Fatto l’inganno varata la legge

La “riforma” Moratti è stata approvata dopo le rettifiche indicate dai Ministeri. ()
rugabellaIl 10 maggio il Consiglio Regionale, o meglio la sua maggioranza di Centro Destra, ha ri-approvato la legge 22 approvata nel dicembre 2021 che nulla cambia rispetto alla precedente che tanti danni aveva fatto. Ma che cosa era successo?
Chi sperava che il Governo di fronte alle evidenti tracce di incostituzionalità nel testo rinviasse alla Regione la legge è stato totalmente deluso. Ben quattro Ministeri avevano espresso varie riserve, rimpallandosi il compito di dire esplicitamente che questa legge non rimediava le magagne della legge 23 (“legge Maroni” sul solco della precedente di Formigoni!), ma anzi le peggiorava.
Alla fine il Governo con la presenza al suo interno di una forte componente di centro destra non poteva e non voleva sconfessare l’opera della Giunta Fontana Moratti. Così i Lombardi si trovano ancora in un sistema sanitario “riformato” basato ancor più sulla concorrenza pubblico privato e sul diritto di libera scelta.

Come se nulla fosse
La notizia di questa “novità” non ha avuto eco sui giornali e nemmeno ha sconvolto i cittadini anestetizzati da altri timori determinati dalla guerra in atto, dalle prospettive economiche ed anche dal perdurare del Covid 19.
Anche i più attenti sono stati confusi dall’incessante propaganda della Vice Presidente Moratti che ovviamente ha visto il definitivo successo della sua proposta, adesso chiamata “riforma”, mentre prima veniva chiamata pudicamente “evoluzione”.
Leggiamo dalla stampa (QdS): “Con la conclusione positiva della vicenda, ha quindi osservato Moratti, “ora abbiamo una legge pienamente vigente che ci consente di proseguire l'opera che abbiamo già iniziato di messa a terra della riforma”. Quelli del Governo, ha poi tenuto a ribadire l’assessore, “sono stati essenzialmente rilievi tecnici”, perché l'esecutivo “ha approvato nel suo complesso la riforma, erano solo necessari degli aggiustamenti”.

Numeri sbagliati
Nella legge, fa poi sapere Moratti, "abbiamo precisato che abbiamo certezze di risorse (1,2 mld dal PNRR e 800 milioni dalla Lombardia) e certezze di tempi. Il 40% delle strutture territoriali sarà realizzato nel 2022, un ulteriore 30% nel 2023 e un altro 30% nel 2024. Un raddoppio delle cure domiciliari rispetto all'attuale livello”.
A parte che nella foga sbaglia a dare le cifre nel senso che fa apparire che i fondi siano tratti dal Bilancio Lombardo (in verità dal PNRR verranno circa 800 milioni mentre i 1, 2 miliardi sono fondi statali già stanziati per le opere di edilizia e di aggiornamento tecnologico).

Inaugurazioni a raffica
Dunque Penelope instancabile tesse e rappresenta uno scenario roseo riprodotto con le numerose inaugurazioni delle Case di Comunità, degli Ospedali di Comunità ecc. Tutte le provincie Lombarde hanno visto in questi ultimi 50 giorni la sua soave presenza nel varare Case di Comunità a Varese, Bergamo, Pavia, Cremona, Sondrio e non ultima Brescia. In tutto una trentina di strutture con foto ricordo e cartelloni standard. Se stiamo ai numeri entro il 2022 saranno inaugurate un'altra trentina. Giusto giusto per fare di questa transumanza la base della propria campagna elettorale. Povero Amintore Fanfani (per i più giovani: noto personaggio politico democristiano) che molto probabilmente osserva crucciato e invidioso dall’altro mondo. Lui, che nel 1961 divenne famoso perché in tre giorni riuscì a inaugurare molte aziende agricole calabresi con le stesse mucche spostate.
Povero Bertolè che è stato denunciato dai leghisti per avere messo una sua foto un po’ grande a tutto busto su un manifesto comunale. Povero dilettante. Letizia, ci sia permessa la confidenza, forte della sua esperienza in RAI e al Ministero dell’Istruzione oltre che come manager di banche e di società assicuratrici (forse ancora di proprietà) dimostra al mondo come si rappresenta la realtà o meglio la fiction.

Annunci roboanti
Alla fine il cittadino si chiede ma al di là degli intenti propagandistici tutto questo “rinnovamento” cosa cambierà nella qualità e quantità dell’assistenza sanitaria? Se lo stesso si attarda a guardare i cartelli esposti ad esempio nella prima Casa di Comunità di Via Rugabella (al centro di Milano) vede praticamente l’elenco dei servizi che c’erano prima (ambulatori specialistici, scelta medico, ecc.) con l’aggiunta di presenza di un infermiere di comunità, un infermiere cardiologico ecc. molto o quasi tutto su prenotazione. Sul cartello si vede anche l’elenco dei servizi che verranno assicurati sette giorni su sette, 24 (ore) x 24: un punto unico di riferimento per la tua salute - una valutazione a 360° del tuo bisogno di salute grazie ad un team di professionisti medici e sanitari - un percorso di cure personalizzato - l’accesso integrato all’assistenza sanitaria, sociosanitaria e socioassistenziale - la presa in carico delle cronicità.

Tanta roba. Quasi da non credere ma tanto, avranno pensato gli zelanti estensori , mica la gente può capire quali sono i suoi diritti e come esigerli. Conta la rappresentazione non la realtà di quello che ognuno vivrà quando avrà bisogno di cure garantite dalla Carta Costituzionale. È vero che il cittadino lombardo è grande e “vaccinato” nel senso che già ascoltò il predecessore della Moratti, l’indimenticabile Gallera che aveva promesso cure personalizzate per tutti gli ammalati cronici lombardi.

Tanto rumore per nulla
Ora la Giunta del Fontana ci riprova però con nuove forme. Per provare che non sono “balle” la nostra Onnipresente è scesa anche negli “inferi cittadini” per portare la lieta novella. In Piazza Selinunte, al centro del quartiere abitato dai più bisognosi e deprivati (e dimenticati) abitanti, ha inaugurato un ambulatorio socio-sanitario (solito cartellone) dichiarando che l’iniziativa è stata concordata con l’ALER (Ente Regionale amministratore dell’edilizia popolare) per creare in quattro cinque blocchi di case popolari altrettanti ambulatori. Anche qua grande codazzo di consiglieri di maggioranza, il Presidente dell’Aler, giornalisti, fotografi e poi articoli sul giornale. Buon risultato per la sua immagine mentre gli abitanti speranzosi nei giorni successivi hanno visto un cartello minuscolo che indicava la presenza di un infermiere un’ora al mattino e un ora al pomeriggio.

Nove distretti per nove Municipi
Intanto, la Giunta Comunale sembra che abbia deliberato gli spazi messi a disposizione per le Case di Comunità, alcuni su sollecitazione dei Municipi e degli abitanti. Ma per la Zona tre nulla di fatto.
Bisogna accontentarsi del due per uno, ossia di una Casa di Comunità in due sedi, per un totale di 142.000 persone.
C’è poi una novità decisa a fine di marzo: la creazione sulla carta dei nove distretti sociosanitari che coincidono con i nove municipi. Di queste strutture territoriali, che dovrebbero coordinare tutta l’assistenza territoriale dai Medici di Base, ai Consultori, all’assistenza domiciliare e le Case di Comunità non si sa nulla. In teoria le ASST dovrebbero nominare il direttore, stabilire la sede e il personale clinico e amministrativo.
Senza Distretto funzionante la situazione rimarrebbe quella attuale dove ogni entità funziona senza un coordinamento territoriale.
Ma alla fine questa nuova legge ha rimediato una delle principali carenze della norma precedente?
Gli esegeti della Regione diranno che molte sono le innovazioni. Prima tra tutte appunto la ri-creazione del Distretto.

Pregi e difetti
La mia convinzione è che la nuova legge non è una riforma, né un miglioramento del Servizio Sanitario Lombardo. Anzi il modello lombardo è stato confermato in tutti i suoi pregi (pochi) e difetti (molti).
È stato inserito in varie parti un principio esplicito foriero di ulteriori preoccupanti sviluppi: l’equivalenza tra pubblico e privato. “Tra strutture pubbliche e private” dicono i teorici del modello (sviluppando quando già detto da Formigoni e Maroni) “ci deve essere una sana competizione, per cui devono essere sullo stesso
piano”.

Da cittadino a cliente
Il cittadino, in analogia a quanto succede nel mercato delle merci e dei servizi, ha la libertà di scelta e dunque determina il miglioramento della qualità delle cure. Affascinante ragionamento che ormai è entrato nel senso comune ma anche tra il pensiero dei partiti progressisti. Molti convinti che il privato produca prestazioni (merci per la salute) in maniera migliore e più efficiente. Questa idea non è verificata da dati in quanto i risultati in termini di miglioramento di salute o di contenimento delle patologie non sono conosciuti e resi conoscibili. Così bisogna solo credere non verificare.
Il cittadino è contento di essere trasformato in cliente ed è soddisfatto di questo sistema sanitario dove chi governa vuole sempre di più delegare il compito del curare la popolazione al privato?

Il “quasi mercato” della salute
A chi vede in termini positivi questo processo di privatizzazione istituzionalizzato maggiormente nella legge 22 troverà oltre al principio pluri-citato della equivalenza, larghe basi per un allargamento della delega dei poteri alle entità private profit e no profit. Il “quasi mercato” ipotizzato teoricamente e incensato come meccanismo distributivo ottimale può dargli la libertà di scelta teorica.
Già nella realtà messa sotto il tappeto dalla propaganda regionale ognuno di noi non può più scegliere il medico di base perché non si è programmata la loro formazione in tempo. Tuttora le liste di attesa non riescono ad essere accorciate e fatte ritornare almeno al periodo pre-pandemia.

Mi sia permessa una ampia citazione da un libro recentemente tradotto in italiano, “Privatocrazia”, dove si mette il nuovo welfare gestito dal mix pubblico privato sotto una lente qui da noi ignorata. Nell’introduzione ho letto: “Il secondo capitolo si incentra sul problema che la privatizzazione pone in termini di «rappresentanza democratica», attraverso una discussione su un nuovo modello di welfare che vede pubblico e privato, spesso sotto forma di organizzazioni senza scopo di lucro, come co-responsabili per la giustizia sociale e co-gestori della cosa pubblica. Interrogandomi su cosa voglia dire parlare, decidere e agire «in nome del» pubblico, cercherò di dimostrare che i privati, for profit o no profit che siano, sono incapaci di rappresentare il pubblico nelle loro azioni. Il loro operato, quando vengono chiamati a svolgere funzioni pubbliche significative, rimane dunque deficitario dal punto di vista della legittimità democratica”.

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