“Sia lode ora a uomini di fama”: Adrian Paci

Nella nostra zona ci sono e ci sono state persone importanti che contribuiscono e hanno contribuito al progresso sociale, civile e culturale della nostra città e del nostro Paese. L’occasione di conoscerle è un modo per stare nella storia e nelle stagioni.

Adrian Paci è un artista di origine albanese che interpreta a tutto tondo la contemporaneità dell’arte. Pittura, fotografia, video sono alcune delle espressioni che lo rendono ricercatore attento di linguaggi e di messaggi. Presso il Pac di Milano è in corso, sino al 6 gennaio, la sua mostra “Vite in transito” di cui abbiamo già dato rendiconto. Nei giorni che restano, l’invito è di visitarla e di entrare nel complesso mondo di Adrian Paci, è un viaggio che merita attenzione.


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Adrian Paci 3

Qual è stato il suo percorso artistico?

Il mio percorso artistico inizia a Scutari in Albania, nella città in cui sono nato. Vengo da una famiglia di artisti, mio padre era pittore e anche gli zii si occupavano di arte. Sin da piccolo ho respirato queste atmosfere. Ho frequentato il Liceo Artistico e l’Accademia. Poi ho vinto una borsa di studio e sono venuto a studiare in Italia. Il mio è stato un percorso graduale, di avvicinamento e di conoscenza anche dei segreti tecnici dell’arte.

Negli anni ’90 con il passaggio dall’Albania all’Italia, ma anche con il passaggio dal regime comunista al nuovo sistema democratico in Albania, interviene nel mio percorso artistico un forte momento di rottura che determina tutto il mio lavoro. Da una parte c’è il tentativo di avventurarsi nelle novità delle scena artistica e nell’esperienza umana, dall’altra parte c’è la volontà di stabilire connessioni con la mia educazione precedente, anche dal punto di vista degli affetti e dei legami umani.

Qual è la ragione dell’uso di tecniche diverse nella sua creatività?

È nota l’apertura che le pratiche artistiche hanno conosciuto dal XX secolo in poi. Prima fare arte voleva dire fare pittura, scultura e i derivati di questi due linguaggi. Oggi fare fotografia, video, installazioni, performances, interventi pubblici nel paesaggio, vivere esperienze diverse rappresenta un modo nuovo di fare arte. Il linguaggio dell’arte ha aperto le sue frontiere.

Io ero curioso di esplorare queste aperture anche se era impensabile di avvicinarsi a queste possibilità espressive solamente con il virtuosismo tecnico, vale a dire fare video e fotografia solo per puro compiacimento. L’incontro con il video è arrivato per me in un momento di necessità di utilizzo di quel mezzo. Il mio primo video nasce come desiderio di trovare lo strumento necessario per rispondere a un’esperienza specifica che aveva in sé una forte potenzialità. L’uso di questo mezzo anche nelle esposizioni ha cambiato il mio approccio verso la pittura con cui avevo una familiarità maggiore.

Anche l’utilizzo della fotografia deriva non tanto da un gusto per una esplorazione tecnica del mezzo quanto per un rapporto con la dimensione dell’immagine che la fotografia possiede, mentre la pittura ha pur sempre il filtro del mezzo e del gesto pittorico, delle tecnica e dei vari supporti.

Si è sviluppata in me la voglia di non rimanere chiuso dentro una tecnica ma bensì di utilizzarla in funzione di qualcosa che sta oltre la tecnica stessa. Naturalmente la tecnica va usata con una certa attenzione, anche se il mio discorso non si compiace nell’espressione delle varie tecniche ma nasce nella scoperta della necessità del loro utilizzo.

Nel mio lavoro c’è un passaggio da una tecnica all’altra perché certi soggetti o certi atteggiamenti si esprimono meglio con una tecnica piuttosto che di un’altra.

Qual è il filo conduttore della mostra “Vite in transito”?

E’ l’idea del transito e della traccia che il transito lascia. Il filo conduttore è in ultima analisi la traccia. Si tratta di un passaggio, non c’è mai un punto fisso ma c’è la traccia che rimane dal transito. Sono passaggi di storie umane, ma sono anche passaggi di linguaggio e di espressività. Dal linguaggio cinematografico al linguaggio pittorico, da una tecnica ad un’altra, c’è un’idea di memoria e di movimento, anche un’immagine ferma è la memoria dell’attimo prima e l’anticipo dell’attimo dopo.

Perché nella mostra c’è un esplicito omaggio a Pasolini?

Pasolini è un autore che ho conosciuto in Italia. Prima di conoscerlo come scrittore, intellettuale e poeta, l’ho conosciuto attraverso il suo film “Il Vangelo secondo Matteo”. Mi colpì molto la sua capacità di raccontare una storia nota, già raccontata da molti, con suggestioni pittoriche, suggestioni di memoria della storia dell’arte che viene dal passato, ma anche con una grande freschezza dello sguardo che deriva da un rapporto urgente con il presente.

In Pasolini continua a colpirmi la capacità di mettere insieme un sapore antico con un’urgenza quotidiana, con una forte attualità. Immagini che vengono dalla cronaca del nostro presente e, contemporaneamente, dalla memoria storica che abbiamo dentro di noi. Per queste ragioni ho realizzato numerosi lavori su Pasolini. Nelle mie opere c’è la volontà di commentare Pasolini da intellettuale, ma è una sorta di appropriazione del suo sguardo per renderlo intimamente mio attraverso la pittura che diviene un modo di lettura di Pasolini stesso.

Nella mostra “Vite in transito” al PAC ci sono queste scene pasoliniane de “I racconti di Canterbury” realizzate su una grande bobina che richiama un oggetto industriale, quasi primordiale, e, al contempo, richiama una bobina cinematografica.

Qual è oggi lo “stato dell’arte” in Albania?

L’Albania sta vivendo un momento molto dinamico. Il Paese ha superato momenti di euforia e di delusione nel tentativo di adeguarsi a nuove regole. C’è sempre una voglia di rimettersi in gioco e ciò è avvenuto anche con le elezioni più recenti.

C’è fermento nella società civile che prende posizioni sulle questioni più importanti come la vicenda delle armi chimiche.

Dal punto di vista artistico è opportuno ricordare che noi abbiamo un primo ministro che è un artista ed è anche stato mio professore in Accademia. Malgrado ciò, la scena artistica necessita di strutture di base. Non esiste un sistema dell’arte, non ci sono gallerie, non c’è collezionismo, mancano interventi pubblici a sostegno della creatività artistica. In Albania ci sono ancora molte difficoltà di natura economica, ma io sono molto fiducioso, penso che la dinamicità della società possa produrre risultati anche in campo artistico.

La mia generazione era molto più ingenua e molto più idealista anche perché nella società comunista l’artista era molto controllato e strumentalizzato, ma era anche molto sostenuto e aveva un ruolo importante nella società. Ora l’artista fa fatica a trovare un ruolo, ad avere uno spazio di rilievo nella società. Ma questo non è un problema solo albanese.

Cosa vuol dire fare arte oggi in Italia?

Non esiste uno specifico artistico italiano. Gli ultimi movimenti artistici, a livello internazionale, risalgono agli anni ’80. Gli anni ’90 hanno poi lasciato spazio a ricerche artistiche di carattere individuale. Il presente è sempre difficile da giudicare. Io sento oggi molto forte la necessità dell’artista di abbandonare posizioni ciniche e autoreferenziali per entrare nel vivo di alcune dinamiche legate sia all’opportunità dell’essere umano, sia ai rapporti con la società e la natura.

C’è voglia di indagare in profondità anche la dimensione intima. C’è voglia di dialogare con dinamiche più ampie, senza superficialità e cinismo e senza troppi giochi autoreferenziali.

Il suo rapporto con Milano e il quartiere in cui vive?

Sono arrivato per la prima volta a Milano nel 1992 e ci sono rimasto sino al 1995. Poi sono tornato definitivamente nel 1997. Ho vissuto a Milano a vari livelli, come studente e come ospite, come immigrato e, poi, come cittadino. In tutte queste fasi, il mio rapporto con la città è stato molto differente. Vivo ormai da cinque anni in questa zona e mi trovo bene perché è una zona molto viva con cinema, gallerie, teatri e ristoranti. Una zona della città ricca di stimoli.

Malgrado ciò, con l’Italia e con Milano mi sento ancora ospite, non mi sento ancora milanese. In questa, leggera, distanza c’è però anche un atteggiamento di rispetto.

Per il mio lavoro viaggio spesso e quando torno a Milano, comunque, mi sento a casa.


(a cura di Massimo Cecconi)



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