Non un parchetto di meno

Linee-guida, mitigazioni, compensazione, contabilità ambientale: così possiamo salvaguardare il verde? ()

parchetto
Quest’inverno a Milano sono stati attivati molti comitati di cittadini impegnati nella difesa di aree verdi. Il più noto è quello del Parco Bassini ma si possono ricordare Piazza d’Armi a Baggio, Piazzale Baiamonti, Parchetto Ciclamini, Benedetto Marcello, Bosco la Goccia in Bovisa per non parlare dell’area di San Siro e tanti altri (Fb: Un AltroPiano x Milano).

Non si parla solo di grandi parchi ma spesso anche di ritagli di verde che danno respiro a singoli quartieri, ciascuno prezioso proprio perché è rimasto un piccolo baluardo in mezzo al cemento.
L’Europa e le Nazioni Unite ci richiamano alla tutela del suolo e ci chiedono di azzerare il consumo di suolo netto entro il 2050. La città metropolitana di Milano da una parte ha confermato il suo impegno sottoscrivendo la Carta di Bologna nel 2017 mentre dall’altra è legata all’idea che occorra sempre un compromesso tra le opposte esigenze di sviluppo economico e tutela del verde. Fa parte di questa visione la fiducia nello strumento della contabilità ambientale e della compensazione di suolo.
Ho letto le Linee-guida della Commissione europea del 2012 per limitare, mitigare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo e ho trovato conferma a certe riflessioni critiche che voglio qui condividere.

Le Linee-guida partono da un’analisi delle cause del consumo di suolo. Voglio qui citarne solo due:
la prima è la dipendenza delle finanze comunali dagli oneri di urbanizzazione, che deriva dai tagli scellerati dei contributi statali ai comuni, aggravata dalla abrogazione dell’art. 12 della legge Bucalossi (Abrogato dal Testo unico per l’edilizia, D.P.R. 380/2001, art. 136c.2, lettera c) che saggiamente vincolava i proventi degli oneri di urbanizzazione alle opere di urbanizzazione. In seguito a questa abrogazione i comuni hanno usato questi oneri per far fronte alle spese correnti e questa è la causa tecnica principale del consumo di suolo (Salvatore Settis, “Paesaggio, Costituzione, cemento”, Einaudi, 2010, p.17).

Un’altra causa è invece culturale: la scarsa consapevolezza del valore del suolo. È sempre utile ricordare che il suolo è un sottile e fragile strato tra le rocce e l’atmosfera che permette la crescita delle piante e supporta tutto il vivente. Per formare 1 cm di suolo ci vogliono centinaia d’anni mentre per seppellirlo sotto il cemento con effetti irreversibili basta un minuto. Che il suolo sostenga la vita ce lo ricorderemo sempre di più. Quest’estate è previsto un nuovo record di ondate di calore che sono causa di morte di moltissimi anziani nelle città (2222 morti in più in Italia nella calda estate 2003 rispetto al 2002 con un aumento a Milano del 69,3% dei morti, fonte ISS).
L’unica risorsa che ha una città per contrastare il caldo sono gli alberi. Non solo per l’ombra (importantissima) ma anche per l’abbassamento di temperatura provocato dall’evapotraspirazione delle piante. Uno studio riportato nelle Linee-guida mostra che un ettaro di suolo impermeabilizzato fa perdere circa 500mila € all’anno per il condizionamento (e ricordiamo che i condizionatori sono macchine che al netto spostano più calore fuori di quello che tolgono dentro).
Milano non è messa bene nella classifica del verde pro-capite: con 17 m2 per abitante è al 73° posto nella classifica dei capoluoghi di provincia italiani (vedi). E si continua a costruire a fronte di più di 70mila appartamenti vuoti su 650mila (vedi).

Il Comune dice di darsi giustamente da fare per aumentare la qualità della vita e la quantità di verde ma non dobbiamo mai dimenticare questi dati di partenza per capire quanto questo obbiettivo sia prioritario.

Dopo aver analizzato le cause le Linee-guida passano quindi in rassegna gli strumenti per combattere il consumo di suolo che sono, in ordine di importanza: limitare, mitigare, compensare. Ad una attenta lettura si capisce che la mitigazione riguarda la copertura drenante del suolo dei grandi parcheggi e poco altro. Rimangono la compensazione e la limitazione. Cito dalle Linee-guida: “Il termine compensazione può essere fuorviante: non significa che l’impermeabilizzazione possa essere compensata esattamente facendo altro altrove, in quanto le aree adatte alle misure di compensazione sono scarse e la compensazione dovrebbe essere equivalente e collegata alle funzioni dell’ecosistema perse”. In pratica vuol dire che compensare significa far tornare a verde un’area della stessa estensione di quella che si vuole coprire con cemento; e che deve essere un’area nella stessa zona di quella coperta e offrire le stesse funzionalità agli stessi cittadini.

Mi chiedo, e chiedo a qualunque lettore che conosca Milano, se oggi sia possibile far tornare a verde un’area coperta da cemento, per esempio, vicino al Parco Bassini, per compensare il Parco Bassini!
Non vedo aree candidate. Se anche ce ne fossero sarebbe preferibile sotto ogni aspetto lasciare il Parco Bassini così com’è e costruire sul sito dismesso che si voleva dedicare alla compensazione. Parlo del Parco Bassini ma l’argomento vale per qualsiasi area verde sopravvissuta nella Milano di oggi. Quando sentiamo la parola compensazione dobbiamo sempre chiederci nello specifico: “Dove? In che modo?” Ci renderemo conto che la parola compensazione è spesso usata senza tenere conto del suo significato. A Milano non esistono terreni con cui si può compensare la cementificazione di un’area verde; l’unica opzione che rimane è la limitazione al consumo di suolo.

Si sente anche parlare dello strumento della contabilità ambientale e della Land Capability Classification (LCC) come panacea per la soluzione di conflitti in merito al consumo di suolo. Calata però nel contesto di un territorio già saturo corre lo stesso rischio di inconsistenza della compensazione di suolo.
Per capirlo riportiamo il discorso a un esempio concreto: un’area verde in centro vale di più che in periferia perché il centro è a più alta densità abitativa e il verde è più raro e prezioso. Con lo strumento della contabilità ambientale le nuove costruzioni verrebbero attuate in periferia o appena fuori andando a erodere proprio la cintura verde intorno alla città e ad alimentare quel paesaggio desolato di sprawl urbano: edifici lontani l’uno dall’altro, senza identità e che richiedono infrastrutture di trasporto che a loro volta consumano suolo.
Una catena di conseguenze di cui il privato non si sobbarca gli oneri, con costi che sfuggono alla contabilità ma ricadono sulla collettività. Anche lo strumento della contabilità ambientale si rivelerebbe poco efficace.

Si potrà obbiettare: “Ma allora come si può amministrare una città che ha bisogno di sviluppare nuovi servizi e rinnovare il patrimonio edilizio?” Penso che oggi la politica deve guidare con mano decisa lo sviluppo secondo i bisogni prioritari dell’epoca in cui viviamo e quindi rispettare gli obiettivi europei e investire in incentivi al riutilizzo dei siti dismessi fino a raggiungere la crescita zero di nuovo suolo coperto.
I cittadini l’hanno già capito e i buoni esempi non mancano.


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Re: Non un parchetto di meno
01/04/2020 xavier
se vi ha interessato questo articolo troverete un tesoro in questo libro illustrato preciso e poetico di Jorg Muller che uscì in Italia nel 1974: https://www.topipittori.it/it/topipittori/i-marted%C3%AC-della-emme-10-dove-cera-un-prato


Re: Non un parchetto di meno
12/03/2020 elvira giulia nosengo
Vorrei portare all'attenzione lo stato di degrado di PiazzaLeonardo da Vinci,in gran parte dovuto alla scarsa attenzione degli studenti e degli ambulanti che,durante l'attivita' accademica,abbandonano ogni tipo di rifiuto negli spazi verdi.Segnalo in particolare i festeggiamenti post laurea con lancio di razzi colorati ,coriandoli di PLASTICA, tappi di bottiglia.inquinanti.Nessuno li rimuove.


 
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