Studiare negli anni '60

Un preambolo per comprendere come si vivesse la realtà di studente negli anni '60
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Premessa

Parlare di come io ho vissuto la Casa dello Studente negli anni ’60 come studente ospite, praticamente quasi in modo ininterrotto, vuol dire di fatto parlare di un periodo storico molto particolare ed in certo qualche modo anche esaltante.

Questo periodo ha cambiato la partecipazione politica in Italia e ha fatto emergere le esigenze di milioni di giovani per un diverso modo di vivere, per riconoscimento dei diritti nel lavoro e nella vita quotidiana, nella famiglia, per un diverso rapporto tra uomini e donne, per il diritto alla casa e alla salute, per una medicina democratica, per il diritto allo studio e l’apertura dell’Università a tutti.

Insomma tutta la società era investita dal desiderio di cambiamento e la parola lotta, contrasto e scontro sociale non facevano paura, come invece risultano oggi, anzi erano considerati come motori di democrazia e sviluppo economico.

Tutte le lotte operaie e degli impiegati di quel periodo, legate ai rinnovi contrattuali , si incentrarono sulla lotta al cottimo, alla non monetizzazione della salute, alla democrazia nei posti di lavoro, all’apertura della scuola a tutti, all’utilizzo di ore di lavoro per aumentare le proprie conoscenze (es. le 150 ore) e mai come allora si rese evidente a tutti come la nostra società fosse divisa in classi sociali dove quelle che producevano la ricchezza del paese erano poste ai livelli più bassi della società.

Questi movimenti di lotta hanno funzionato da catalizzatore di una stagione realmente riformista, forse l’unica che si sia verificata in Italia dopo la dittatura fascista.

Certamente niente di lineare, pieno di contraddizioni, di errori, di false certezze, di alti e bassi, anche di mode ma certamente tutto fu rotto e scompaginato, messo in discussione.

Si mettevano finalmente in campo i propri desideri, la voglia di vivere e divertirsi, le proprie convinzioni ma anche un diverso modo di studiare che non fosse di trasmissione passiva delle conoscenze dall’alto in basso e si intendeva costruire qualche cosa di nuovo, lontano dai modelli familiari, definiti e modellati dall’appartenenza sociale e spesso solo dall’apparenza, ma anche lontano

Indubbiamente l’estrazione sociale di questi nuovi soggetti sociali proveniva dal ceto medio, ma man mano che le condizioni economiche miglioravano la selezione derivante da queste diminuiva e la scuola veniva aperta a tutti i figli anche dei settori da sempre esclusi.

Lo sviluppo generalizzato delle rivolte giovanili in varie parti del mondo, gli interessi terzomondisti verso i paesi oppressi in particolar modo da parte degli Stati Uniti, la guerra di liberazione vietnamita e tutte le lotte di liberazione nazionale, il leninismo, il guevarismo, il castrismo, le guerriglie centro-sudamericane, la rivoluzione culturale cinese, i colpi di stato in Grecia, in Cile ed Argentina erano visti tutti con una lente deformata e ideologica piuttosto che supportate da una analisi concreta di quanto stava accadendo in realtà molto distanti da noi e, a ciò si aggiunga, la sottovalutazione di tutto ciò che stava avvenendo nei paesi satelliti dell’Urss (iniziando dalla primavera di Praga) e il silenzio oppure una critica silenziosa su ciò che aveva rappresentato l’Urss staliniana e successiva.

Eppure tutti questi sono da considerarsi elementi importantissimi nella discussione politica, nell’apertura mentale che spingevano a leggere libri, a partecipare a tutte le iniziative politiche che permettevano di uscire dal provincialismo politico.

Cosa ha rappresentato la Casa dello Studente:un lungo discorso in poche parole

Ciò che era stato abbandonato lasciando la propria città e la propria famiglia per arrivare a studiare a Milano veniva riproposto nell’Università dove tutto veniva gerarchizzato, le regole di frequenza e di esami erano incomprensibili, le selezioni erano considerate solo dei soprusi, il contenuto dello studio lontano da quelle che sembravano le necessità di una società moderna, tutto insomma sembrava un mondo astratto.

Eppure tutto questo ci sembrava naturale proprio perché era un naturale proseguo di quanto avevamo lasciato e secondo cui eravamo stati educati.

La gestione e la vita alla Casa dello Studente seguiva le stesse regole non scritte.

La giornata era scadenzata dalla sveglia, la colazione, dalla corsa all’università per frequentare le lezioni, dal pasto di mezzogiorno, dalle frequenze e/o dallo studio nel pomeriggio, dalla cena, da qualche chiacchiera al bar, dal ritorno allo studio. Tutto questo interrotto raramente durante la settimana, qualche volta al fine settimana, per chi non scappava a casa, da un film o da una bevuta in qualche posto caratteristico a basso prezzo.

C’erano poi le regole scritte per cui superare gli esami serviva per l’ammissione l’anno successivo e le camere dovevano essere riservate solo ai soli uomini per cui le donne non potevano partecipare ne all’assegnazione ne potevano essere ammesse nelle camere sia come amiche che come compagne di facoltà.

La Casa dello Studente è stata allora un punto attivo di osservazione importante di tutto quello che avveniva nella città ed è stata anche un crocevia di esperienze, storie provenienti da altre parti d’Italia e soprattutto dagli altri paesi essendo un punto di arrivo di persone che avevano partecipato direttamente o indirettamente alle lotte nei propri paesi o comunque queste portavano idee, realtà a noi sconosciute o considerate secondarie per il nostro provincialismo che poneva l’Italia o comunque l’Occidente in generale al centro del mondo.

Tutto questo non poteva che farci crescere e porci in antagonismo con quel mondo così come ci era stato descritto e questo non poteva non farci ragionare sul contrasto con il potere se non su di un vero e proprio problema del potere, chiaramente spesso posto in modo anche infantile.

Allora la Casa dello Studente da fabbrica del consenso e delle classi dirigenti al tempo del fascismo e anche successivamente divenne una fabbrica del sapere e della conoscenza.

Un luogo troppo frequentato e pericoloso per lasciarlo vivere.

I regimi erano cambiati, ma i pericoli erano gli stessi anche se evidentemente diversi erano gli approcci e le soluzioni.


Cosa era l’Università per il Politecnico, gli studenti per l’Università, gli studenti per il Politecnico

Per poter parlare della Casa dello Studente occorre parlare del rapporto con l'università e con il Politecnico in particolare.

Per il Politecnico, per il corpo docente , per il rettore l’Università era ancora la struttura che avrebbe dovuto preparare la classe dirigente, neppure una nuova classe con nuove idee e prospettive, ma la elite per il paese in continuità con quella precedente.

Era pertanto palese la contraddizione con i tempi cambiati e che stavano velocemente cambiando con nuove generazioni di studenti sempre più numerosi che si affacciavano all’università grazie alle mutate condizioni economiche, con l’apertura dell’università a qualsiasi diplomato e non più a solo quelli provenienti dai licei, con la sconfitta del fascismo che grazie alla riforma Gentile aveva plasmato la scuola come scuola di élite.

E tale sconfitta non era ancora entrata nella testa della burocrazia scolastica che invece di essere cambiata fu reintegrata nei suoi posti di comando dopo la Liberazione.

Di fronte a masse nuove di giovani che entravano nell’Università le strutture scolastiche si mostravano vecchie, insufficienti, il metodo di insegnamento rimaneva lo stesso dove anche giocava una forma di presunzione e di conservazione che si poggiava sulla fama che il Politecnico aveva acquisito negli anni.

Questa situazione veniva vissuta da noi studenti coscientemente quando ci si scontrava con le strutture scolastiche e ricettive senza parlare di biblioteche o centri sportivi totalmente inesistenti, con la selezione derivante dalla obbligatorietà della frequenza e dalla insufficienza dei laboratori, dal costo delle tasse e del mantenimento a Milano, dal limitato numero delle sessioni d’esami, dall’obbligo di fare un minimo numero di esami per passare all’anno successivo e dalla voluta scelta del Politecnico di rendere l’esame il più difficoltoso possibile in modo tale da ridurre drasticamente il numero degli studenti che passavano agli anni successivi specialmente nel biennio iniziale.

Questa azione permetteva di ridurre gli studenti al punto tale che, per mia esperienza posso dire, che tra i miei conoscenti almeno il 50% di studenti ha abbandonato l’università al primo anno.

Si potrebbe pensare che in fondo il Politecnico adottasse un metodo meritocratico e come tale da alcuni accettabile.

In effetti non c’erano le condizioni base per offrire a tutti noi gli strumenti didattici appropriati che andassero oltre la dispensa o il libro su cui era obbligatorio studiare senza alcuna apertura a testi anche stranieri.

Per mia esperienza erano nulle le opportunità di studiare e approfondire gli argomenti in rapporto diretto e continuo con il corpo docente, togliere dalla testa dello studente le preoccupazioni della vita materiale quotidiana.


L’assenza anzi la corresponsabilità delle istituzioni locali e nazionali risulta palese nello sviluppo che il Politecnico si è dato, sempre negli ultimi 30-40 anni, dove lo studente non esiste, le sue esigenze, che non riguardano solo lo studio, non sono prese in considerazione e al massimo egli viene utilizzato strumentalmente per giustificare le proprie scelte.

Nessuna programmazione delle esigenze della società.



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