I limiti dello sviluppo

Il cambiamento climatico è in atto e inarrestabile senza una radicale riconsiderazione delle politiche di sviluppo ma, a parte i giovani che protestano, la crescita resta l’obiettivo unico professato dal potere economico e finanziario. E la politica non appare interessata ad affrontare la sfida della transizione ecologica. ()

COP26La marcia organizzata venerdì 24 settembre 2021 da FridaysForFuture nelle principali città italiane e all’estero, in vista dell’incontro a Milano venerdì 1 ottobre, preparatorio della 26ma Conferenza sul Cambiamento Climatico (COP 26), ha visto una grande partecipazione di giovani e giovanissimi. Hanno manifestato perché la questione ecologica in realtà non viene affrontata in termini risolutivi, alle radici, e le conseguenze sono sotto i nostri occhi. Avremmo in mano tutti i provvedimenti e le soluzioni adatte a “salvare il pianeta”, ma la transizione ecologica resta governata dal sistema che ci ha condotti al punto in cui siamo con operazioni di facciata, Greenwashing, New Green Deal, svolte ambientaliste tanto improvvise quanto poco credibili, mentre si continua ad investire nella ricerca di idrocarburi, costruire nuovi gasdotti, si diffondono informazioni fuorvianti sull’idrogeno verde-blu, sulle nuove tecnologie per il nucleare, sulla convenienza dei sistemi di rimozione della CO2 (CCS – Carbon Capture and Storage) per le centrali termoelettriche che usano i combustibili fossili convenzionali.

Nel lontano 1972 venne pubblicato il rapporto[1}, I limiti dello sviluppo, elaborato da un gruppo di ricercatori del MIT di Boston, commissionato dal Club di Roma, un’associazione internazionale creata da eminenti personalità del mondo scientifico internazionale tra cui l’italiano Aurelio Peccei, un imprenditore di grande levatura intellettuale, preoccupato dall’aumento della popolazione mondiale e dalle conseguenze di una industrializzazione galoppante ed incontrollata.

Il rapporto ebbe una grande ripercussione in tutto il mondo e servì a destare l’attenzione sull’uso indiscriminato delle risorse e i preoccupanti livelli di inquinamento raggiunto dalle acque, dell’aria, dal suolo. Sino ad allora non era esistita alcuna preoccupazione ecologica, non si erano posti limiti alle immissioni di sostanze pericolose e nocive nell’ambiente, né allo sfruttamento dei giacimenti minerari, all’estrazione del petrolio, alla contaminazione dei mari, dei fiumi, al disboscamento e all’abbandono delle terre coltivabili. Il pianeta era considerato un serbatoio dal quale trarre a piacimento le risorse necessarie allo sviluppo delle società industrializzate, improvvisamente messe di fronte al fatto che la quantità di risorse disponibili è limitata e non si poteva proseguire all’infinito. Il rapporto del MIT preconizzava l’esaurimento delle risorse e delle disponibilità energetiche entro alcuni decenni, analizzando il trend dei consumi e le riserve note di minerali, carbone e idrocarburi. Di lì a poco scoppiò la crisi petrolifera mondiale del 1973 (ricordo le domeniche a piedi e la circolazione a targhe alterne). Dopo l’iniziale shock ci fu un aumento generalizzato dei prezzi del petrolio e delle materie prime ed una crescita esponenziale dell’inflazione, rimasta poi a due cifre per diversi anni. A causa del rialzo dei prezzi si intensificò la ricerca di nuovi giacimenti di petrolio e gas; il sistema economico produttivo reagì perfezionando le tecnologie per diminuire i consumi energetici, introdusse processi e sistemi più complessi ed efficienti, che richiedevano maggiori investimenti ma consentivano minori consumi e migliori rese.

Sviluppo senza limiti.
Lo spettro dell’esaurimento delle fonti energetiche fossili e delle scarsità di materie prime era allontanato, nascevano nuove opportunità di business; crescita e aumento del PIL furono assicurati.
Vennero introdotte leggi e normative, prima inesistenti, per il controllo e la riduzione dell’inquinamento causato dalle emissioni, dagli scarichi civili e industriali, dai rifiuti industriali e urbani. Non sempre i risultati sono stati positivi, spesso deludenti o non ci sono proprio stati, come nel caso dei rifiuti tossici industriali, preferendo continuare ad inquinare l’ambiante, contaminando in modo irreversibile i terreni, sino alla chiusura o allo spostamento altrove degli impianti più inquinanti, senza adeguarli alle normative.

Oggi, a distanza di 50 anni circa, la popolazione mondiale è, secondo le previsioni, praticamente raddoppiata passando da 3,6 a 7,8 miliardi di esseri umani, ci troviamo di fronte ad una crisi ambientale e climatica che tutta la comunità scientifica internazionale sta da tempo denunciando senza mezzi termini. La scoperta di nuovi giacimenti di idrocarburi e lo sviluppo di nuove tecnologie hanno permesso di disporre di energia e di materie prime per far fronte all’incremento della popolazione e dei consumi, ma non siamo stati in grado di limitare il degrado ambientale ed abbiamo raggiunto e superato di gran lunga la capacità del pianeta di mantenere integre le condizioni che permettono a noi ed alle altre specie di vivere. Stiamo consumando sempre più velocemente le risorse ambientali necessarie a permettere la continuità del ciclo vitale sulla terra. Il cosiddetto ’“Earth Overshoot Day” (EOD) è stimato ora al 29 luglio, sta diminuendo da decenni, ed il più alto contributo a questa riduzione della sostenibilità ecologica del pianeta viene dai paesi a maggior reddito pro-capite. Questo è lo scenario che viene presentato dalla comunità scientifica internazionale. Ne consegue che lo status quo non è ammissibile e che occorre prendere provvedimenti.

Riprendo dall’articolo Underestimating the Challenge of Avoiding a Ghastly Future[2], uno dei tanti pubblicati dalla comunità scientifica internazionale, l’approfondita analisi sulle cause che hanno determinato la crisi ambientale. Le conclusioni sono del tutto opposte alle ottimistiche tesi esposte da Bill Gates nel suo “Clima. Come evitare un disastro”[3], pubblicizzato dai media e dalle TV.

Oggi, insieme a Elon Musk, Jeff Bezos e altri super ricchi, Gates confida nel libero mercato e nell’innovazione tecnologica, esattamente come si fece 50 anni fa, per contrastare il cambiamento climatico continuando a percorrere la strada che ci ha condotto al punto in cui siamo, per spostare in avanti la resa dei conti, sinché sarà possibile. E’ quello che contestano a ragione e a gran voce i giovani di FFF. Nel 1972 l’EOD avveniva il 10 dicembre, oggi corrisponde, come detto, al 29 luglio, ma in continua variazione al peggio. Stiamo esaurendo giorno per giorno la capacità della biosfera di mantenere le condizioni che hanno permesso l’evoluzione della vita sul pianeta.

Perdita della biodiversità
La biosfera ha subito a causa dell’attività umana una costante e progressiva perdita di specie vegetali e di animali selvatici, pesci, uccelli e insetti presenti sul pianeta. con l’estinzione completa di molte specie. La vegetazione terrestre dall’avvento dell’agricoltura umana si è dimezzata con conseguente perdita della biodiversità. L’alterazione delle condizioni ambientali indotta dall’uomo comporta la riduzione della capacità di assorbimento del carbonio atmosferico, dell’impollinazione, il degrado del suolo, il peggioramento della qualità dell’acqua e dell’aria, mentre la maggior parte della biomassa di animali vertebrati vivente è rappresentata dal bestiame (56%) e dagli esseri umani (36%). La catastrofica perdita di biodiversità spiega la costante riduzione della capacità di rigenerazione dell’ecosistema. L’utilizzo degli idrocarburi fossili, impiegati non solo per produrre energia, ma fibre, plastica, e indirettamente cibo, è l’altro fattore che incide sull’EOD.
La perdita di biodiversità non costituisce un obiettivo prioritario delle politiche nazionali e la maggior parte degli obiettivi di sviluppo sostenibile definiti dalle Nazioni Unite (SDGs, Sustainable Development Goals) legati alla salvaguardia ambientale sono in stallo dato che non vengono correlati con i fattori di sviluppo socio-economici. Il risultato è paradossale, si persegue l’aumento degli standard di vita medio-alti pagando costi ambientali crescenti a danno della sostenibilità ambientale nel medio e lungo termine. In pratica stiamo togliendo alle generazioni future risorse naturali per pagare l’aumento dei nostri redditi a breve termine, mentre è ormai generalmente riconosciuto che la perdita di biodiversità è una grave minaccia all’economia globale. L’ultimo rapporto pubblicato dall’IPCC (Intergoverrnamental Panel on Climate Change) non fa che confermare questa situazione.

La politica resta inerte di fronte al cambiamento climatico.
L’alterazione del clima è un dato di fatto acquisito, l'innalzamento della temperatura media di 1° C è già avvenuto e le previsioni future di un ulteriore innalzamento di 1,5° C nei prossimi venti/trent’anni non possono venir messe in discussione. Questo cambiamento innesca una reazione di feedback positiva (più aumenta la temperatura, più aumentano le cause che producono l'innalzamento) per cui non basterà ad esempio abbandonare i combustibili fossili entro il 2030 per contrastare il fenomeno, se non si interverrà su tutti gli altri fattori che contribuiscono a questo innalzamento.
Se la popolazione comprendesse chiaramente la gravità della crisi climatica e l’urgenza di prendere i provvedimenti necessari per evitarla i leaders politici dovrebbero essere indotti ad un rapido mutamento delle loro decisioni. Accade invece l’opposto; le politiche populiste e nazionaliste di destra in ascesa in gran parte del mondo non prendono in considerazione provvedimenti decisivi per contrastar l’evoluzione in atto del cambiamento climatico. Il mantenimento del sistema di potere attuale è l’obiettivo primario e le enormi differenze di reddito tra gli individui di una popolazione e il grande divario di ricchezza e consumi tra le diverse nazioni costituiscono un ostacolo difficile da superare all’attuazione di una reale politica di salvaguardia dell'ambiente.

La politica non osa contrapporsi agli interessi radicati del sistema economico-finanziario e nemmeno tenta di farlo. La difesa dell'ambiente è considerata una posizione “ideologica”, piuttosto che una esigenza universale di autoconservazione e protezione del pianeta.
Basta considerare il nostro cosiddetto Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza affidato dal governo in carica ad esponenti del più radicale credo neoliberista e ad un ministro della transizione ecologica di estrazione tecnica che non pare affatto sensibilizzato dalle raccomandazioni dei Rapporti dell’IPCC viste, ad esempio, le concessioni date per la ricerca di nuovi giacimenti di combustibili fossili, le prese di posizione e le dichiarazioni rilasciate.

Giustizia ambientale e giustizia sociale.

Dal 1992, anno in cui si tenne il Summit per la Terra a Rio de Janeiro e si lanciarono le COP (Conference Of the Parties) siamo arrivati alla 26ma, in programma a Glasgow nel prossimo novembre, senza che gli accordi faticosamente raggiunti abbiano prodotto risultati tangibili.
Il mantenimento di condizioni ambientali che permettano negli anni a venire una vita degna e decorosa per tutti richiede il cambiamento di abitudini e stili di vita, richiede un cambiamento fondamentale nelle manifestazioni del capitalismo globale a cui abbiamo sinora assistito, condizioni di uguaglianza, di istruzione, di sanità, di parità di diritti degli uomini e delle donne, che non sono compatibili con una crescita economica senza fine, con il predominio delle lobby, con il mantenimento dei combustibili fossili come fonte energetica primaria.

Come è possibile nel quadro così delineato sperare che la società si muova nella direzione giusta? Questi temi devono essere posti al centro di un’azione politica, nel vero senso della parola, su cui i cittadini e le parti sociali possano dialogare e confronarsi. Occorre una rappresentanza politica che rappresenti questi interessi e permetta di affrontare l’emergenza climatica con gli interventi e le scelte che il sistema attuale non ha la volontà, né l’intenzione di mettere in pratica.
Mi sembra questo il grande problema, nell’agenda politica la questione ambientale non c’è, è semplicemente sfruttata per propaganda elettorale, per ricerca del consenso, per visibilità mediatica.
Così stando le cose la protesta dei giovani è destinata a restare protesta, a non avere sbocco in un movimento di opinione pubblica e diventare argomento da discutere in sede politica al li là degli opportunismi e delle convenienze elettorali del momento, a non produrre il cambiamento necessario.
Esiste comunque una parte di cittadinanza che ha modificato abitudini e comportamenti, che ha praticato a livello personale le scelte che la comunità scientifica internazionale e gli organismi istituzionali extra governativi sollecitano e che lo stesso Papa Francesco ha ripetutamente indicato ai responsabili delle governance mondiali.
Manteniamo accese le aspettative alla ricerca di un soggetto politico in grado di assumere questa responsabilità, non vedo altre vie d’uscita dalla prospettiva di un orribile futuro.


Riferimenti.
[1] I limiti dello sviluppo. 1972 D. H. Meadows et al.
[2] Underestimating the Challenge of Avoiding a Ghastly Future. https://doi.org/10.3389/fcosc.2020.615419
[3] Come evitare un disastri .Bill Gates, La Nave di Teseo ed.


Commenta

 
 Rispondi a questo messaggio
 Nome:
 Indirizzo email:
 Titolo:
Prevenzione Spam:
Per favore, reinserire il codice riportato nell'immagine.
Questo codice serve a bloccare i tentativi di inserimento automatici.
CAPTCHA - click right for audio Play Captcha