso seguito con Dettori. La conclusione è abbastanza illuminante. L’Italia nel 2014 potrebbe davvero fare un salto in avanti nella creazione di lavoro. Se si pensa alle 3mila domande di nuova impresa piovute nel 2013 su Città Studi contemporaneamente sia su Avanzi (nell’ambito di un bando Expo 2015) che su Working Capital. “Abbiamo avuto tanto imbarazzo nelle scelte”, è forse la frase chiave di Dettori. Solo poche decine infatti sono state selezionate. E’ facile immaginare lo spreco di speranze e di capitale umano che silenziosamente si è consumato, e non per colpa degli incubatori milanesi. No. Perché e’ altrettanto facile pensare che ai fondi pubblici, italiani e europei, immessi nelle nuove “cattedrali nel deserto”, i cosiddetti incubatori regionali. Quasi tutti vuoti di reali attività innovative. Ma pieni di posti garantiti. Se questi fondi fossero indirizzati correttamente verso chi questo cruciale mestiere lo fa sul serio, potrebbero quindi, anche a breve termine, completamente cambiare la situazione. E sarebbe bene che Città Studi prendesse coscienza di questa opportunità. Facendosene parte attiva. Un tema nascosto, ma vitale per il futuro di tutti.

 

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La prima puntata sugli incubatori e il coworking la trovate qui    Via Ampère, Bikes of Fire

La seconda puntata è dedicata a  Piano C, una statup per aiutare le mamme

La terza puntata è sulle sei aziende di coworking della Zona 3 - Una rete anticrisi


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