La sanità territoriale, tutti la vogliono, tutti la cercano, tutti la promettono

La pandemia ha squarciato molte realtà che venivano nascoste nella retorica dell’autocelebrazione di una sanità lombarda basata sullo smantellamento delle strutture pubbliche. ()

sanitaUltimo ma non ultimissimo, Draghi nel suo discorso d’investitura ha dichiarato, tra gli obiettivi principali del suo programma di governo la riforma della sanità territoriale. Bravo, bene, finalmente tutti o quasi hanno accolto questo proposito con scroscianti applausi. Non nuovo, direi, ma la pandemia ha squarciato molte realtà che venivano nascoste nella retorica dell’autocelebrazione. In questa e in questi ultimi decenni i reggitori della sanità lombarda, da Formigoni a Fontana, hanno elaborato una rappresentazione dell’eccellenza del servizio sanitario nostrano. Prova principale era il pellegrinaggio da tutta Italia degli abitanti delle altre regioni per essere curati nei mega ospedali lombardi.

Nel frattempo, con metodica gradualità, i letti di medicina generale pubblici vennero tagliati e ridotti e accreditati, in costante aumento, i letti privati chirurgici privati determinanti maggior profitto. Strana scelta proprio quando in questi ultimi vent’anni gli ultrasettantenni sono raddoppiati in numero e in percentuale sui residenti lombardi. Trend inverso per la popolazione under 18 con crollo in numero e in natalità.

Dimissione precoce e necessità di "caregiver"
Poi, il meccanismo premiante e retributivo dei ricoveri spinge, ancor oggi, alla dimissione precoce dagli ospedali noncuranti se dopo l’episodio acuto nel territorio il paziente troverà un luogo e un’assistenza appropriati a rimetterlo in salute o in uno stato esistenziale autonomo.
Inizia per il nostro Signor Brambilla, milanese doc e, tra i tanti, protagonista del Boom anni 60, un pellegrinaggio nella selva oscura della sanità regionale. Fortunato sarà se avrà qualche familiare accanto per assisterlo nelle attività indispensabili che ognuno di noi fa quotidianamente.
Questa assistenza familiare è diventata sempre più rara e a volte impossibile data la lontananza fisica di figli e parenti. Anche troppo gravosa per essere assicurata dal coniuge o da conoscenti.
La salute non è solo garantita da una cura veloce e intermittente. E’ minacciata da molti fattori avversi, tra cui la solitudine, la povertà e la depressione. La cura deve essere continua e nella voragine determinata dall’assenza assistenziale appare la figura del caregiver, angelo custode, che i più fortunati hanno in casa in veste di coniuge o parente, ma sempre più spesso arruolato a pagamento, tra le schiere delle badanti.
Di recente anch’io ho avuto una congiunta, che dopo una lunga vita autonoma, senza o quasi patologie croniche, ha dovuto ricorrere a questa presenza assistenziale. Tanta buona volontà ma con scarsa preparazione o formazione professionale. Le “badanti” o le assistenti familiari, per due terzi remunerate in “nero”, senza tutela assicurativa e previdenziale, rappresentano l’esercito che forse è la maggiore risposta assistenziale a livello territoriale di fronte alla crescente ed incessante domanda della popolazione con una o più malattie croniche accompagnate o no da fragilità.

Il "medico della mutua" e le cooperative di medici
Altro presunto o reale presidio territoriale della salute della popolazione è il Medico di Medicina Generale, singolo o associato, scelto da ognuno di noi, previsto dalla legge 833 e responsabile per legge costante supporto nel nostro peregrinare nei percorsi di cura.
La Regione Lombardia (Fontana e Gallera al potere) ebbe un colpo di genio: trasformare tutti i MMG in imprenditori associati e gestori dei cronici. Ognuno di loro fu abilitato a prendersi in carico un tot di cronici e ricevere un ulteriore compenso oltre la quota capitaria (da versare in parte o in toto alla cooperativa).
Il cittadino deve cambiare il suo diritto alla cura con un patto privato con il MMG.
In teoria la scelta sembra reciproca: il paziente sottoscrive un accordo privato di fedeltà e il medico predispone un piano assistenziale individuale e organizza un monitoraggio continuo dell’andamento delle patologie accertate.
Tutti si accorsero che le forme croniche e i cittadini che ne sono affetti rappresentano il vero problema sanitario coinvolgente, in vario grado, il 30% della popolazione e assorbe il 70% della spesa sanitaria pubblica. Le Cooperative di Medici, sorte come funghi, si dimostrarono i più capaci ad “arruolare” i malati (non i più gravi - sembra) e raccolsero l’adesione di 300.000 assistiti, ovvero il 10% della popolazione identificata come cronica, in base al ricorso pregresso alle cure in ospedale o in altri centri.

La riforma Maroni o legge 23
Questo progetto diventò l’asse portante della ormai tristemente famosa “riforma Maroni - alias legge 23”, varata nell’agosto 2015. In essa , oltre a questa rete di solerti gestori della cronicità, si prefigurava un fiorire di strutture di cure intermedie disseminate in tutta la regione: nominalmente definiti Presidi ospedalieri territoriali (POT) e presidi territoriali.
Bene tutti dissero, basta un’organizzazione ospedalocentrica basata solo sulle cattedrali ospedaliere. Viva la rete territoriale dove, vicini vicini, il cittadino troverà non solo gli studi del medico, ma anche gli specialisti, le assistenti sociali, gli infermieri. Molti dissero: non ci importa che la chiamino casa della salute, come nel resto d’Italia, come in Emilia Romagna, in Toscana e nel Lazio. Essenziale è che finalmente ci sia una medicina di prossimità, dove avvenga la cosiddetta continuità assistenziale e l’integrazione dei vari livelli di cura.
Cosi promise il Maroni, allora governatore.
Ma lui e la sua Giunta invece cosa fecero? Già con la legge citata eliminò i Distretti e lasciò il territorio, i medici, gli ambulatori pubblici senza un coordinamento e una direzione, salvo quella burocratica delle filiali amministrative regionali chiamate ATS . Così, lui e Fontana lasciarono sguarnito il territorio senza nemmeno, salvo rarissimi casi, istituire i famosi POT e PRESST.

“Nonostante questa sia follia, c’è ancora del metodo!” (in Amleto. W. Shakespeare)

Nessun controllo, né trasparenza, né programmazione
Incapaci, folli? No. Hanno solo proseguito la politica dello smantellamento delle strutture pubbliche per lasciare occupare il territorio dalle strutture private che tuttora prolificano e istituiscono punti di prelievo a livello territoriale, presso supermercati o centri commerciali, lasciando che nella nostra città aprissero ambulatori e centri di prelievo e smantellando quelli pubblici esistenti.
Potrei citare varie società che hanno diversificato la propria offerta territoriale.
Qualcuno potrebbe dire: “Pubblico o privato per me pari sono, basta che mi facciano l’esame”.
Questa parità in realtà non esiste e soprattutto dà la possibilità al privato di erogare prestazioni senza un controllo, senza trasparenza e senza una programmazione. Gestendo le liste di attesa privilegiando i paganti in proprio e gli assicurati.
In altre regioni l’offerta privata esiste, ma vengono predefinite le prestazioni che occorrono per completare l’assistenza fornita da quelle pubbliche, secondo una programmazione e con governo costante a livello territoriale del Distretto, sezione della ASL.

Manca un Piano Sanitario
Quasi tutte le Regioni hanno almeno un Piano Sanitario che ha l’obiettivo di far coincidere il più possibile la domanda sanitaria prevedibile con le risorse disponibili. Nonostante la legge regionale (legge 23) lo preveda, Maroni e successori, si sono dimenticati di stenderlo e approvarlo.
Dal 2014 ad oggi il SSR una mega nave senza una rotta e una destinazione definita piena di container non collegati. In verità solo alla fine del 2019 fu presentata una bozza così vaga, così inutile che venne ritirata e mai più ripresentata.
La carenza della programmazione e del governo territoriale del Servizio Sanitario Regionale ha avuto una rappresentazione drammatica nello scorso anno dove la mega ATS di Milano (3,4 milioni di assistiti) non ha saputo e forse potuto coordinare le attività dei Medici di Medicina Generale, associati o no, e la Sanità territoriale, esistente spesso solo nelle circolari e delibere, ha dimostrato la sua fragilità e impotenza nel garantire l’assistenza domiciliare o l’intervento di squadre di emergenza. E’ logico allora che le migliaia di colpiti dal virus si siano rivolti in massa agli ospedali soprattutto pubblici e ai privati in parte e dopo qualche tempo..

Deliri e scambi d'accuse
Proprio mentre stavo finendo di scrivere, rinviando alla prossima volta il racconto di come intende Draghi procedere alla riforma della sanità territoriale con i soldi del PNRR, leggo, senza stupore, un comunicato del Celeste che dichiara: “La sanità di Formigoni avrebbe resistito molto meglio a questa pandemia”( Adnkronos 23.4.2021).
Non solo. Esibendo la sua proverbiale umiltà ed obiettività, ha aggiunto “Lui (Maroni) distrusse la sanità territoriale, mentre io avevo stretto una serie di accordi con i medici di base, aiutandoli a formare delle cooperative". Questo aveva permesso loro di "lavorare insieme e condividere le esperienze man mano che si verificavano: in tal modo riuscivano a percepire prima l’arrivo di fenomeni strani". Scatenato aggiunge: "Maroni ha completamente distrutto tutto questo" e ancora "la Lombardia si è trovata totalmente impreparata" a fronteggiare l'emergenza, perché ormai "la sanità territoriale era pressoché inesistente".
L’amarcord scaricabarile è continuato in occasione della presentazione della sua autobiografia “Una storia popolare” e, sempre con la sua modestia irrefrenabile, ha sentenziato: “la mia sanità territoriale era stata premiata come eccellenza e per tanti anni è stata ai primi posti delle classifiche nazionali e internazionali per la forza dei nostri ospedali e della nostra medicina territoriale". La medicina territoriale "era strutturata, forte dell’alleanza con i medici di base, che erano in costante confronto con noi". E dunque, conclude, "la sanità che ha perso è la sanità di Maroni, non quella di Formigoni".

La Sanità Territoriale dell’uno e dell’altro, di Fontana e di Gallera al di là della costante propaganda che ci vuole convincere essere la migliore d’Italia (Formigoni a suo tempo disse migliore del mondo) è diventata qualcosa di molto diverso, non più finalizzata a garantire il nostro diritto alla salute.
Devo finire qui, prossimamente vedrò di far conoscere, per quanto mi è possibile, come funziona la Sanità Territoriale in altre regioni e quali sono i piani contenuti o prospettati in questi giorni da Draghi.


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