Che cosa è successo in Regione Lombardia?

Che cosa è e come funziona la legge 23, nota come legge Maroni, che governa la sanità in Lombardia? Che cosa non ha funzionato? Quali gli errori e quali le sfide da affrontare? Lo chiediamo a Carmela Rozza, consigliera in Regione per il Partito democratico, infermiera e cittadina del Municipio 3. ()

rozzaCommissioni d’inchiesta, richieste di commissariamento, mozioni di sfiducia all’assessore Gallera, inchieste della magistratura per il DiaSorin, per l’ospedale di Rho, il caso della fornitura di camici che coinvolge la moglie di Fontana, le lettere inascoltate dei medici di base, dei direttori sanitari, le richieste di verità dai cittadini della Val Seriana… senza contare i tamponi e i test negati per oltre due mesi. Che cosa è successo in Regione Lombardia e che cosa è successo alla nostra 'sanità d’eccellenza'?
Con Carmela Rozza, consigliera regionale, infermiera e nostra 'vicina di casa' cerchiamo di capire.

Partiamo dapprincipio. Un mese fa, circa, lei ha fatto in consiglio un intervento molto deciso sostenendo che inizialmente il suo partito aveva scelto la strada della responsabilità, ma che avevate sbagliato. Perché?

Nella fase più acuta della difficoltà, c’è stato da parte del PD un grande senso di responsabilità, e abbiamo pensato che questo senso di responsabilità l’avessero anche loro. Quindi abbiamo evitato di denunciare pubblicamente, preferendo un approccio collaborativo: scrivendo e segnalando alla maggioranza le cose che a nostro avviso non si dovevano fare.

Quali sono stati questi errori?

Prima di tutto, nelle zone in cui si stavano verificando le emergenze gli ospedali sono stati mantenuti misti e non trasformati in ospedali Covid dedicati. L’ospedale di Lodi, unico ospedale nella zona dopo che si è chiuso Codogno, è stato mantenuto misto. E misto anche Alzano Lombardo!

E questo lo dico da infermiera, il problema dell’infezione della bergamasca, non sta nella chiusura della zona, lì la questione sta nell’ospedale di Alzano Lombardo che viene chiuso e riaperto dopo poche ore e poi mantenuto misto! La Lombardia è infetta per le infezioni ospedaliere! Una tragedia perché da un ospedale passa un mondo, e quel mondo si espande quando esce nel mondo e non rintracci più nessuno. Ma non basta. Invece che cercare spazi dedicati anche nelle strutture esistenti e funzionanti, cominciano a trasferire i malati Covid in tutti gli ospedali della Lombardia. E non ci vuole uno scienziato per capire che contenere il virus significa lasciarlo dove è, e cercare di soffocarlo lì.

… trasferiti negli ospedali pubblici, ma anche nei privati?

Negli ospedali pubblici, certo e nessuno può negare che i grandi ospedali privati come l’Humanitas o il San Raffaele aprono anche loro dei reparti Covid e mettono a disposizione letti e posti in rianimazione. L’Auxlogico, anche, ha trasformato tutto il suo ospedale in Covid. Poi, sugli altri privati, è tutto da verificare.

Ma chi decide la gestione di un ospedale? Fino a che punto è autonomo? Le decisioni di apertura e chiusura stanno al dirigente dell’ospedale, alla Regione all’ATS? Come funziona?

La risposta è complessa, perché la responsabilità della gestione della struttura organizzativa, e quindi la Direzione Generale, è in capo alla Regione. Mentre, la responsabilità sanitaria è del direttore sanitario.
Nel caso, per esempio, di Alzano Lombardo mi risulta che il direttore sanitario abbia messo per iscritto che era contrario alla riapertura. Questo, almeno, è quel che ho letto sui giornali.
Nella legge 23, i Direttori Generali, non i direttori sanitari, sono nominati direttamente

dalla Regione. E qui si apre un tema grande come una casa, ovvero se le scelte rispondono a esigenze sanitario-organizzative o politico-organizzative. (N.d.R. è della scorsa settimana un articolo de l’Espresso sulla classe dirigente sanitaria in Regione Lombardia totalmente lottizzata dalla politica)

Lei cita la legge lombarda n° 23, non si tratta di una legge in scadenza nel prossimo agosto e che in qualche modo è da considerare sub iudice?

Sì. È stata fatta nel 2015, è nota come legge Maroni. È in contrasto totale con gli indirizzi nazionali, si sono richieste quindi delle verifiche e la legge è stata considerata sperimentale per 3 anni. Dato che la scadenza, nel ’18, coincideva con un periodo elettorale, la verifica venne prorogata fino al prossimo agosto 2020.

In che cosa consiste il contrasto con gli indirizzi nazionali?
In virtù di questa legge noi siamo l’unica regione che non ha le USL, e che non vede il territorio organizzato in forma autonoma dal resto della sanità ospedaliera.
Spiego meglio. Dalla riforma degli anni ’70 fino a Formigoni, il territorio era organizzato in forma autonoma sia sul piano economico che organizzativo. Ogni USSL, si chiamavano così, fino ai primi anni ’90 aveva un suo direttore generale e un suo consiglio d’amministrazione e offriva tutti i servizi: poliambulatori diagnostici, di analisi, la specialistica che andava dal reumatologo al dentista e la medicina del territorio, quindi medicina dello sport, del lavoro, l’assistenza domiciliare; e c’erano anche i dipartimenti di igiene e prevenzione il dipartimento principale che si occupava anche, se non soprattutto, delle malattie infettive. Fra l’altro il dipartimento di Milano era anche uno dei più importanti a livello nazionale. Un dipartimento che oggi sarebbe stato protagonista della gestione territoriale della prevenzione della pandemia.
Ma tutto questo oggi non c’è più perché la riforma Maroni, cioè la legge 23, elimina le strutture territoriali organizzate in autonomia gestionale e soprattutto economica, e le riconnette all’interno delle ASST, che sono principalmente gli ospedali. Ciò significa che, per esempio, il bilancio del Sacco e della zona 8 è unico e l’ospedale, pur con le migliori intenzioni, risucchia risorse dal territorio.
Insomma, se il bilancio è unico chi viene a soffrire è il territorio, anche perché il territorio non fa notizia. L’abbiamo visto anche ora con la pandemia, il respiratore che manca fa notizia, l’assistenza domiciliare che non c’è non ha fatto notizia.
Ma ne abbiamo bisogno come il pane di un’organizzazione seria della sanità sul territorio!

Dunque, se non fossero stati già chiari prima, con la pandemia i limiti di questa legge si sono evidenziati, anzi sono esplosi.

Qui, noi abbiamo avuto scelte economico sanitarie che non erano organizzate intorno alla persona, ma intorno all’azienda ospedaliera. Una visione molto ristretta del concetto di sanità e salute pubblica, che ritiene che la cura sia sostanzialmente solo in ospedale e l’unica prevenzione è l’appuntamento per l’accertamento del caso, anti tumore per esempio. Ma la prevenzione è qualcosa di molto più ampio!
Si tratta di una visione politica precisa e sbagliata che sfocia anche nell’estremizzazione del business sanitario.

E qui si apre anche il tema del rapporto fra pubblico e privato…

È un tema da affrontare con equilibrio e serietà che deve tener conto che nel privato abbiamo anche fior fiore di professionisti e una quantità enorme di posti di lavoro.
Non si tratta di demonizzare il privato, ma questo deve intervenire in base alle decisioni e alla regia pubblica. Per esempio, in Emilia Romagna, quando ci si è trovati a fronteggiare il Covid, la regione non ha dovuto fare un incontro con le associazioni private e fare un accordo, ha valutato deciso e ha detto che cosa bisognava fare. Questa è la prima differenza. E l’altra è che non ha convenzionato solo le strutture che fanno solamente chirurgie e che non hanno né rianimazione né pronto soccorso, ovvero i due servizi ad alto costo e scarso rendimento.
La struttura organizzativa di questa “macchina” che deve occuparsi della salute pubblica, deve essere organizzata in base al bisogno di salute e di assistenza dei cittadini, delle persone e della comunità a cui appartengono, non intorno alle aziende sanitarie.

Nella pratica che cosa significa centralità dell’ospedale?

Nel momento in cui si concentra tutto intorno agli ospedali, di fatto si va a depauperare totalmente la struttura diagnostica territoriale -medici di medicina generale e strutture territoriali di prevenzione. Se poi non si prevede neanche una connessione con percorsi privilegiati per la diagnostica sul territorio, si crea uno sbilanciamento della diagnostica presso gli ospedali e si permette che tutta una serie di attività territoriali sia svolta quasi esclusivamente da privati.
Un altro esempio. Come sappiamo, i tempi di ricovero ora sono grandemente ridotti rispetto al passato perché la Regione paga all’ospedale la prestazione e non la degenza. Questo determina ovviamente un aumento del bisogno di assistenza domiciliare. Ed è un’altra contraddizione: da un lato depaupero i servizi sul territorio, dall’altro creo le condizioni perché ne aumenti esponenzialmente la necessità.
In pratica, dopo l’ospedalizzazione, l’assistenza domiciliare integrata con la sanità ospedaliera viene portata avanti sostanzialmente da gestori privati, le ADI, servizi privati di Assistenza domiciliare integrata istituiti dalla legge Maroni.

Capisco. Tornando all’emergenza Covid, che cos’altro non ha funzionato? Come mai in Lombardia il prezzo medio del test è di 32€ e per il tampone è di 80€, rimborsabili solo se si è positivi!

Allora, per il rientro al lavoro i test non sono obbligatori per nessuno in Italia. Ogni regione si è strutturata in maniera diversa. Il test sierologico per esempio in Lazio è stato fissato a 15€, in Emilia Romagna è stato indicato un costo consigliato e così via. In Lombardia non si capisce perché non lo vogliano lasciare in mano pubblica, almeno come regia, ancorché pagando il servizio al privato convenzionato. In realtà la Regione Lombardia cerca di scaricare tutte le responsabilità su altri: i cittadini, i datori di lavoro…

Ma si tratta di salute pubblica! E le 3 T: testare, tracciare, trattare… in Lombardia non valgono?

Non si capisce dove le fanno valere. Anche ora, a ben vedere, in qualsiasi atto della Giunta si continua a dire che gli esami si fanno ai sintomatici. Da noi, il tema degli asintomatici ancora non ha cittadinanza! Eppure, se è vero che il sierologico è un tipo di esame utile essenzialmente sul piano epidemiologico, per vedere qual è l’espansione del virus, è anche vero che permette di ridurre il campo su cui intervenire con i tamponi, perché chi è negativo al sierologico non potrà neanche essere positivo al tampone.

Dunque niente test agli asintomatici. E a chi è stato in contatto con un malato Covid? Come mai qui non si son fatti, e non si fanno, test e tamponi come altrove?

Fino al 23 aprile Regione Lombardia ha impedito qualsiasi tipo di sierologico all’interno del territorio lombardo arrivando al punto di minacciare i sindaci che volevano farlo o che l’hanno fatto comunque. Questo, perché erano in attesa del sierologico del S. Matteo di Pavia. Poi, grazie a un’inchiesta giornalistica, viene fuori che questo sierologico del S.Matteo viene fatto in esclusiva con la DiaSorin da cui la Regione Lombardia aveva comprato 500.000 kit. E finalmente dal 23 aprile, vanno bene tutti i test e l’assessore dice che partiranno a 20.000 sierologici al giorno.

Ma non ci siamo mai arrivati, neanche oggi. È stato anche annunciato che avrebbero iniziato questa settimana con le forze dell’ordine, ma non ne abbiamo ancora notizia.

Sui sierologici, tre mesi di ritardo!

Esatto. Abbiamo buttato via tre mesi e non abbiamo strutturato nulla in aggiunta a quello che non c’era prima sul territorio per quanto riguarda la sorveglianza sanitaria e l’individuazione precoce del soggetto infetto.

La Regione non si sta minimamente attivando per individuare i luoghi dove fare sierologici e tamponi per capire e controllare l’epidemia. Dai numeri che ci sciorinano ogni giorno mancano le indicazioni utili per individuare i luoghi dei contagi, i possibili focolai da circoscrivere, da contenere sul nascere.

Stiamo testando ancora infezioni di vecchia origine che si erano trasmesse fra i famigliari e questo lavoro in parte lo stanno facendo personalmente i cittadini, privatamente. E in parte lo stanno facendo alcuni sindaci, in parte i datori di lavoro responsabili che si rivolgono ai medici di medicina del lavoro e si sono organizzati per fare i test.

Di fronte a tutto questo, che cosa han fatto le opposizioni in consiglio?

In consiglio noi siamo comunque in minoranza. Se c’è una volontà di ascolto reciproco si può anche riuscire a trovare delle mediazioni di buon livello, ma questa maggioranza si è chiusa a riccio. Con l’opposizione non si è confrontata su nessuna decisione; non ha mai risposto alle nostre lettere, né alle sollecitazioni o alle segnalazioni che venivano dal territorio, per esempio dai medici di base.
Chiusi a riccio in una sorta di torre d’avorio. E anche per la comunicazione, l’unica realtà pareva quella che raccontavano loro.

In commissione Sanità, invece, si è deciso di non votare il piano socio-sanitario predisposto dalla Giunta a novembre 2019, che in base alla legge 23 avrebbe dovuto essere discusso e approvato entro giugno 2020.

Quel piano era, e ancor più ora è un errore, bisogna adeguarlo a quello che sappiamo oggi e dunque l’abbiamo respinto.

L’istituzione di una commissione d’inchiesta si è incrociata con una richiesta di sfiducia dell’assessore Gallera da parte del PD. Mi pare sia stata una brutta pagina della politica delle opposizioni in Regione. Perché sono falliti i tentativi di istituire la commissione?

Prima di tutto la Lega, ovviamente, non vuole questa commissione. E ci vuole senso di responsabilità anche da parte delle forze politiche più piccole, perché il rischio è di prestarsi ai giochi dei leghisti che non vogliono che questa commissioni operi con la serietà e con la rappresentanza dovuta. Il veto della Lega nei confronti del Partito Democratico non doveva essere accettato da nessuno dei partiti dell’opposizione.

La legge 23 andrà a decadere. Quindi è il momento giusto per modificarla?

Sono proprio i presupposti “ideologici”, la visione della sanità che non sono condivisibili. Noi non siamo dell’idea di emendare questa legge. Per noi va azzerata e stiamo lavorando per costruire le linee guida di una proposta di legge alternativa su cui ci confronteremo nel territorio e anche con gli addetti ai lavori per implementarla e farla diventare proposta di legge.
Anche alla luce del Covid abbiamo capito innanzitutto che c’è bisogno di organizzare la salute intorno alla persona, e non intorno alla struttura ospedaliera e che le RSA così come sono organizzate sono un luogo inadeguato. L’elemento principale della nostra proposta sarà quello di ripristinare l’autonomia organizzativa ed economica del territorio, all’interno della quale immaginare la risposta ai bisogni sociosanitari della cittadinanza.
Sono siciliana, sono arrivata a Milano nell’83 a fare l’infermiera perché qui al nord c’era 'l’eccellenza sanitaria' e tutto avrei pensato tranne che in Lombardia si potesse arrivare un giorno a morire a casa abbandonati a se stessi come nel terzo mondo. Perché questo è quello che è successo.

State studiando una proposta di legge?

Non proprio. Non c’è il tempo tecnico per discutere una legge. Non possiamo aspettare agosto quando decadrà, e poi aspettare ancora che il governo faccia le controdeduzioni ecc. Noi adesso dobbiamo fare subito un primo passo organizzativo e concreto. Andremo in deroga alla legge esistente.
Partiamo subito dalla ri-organizzazione del territorio che è possibile grazie alle risorse che ci sta mettendo a disposizione il governo. Solo per la Lombardia sono 500 milioni di euro, quelli nel decreto legge che si sta discutendo in Parlamento. Abbiamo così l’occasione di cominciare a strutturare un pezzo della sanità sul territorio e bisogna farlo presto. È cosa urgente!

Queste risorse saranno destinate all’assunzione di personale, solo per gli infermieri ci son circa 202 milioni di euro, poi si tratterà di implementare le USCA (Unità Sanitarie di Continuità Assistenziale istituite dal primo decreto del 10 marzo per il Covid). In Lombardia siamo fermi a 45 e dovevamo averne 200. Innanzitutto si dovrà riorganizzare e completare l’assunzione di questi medici e di infermieri (8 per ogni 50.000 abitanti) con contratti a tempo determinato per il 2020 e poi dal 2021 a tempo indeterminato.

Contemporaneamente stiamo pretendendo da Regione Lombardia un programma per un’infrastruttura territoriale che poi diventerà un 'pezzo' già fatto della riforma che noi immaginiamo della sanità lombarda.

In Municipio 3 poco prima del lockdown era stato presentato il progetto dell’ATS per questo territorio: prevedeva la chiusura di alcuni servizi, in particolare destinati alle fragilità, nonché di un consultorio. Saranno ripristinati?

La chiusura di questi sportelli, presentata in Municipio a gennaio, è proprio parte di quel piano sociosanitario che abbiamo rimandato al mittente. Il fatto però che fino a ieri, oggi faccio fatica a dirlo, abbiano lavorato per ridurre i presidi sul territorio la dice lunga.

Un’altra domanda riguarda gli ospedali. Perché sono sempre più spostati verso le periferie?
E ancora Besta e Istituto dei Tumori dovranno davvero essere trasferiti a Sesto San Giovanni?

Su questo io ho una mia idea che forse deriva anche dalla mia precedente esperienza come assessore ai lavori pubblici. C’è un problema in questo Paese: la continua discussione sulle scelte già fatte, specie quando si tratta di grandi opere.
So per certo che gli spazi che hanno non sono sufficienti, e questo vale per il Besta e anche per il Tumori. Potevano essere trovate soluzioni sul territorio? Può darsi. So però che le opere è bene che si portino a termine se no noi continuiamo a essere il Paese delle opere iniziate e mai finite.
E l’altra cosa è che dare alla sanità pubblica spazi adeguati è fondamentale anche per mantenere alti i livelli di eccellenza che abbiamo. Dobbiamo evitare che si compromettano le nostre eccellenze pubbliche.
Anche la scelta di collocare gli ospedali un po’ ai margini della città o comunque in zone non eccessivamente urbanizzate ha un suo senso. Per l’edilizia ospedaliera è preferibile un’area circondata dal verde per molti motivi anche psicologici sia per il paziente che per il personale sanitario.
Se fossimo all’inizio della questione esprimerei le perplessità che espressi allora, oggi mi sembra che se le scelte sono state fatte mi dispiace solo che non si vada come un treno alla loro realizzazione.
Rimane il tema della riconversione delle strutture nella zona.
Ma in ogni caso, quando ci … “risveglieremo” da quest’emergenza del Covid, il tema di un ripensamento delle reti ospedaliere sarà necessario.

Sono state raccolte 80.000 firme per la richiesta di commissariamento della Regione Lombardia.
Qual è la posizione del PD?

Noi come gruppo del Partito Democratico regionale non l’abbiamo firmata. Con un commissariamento oggi daremmo solo un grande assist a Salvini per costruirci una campagna che andrebbe a nascondere la gravità dei fatti avvenuti. Lo considererei un errore politico. Perché il rischio è che non sarebbe più governabile nulla. E poi, non credo che ai cittadini lombardi interessi lo scontro politico o lo scambio di accuse tra Governo e Regione Lombardia.
Ritengo che da un alto di debba esigere una precisa ricostruzione veritiera dei fatti, e starà alla magistratura accertare le responsabilità penali e alla commissione quelle politiche e organizzative. D’altro canto bisogna lavorare in regione per non permettere altri errori e per correggere gli indirizzi sbagliati concentrandosi sui temi in questo momento più importanti, quello di riconvertire gli ospedali per tornare alla medicina tradizionale perché abbiamo un sacco di gente da curare che non è stata curata e riorganizzare la medicina del territorio.

Capisco, ma ci sono anche i 500 milioni in arrivo dal governo da investire in sanità e devo dire che come cittadino lombardo tremo all’idea che la prossima fase sia ancora gestita dalle stesse persone che han lavorato fino ad ora.

Una cosa è commissariare Regione Lombardia. Altra cosa è richiedere le dimissioni di Gallera, come abbiamo fatto, cercando di cambiare gli uomini che non si sono dimostrati all’altezza.

Ma secondo lei, tutto questo è incompetenza, pressapochismo o interesse?

Non ne nego nessuna delle tre. Posso solo dire che non riesco a capire come si possa seguitare così. Davanti a 16.000 morti come possiamo dire che abbiamo fatto tutto bene?



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