Vivere al tempo del COVID-19: intervista a Sara Solbiati, psicologa psicoterapeuta

Interloquiamo con una 'esperta', una psicoterapeuta che vive e lavora in zona, perché grazie alla sua professione ha un angolo visuale un po' diverso dal nostro e molto più intimo sul vissuto delle persone durante il lockdown. ()

astratto Lei lavora e vive nella nostra zona; ora che siamo in fase 2 ha potuto percepire, forse attraverso i suoi pazienti, come le persone hanno vissuto durante la quarantena?

La modifica della pressione esterna ha modificato la pressione interna della sfera personale. Tanto più forte premeva l'atmosfera esterna, con la paura incombente del contagio e la conseguente impossibilità ad uscire dalle proprie mura di casa, tanto più saltavano i 'bulloni' interni: ciascuno non poteva fare altro che stare dentro di sé e non si potevano più chiudere gli occhi su ciò che, nella vita precedente, spostavamo. Durante il lockdown questo meccanismo di difesa è saltato.

Nella fase 1 ha potuto seguire i suoi pazienti?

Non ho mai smesso lavorare, grazie alle videochiamate. Ci sono state però variazioni: alcuni, all'inizio della terapia, hanno smesso. Ci sono state nuove richieste. Chi aveva già una terapia consolidata non ha avuto difficoltà. Per i 'Millennials', pazienti ragazzini, alunni di elementari e delle medie, lo schermo era già familiare come una seconda pelle: è stata una facile finestra tra terapeuta e paziente, non immaginavo. Anche l'arte-terapia con loro è stata possibile, pur in videochiamata.
Il discorso è stato più complesso per chi iniziava.

Quindi per ragazzini il trauma è stato più profondo?

Sì ma c'è differenza a seconda dell'età. Hanno beneficiato della comunicazione per video da casa, perché è più facile, più legata al piacere che al dovere.
Se a settembre, dopo sette mesi, si tornerà al mondo scolastico del dovere, è questo il momento d'agire per favorire quel reingresso. Farlo a settembre sarebbe troppo tardi.
Consiglio di assegnare già piccole dosi di dovere, alzarsi per tempo la mattina, occuparsi del 'pet' di casa, delle piante nei vasi ecc. E' cruciale riordinare per ritornare alla capacità di organizzazione.

Quali sono le carenze del metodo educativo che apparentemente è più affettuoso, ma non favorisce la crescita?

Non aiuta pensare che la scuola sia il principale referente della disciplina. Le regole, il contenimento, il successo nell'eseguire piccoli compiti aumentano l'autostima. Autonomia e autostima crescono insieme. Altrimenti, dipendere dalla gratificazione rende difficile tollerare la frustrazione: superare criticità e insuccessi sarà più difficile. Meglio responsabilizzare già in casa, con piccoli compiti simbolici che facciano sentire il bambino importante, capace.

Come agire dunque?

C'è confusione tra amare e non dare limiti, perché il limite fa parte dell'amore. Non bisogna parificare il ruolo tra genitori e figli: questi hanno bisogno (e diritto) di sentirsi orientati dal genitore.

Quali sono le disfunzioni più frequenti?

La capacità di concentrarsi, causata dalla video dipendenza, provoca disturbi d'attenzione e di personalità. I moderni strumenti possono accrescere le conoscenze, ma oggi il cognitivo è super-sviluppato, c'è troppo carico e sovra-sollecitazione cognitiva a scapito della maturazione emotiva e affettiva.
I videogiochi per i bambini sono accattivanti con argomenti alla loro portata, ma esulano dall'emotività, creano dipendenza e uno scambio tra il virtuale che diventa reale e il reale che non riconoscono.
Il lockdown ha agevolato la dipendenza da schermi ed è possibile, col tempo, che affiori successivamente un maggiore disagio.

C'è stato un temuto aumento delle difficoltà nelle famiglie disfunzionali?

Si sono acuiti i problemi, in alcune famiglie, ma ho visto anche casi di riavvicinamento - non solo fisico - con la riparazione dei problemi, in chi si è permesso di affrontare il proprio intimo essere.

Ci sono altre persone che hanno sofferto particolarmente in questo periodo (chi ha perso il lavoro, chi vive da solo, gli anziani, il personale sanitario, i lavoratori indipendenti...)?

Gli adulti più coscienti soffrono di più ora, ad esempio chi ha perso il lavoro. Il disagio più incisivo tuttavia è stato l'assenza affettiva per chi vive solo. Sono aumentati i casi di depressione nella fase 1 e di ansia nella fase 2.

Le persone più fragili seguite nei CPS (hanno chiuso?) hanno trovato assistenza o subito più danni?

Le visite ai CPS erano sospese. Ma iniziative di diverse di associazioni o singoli privati hanno riguardato l'offerta di aiuto psicologico gratuito.

Si è incrementata la paura dell'altro, dell'estraneo, dell'untore?

Durante il lockdown sì, purtroppo. Meno però in chi sapeva guardarsi dentro e chiedere aiuto:
questa è già consapevolezza.

Dopo tanto tempo in casa come si sta vivendo il ritorno alla 'normalità'?

Con più senso di vulnerabilità, perché questa esperienza ci ha cambiati dentro. Cos'è la 'normalità' infine? Dobbiamo riambientarci con noi stessi per affrontare una nuova esplorazione.

E per converso, che cosa ne pensa di questo istinto a sdrammatizzare, minimizzare se non addirittura a negare la gravità, quanto la non presenza del virus? Sia all'inizio della pandemia, sia in questa fase?

Negare può essere una strategia momentanea, per allontanare da sé il senso di vulnerabilità, ma è un meccanismo di difesa destinato ad avere successo per poco. Trovo più utile accettare il cambiamento in sé, e fuori di sé, prendere pian piano una nuova confidenza con sé e l'esterno.

Dottoressa Sara Solbiati,
psicologa psicoterapeuta,
resposabile Centro Girasoli


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