Che fretta c’era…

Case di Comunità. Inaugurazioni in pompa magna, ma quale servizio “equo ed integrato” offriranno davvero? E a chi andrà la loro gestione? E come sono utilizzate le ingenti risorse che arrivano da Roma? ()
inaugurazioneChe fretta c’era… Signora Moratti d’inaugurare tutte queste Case della Comunità, spesso solo scatole vuote, spesso solo ambiti già utilizzati, riverniciati con tappezzeria di manifesti verdi. “Anche i gatti lo sapranno” (citazione di una poesia di Pavese) che siamo solo al inizio di questa Moratteide, di questo incessante girovagare, con decine di tagli di strisce di verde padano. Di questa folla di autorità compiaciute poiché il proprio comune è stato scelto quale sede di una delle duecento e più nuove strutture sanitarie.

Al via la campagna pre-elettorale

Scorrendo i social la si scorge a volte accompagnata dal Fontana terrorizzato da questo iperattivismo della sua vice, invidioso dell’energia perché della bellezza sa di non avere partita.
Il 24 febbraio incursione nella Bergamasca: Città dei Mille, Gazzaniga e Calcinate.
Intervistata dalla TV locale assicura che la Casa di Comunità garantirà servizi di prossimità: “Si tratta di un nuovo step per una sanità più vicina ai cittadini. Maggiore e migliore presenza dei presidi sui territori, prestazioni puntuali per i bisogni di salute di chi potrà ricevere cure efficaci evitando di recarsi negli ospedali della sua zona è l’impostazione data al potenziamento della sanità lombarda. Potenziamento che ha, appunto, tra i suoi perni l’istituzione delle Case e degli Ospedali di Comunità “.
“Le Case che abbiamo inaugurato e che inaugureremo – ha detto la vicepresidente Moratti – sono dei presidi sanitari operativi e concreti con servizi attivi per il territorio. Non si tratta solo di un momento formale, ma di attenzione verso chi continua a lavorare per assicurare agli utenti prestazioni di qualità. Ringrazio pertanto chi opera all’interno delle Case e degli Ospedali di Comunità, strutture previste dalla legge di potenziamento della sanità lombarda al servizio del territorio ed alla portata dei cittadini.”

Diciamo la verità
Si sa che il confine tra la verità e la propaganda è sempre infranto dalla seconda se non viene difeso dalle informazioni. Qui veramente la Lady di ferro (come la chiamavano all’epoca del suo Regno a Milano) esagera: le Case di Comunità sono state istituite da una legge nazionale che prevede l’impiego di una serie di finanziamenti definiti nel Piano Nazionale e non dalla legge di “potenziamento” regionale.
La Regione al momento non sta tirando fuori un euro se non per fare i nuovi cartelloni e pagare chi ha fatto il logo. Di nuovo personale che dovrebbe fornire vecchi e nuovi servizi sanitari non se ne vede l’ombra.

Dalla Regione solo una minima parte delle risorse
Questo aggiudicarsi di meriti altrui è una caratteristica della Giunta Fontana. Da mesi sta ripetendo che ha stanziato 2 miliardi per la sanità. La Regione secondo questa leggenda avrebbe con fondi propri predisposto un Piano massiccio d’investimenti per rammodernare e potenziare il Servizio Sanitario Regionale.
I soldi ci sono, ma solo un centinaio di milioni provengono dalle casse regionali. Il resto sono parte del piano di investimenti deliberato da Governo in vari anni. È una ossessione della Giunta lombarda di ieri e di oggi magnificare le capacità amministrative e di spesa per il bene comune anche quando le risorse provengono dall’odiato Stato centrale.

Autonomia regionale…
La maggiore autonomia è l’altro chiodo fisso. Il governo attuale ha come Ministro del rapporto con le Regioni, la forzista Gelmini che è pronta a riaprire la questione dell’autonomia differenziata. È probabile che dobbiamo ringraziare lei se la legge 22 è passata indenne nonostante le decine di conflitti con la legislazione nazionale segnalati da ben quattro ministeri.

Altro segnale di questa usurpazione di meriti è avvenuta nel giorni scorsi: il Governo stanzia 500 milioni e li distribuisce alle Regioni per la riduzione delle liste di attesa (…incremento fabbisogno sanitario per complessivi 478.218.772 euro finalizzati a sostenere gli oneri per il ricorso in maniera flessibile da parte di regioni e province autonome a strumenti straordinari riguardanti prestazioni aggiuntive in ambito sanitario per il recupero dei ricoveri ospedalieri che non è stato possibile assicurare durante l'emergenza epidemiologica COVID-19 e per le prestazioni di specialistica ambulatoriale e di screening).
La quota assegnata alla Regione Lombardia di circa 84 milioni che, guarda caso, nei vari discorsi inaugurativi diventano stanziamenti per iniziativa della Regione Lombardia.

… e coinvolgimento del privato
La Giunta fa di più perché vuole applicare la sua legge (22) che vuole il coinvolgimento del privato nell’impresa di ridurre le liste di attesa e gli assegna una quarantina di milioni del finanziamento statale. La delibera in questione è di dieci giorni fa (n. 6002).
Per le strutture pubbliche vengono fissati degli obiettivi per le aree: chirurgia programmata, con particolare riferimento all’area oncologica, diagnostica strumentale e screening. Indicazioni generiche che sono ancora più vaghe per le strutture private.

Che cosa ne pensano i medici di medicina generale?
La diuturna attività della Giunta e la sequela delle inaugurazioni non sembrano avere colpito favorevolmente la categoria dei Medici di Medicina Generale. Rossi, segretario dello SNAMI, ossia del loro sindacato tra i più rappresentativi, in un comunicato di fine febbraio ha sbottato: “..penso che l’Assessore, invece che tagliare nastri e passare da una inaugurazione all’altra e da una visita pastorale all’altra, dovrebbe meglio impiegare il suo tempo (peraltro pagato dai contribuenti), magari andando a vedere come si lavora davvero, e tanto, nello studio di un medico di famiglia. Oppure occupandosi della rete informatica lombarda che fa acqua da tutte le parti. Oppure del proclamato collegamento ospedale-territorio, tanto invocato a parole quanto fallito nella sua applicazione pratica. Non dimentichiamoci che questa è una regione in cui, mentre si ricevono dei medici di famiglia (per prenderli in giro?) rassicurandoli in merito all’eccessivo carico burocratico, si getta su di loro, contemporaneamente, discredito e si progettano ogni giorno, letteralmente, nuovi portali da compilare, nuovi certificati, nuove incombenze…

L’uso delle risorse

L’uso delle promesse e delle risorse ai fini elettorali è un male atavico che non sembra più creare il minimo sdegno. Formigoni mandò carte sanitarie a milioni prima delle elezioni quando le aveva già distribuite due anni prima. Distribuzione con lettera sottoscritta dal Celeste. Altra letterina in tre milioni di copie la spedì il Gallera. Il mai dimenticato Assessore organizzò la spedizione a tutti i presunti cronici lombardi. La missiva conteneva un bellissimo depliant illustrativo delle meravigliose opportunità date agli assistiti se si fossero fatti arruolare da gestori per avere un miglioramento della propria vita ed un incremento della tutela assistenziale. Non so se il 10% dei destinatari che accolsero l’appello siano soddisfatti da questo “regalo” che comporta per la Regione un distacco ogni anno di assegno di 150 milioni. A chi? Per cosa? Questa è un’altra storia che i miei venticinque lettori leggeranno forse un dì.

Oltre la prima pietra
Alla fine tutte queste nuove strutture, al di là dei meriti e le prime pietre e i nastri verdi, serviranno o no? Vale la pena la guerra dei bottoni per averla nel proprio Comune o Municipio? Ritengo di sì ma non bastano mattoni e brindisi. L’altro giorno un Medico in un convegno ha spiegato cosa è successo a Piacenza dove da anni esistono le Case della Salute. Ha descritto il percorso per fare in modo che non siano “poliambulatori” dove ogni medico difende il suo spazio particolare ammantato dalla sua specializzazione.

Integrazione ed equità
Oltre il Po ci hanno messo più di dieci anni per riuscire a fare veramente una Casa dove alla convivenza è subentrata la collaborazione tra le varie figure professionali. Le due parole che ha usato spesso erano: integrazione e equità.
Integrazione tra i vari servizi sanitari sociosanitari e sociali evitando che il cittadino debba preoccuparsi di essere lui stesso il collegamento tra i professionisti. Per cui cartella sanitaria unica. Il luogo, la “Casa” può essere la sede di questi servizi; ma non è detto, l’importante è creare ponti e comunicazione e soprattutto anche senso di appartenenza da parte dei fruitori se non di tutta la cittadinanza. Il Comune, le associazioni locali giocano un ruolo decisivo in questo processo di coesione d’intenti. “Non è tutto semplice”. Ha avvertito il Direttore del coordinamento Case della Salute. Nulla è scontato.

Tanti interrogativi, tanti dubbi
Sentendo questa testimonianza mi sono chiesto “Ma perché in Lombardia non si sono fatte le Case della Salute?”. Eppure Emilia Romagna, Toscana ne hanno istituite un centinaio ciascuna. Altre Regioni vedono più tormentate esperienze. Con quali soldi che pur non mancavano per la Lombardia? Il finanziamento per questo era finalizzato. Erogato dallo Stato ogni anno per obiettivi appunto finalizzati ossia circoscritti il cui raggiungimento doveva essere documentato. Ancora oggi questo finanziamento suppletivo fa giungere 200 milioni alla Lombardia, quota di 1500 milioni complessivi. Uno degli obiettivi era “potenziare le cure primarie o l’assistenza territoriale”.

Una storia già vissuta
La storia di come sono stati utilizzati questi soldi legittimamente esigerebbe una lunga analisi e descrizione. La scelta di non iniziare nel 2010 (o giù di lì) la costruzione delle Case della Salute è stata una scelta cosciente e politica. In questi anni il territorio è stato invaso da centinaia di strutture private. Forse era per questo che non furono fatte.

Nel 2015 la legge 23 prevedeva dei succedanei: i POT e i PRESST. Nelle dichiarazioni di allora Maroni le magnificò come le Case della salute in salsa lombarda. Bene tutti gridarono. Con cuor contento tutti rimasero in attesa delle nuove “case”. In 5 anni ne costruirono una decina o meglio misero cartelli a vecchi poliambulatori. La storia si ripete ma spesso è solo una farsa.

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Re: Che fretta c’era…
03/03/2022 rita campioni
Grazie per questo intervento chiaro e che dà un'idea precisa di quello che sta accadendo in Lombardia. La cosa preoccupante è che questo modello diventerà una "buona pratica" da replicare in tutte le Regioni.

Legge 22 sulla Sanità e richiesta di Autonomia Differenziata, in Lombardia, sono un'accoppiata vincente per affossare il Servizio Sanitario pubblico.

https://www.openpetition.eu/it/petition/online/no-allattuazione-del-regionalismo-differenziato-in-lombardia


 
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