Non meravigliamoci se l’imprenditore milanese si chiama Mohamed

Prima domanda: come si chiama l’imprenditore “tipo” milanese? Il nome più gettonato è Mohamed. Secondo la Camera di Commercio, per la prima volta un nome straniero è quello più diffuso tra i piccoli imprenditori milanesi: Mohamed ! ()

immigrati facce immigrazione

Mohamed ha scalzato Giuseppe, 1600 imprese (3% del totale, +275 imprese in un anno), spesso ditte individuali, contro 1.383 imprese (-55). Al terzo posto Marco, seguito dall’unico nome di donna presente tra i primi 15, Maria, che è un nome internazionale: circa una su dieci è straniera. Nella classifica, spunta anche Ahmed al quindicesimo posto. Seconda domanda: ci meraviglia?

Ciascuno risponda per sé, ma forse la vera notizia è che non ce ne siamo accorti, o che magari siamo abituati a pensare agli stranieri in modo stereotipato, “mica con la fabbrichetta”.

L’Italia è cambiata, è un dato di fatto: bisogna capire come affrontarlo per stare meglio tutti.
Certo, potremmo liquidare la notizia dicendo che Mohamed è un nome particolarmente diffuso tra gli uomini arabi, ma in realtà i dati (è bene ricordarlo: i dati, non un’opinione) fotografano la “città nuova”. Piaccia o non piaccia, sono 34.278 le imprese straniere a Milano, pari al 12% delle attive (+0,8% in un anno), più diffuse del resto d’Italia (8,4%).

Già ad aprile la Camera di Commercio era stata chiara: «L’economia milanese tiene più che in Italia grazie agli stranieri, senza di loro ci sarebbero 2.600 imprese in meno in un anno».
Impiegano quasi 74 mila persone, pari al 4% dei lavoratori cittadini. Aiutano a far crescere “la capitale economica”: nell’ultimo anno, il loro stock è aumentato del 7,4%, con saldo tra imprese iscritte e cessate pari a +2.523 unità. Rispetto alle ditte con titolare italiano durano quasi 9 mesi in più, un dato che raddoppia tra i marocchini, egiziani ed ecuadoriani. In quali settori sono più diffuse? Prevalentemente nei servizi (37,5%, soprattutto ristorazione), nel manifatturiero, nel commercio e nelle costruzioni.

Ultima domanda: ci dà fastidio?
Anche qui, ciascuno risponda per sé. Ma forse sì. Che sia questo che alle volte ci fa paura e ci fa affiorare un pensiero razzista? Di fronte agli insulti alla “ministra nera”, abbiamo parlato di “test Kyenge” per la politica e la società italiana.

Che sia il caso di introdurre anche il “test Cumenda Mohamed”?
Per chi non lo passa, esami di riparazione a settembre in storia: rileggere Schwarzenbach, un razzista svizzero che quarant’anni fa raccoglieva le firme per cacciare gli italiani.

Ben tre referendum di fila, per fermare “gli invasori”.
Spiegava: «Dobbiamo respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s’ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell’operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l’ex guitto italiano».



Articolo pubblicato sul Blog "La città nuova" del Corriere della Sera . Link all'articolo originale



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Re: Non meravigliamoci se l’imprenditore milanese si chiama Mohamed
14/09/2013 Adalberto
Bravo Stefano che ci riporti una notizia certamente degna di riflessione. Permettetemi allora, per entrare nel merito, di esprimere una perplessità, peraltro già presente in altri commenti all'articolo apparso sul Corriere. Gli imprenditori stranieri sono tanti, in aumento e danno un grande contributo all'economia. Va bene. Ma forse bisognerebbe indagare anche su un tema cruciale: a che prezzo questo avviene? Non ho dati certi, ma solo una percezione, seppur confortata da diversi pareri, più o meno informati, di semplici amici. E dunque questa mia nota non può essere che un semplice stimolo,non certo una presa di posizione. Ma il dubbio rimane ed é: non sarà che in quelle imprese ci sia molto lavoro nero, gli orari siano infiniti, i salari bassi, in molti casi perfino si possa pensare a condizioni di lavoro da (semi)schiavitù, e che il vizio italiota dell'evasione fiscale sia stato molto ben recepito? Se tutto ciò fosse vero non ci sarebbero solo luci nella diffusione delle imprese dirette da immigrati, ma anche molte ombre. E per il povero nostro Giuseppe, commerciante o artigiano più o meno autoctono e ormai superato onomasticamente, oltre a tutti gli altri problemi, anche l'ulteriore difficoltà della concorrenza sleale.


 
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