“Sia lode ora a uomini di fama”: Alessandro Robecchi

Nella nostra zona vivono e hanno vissuto persone importanti che contribuiscono e hanno contribuito al progresso sociale, civile e culturale della nostra città e del nostro Paese. L’occasione di conoscerle è un modo per stare nella storia e nelle stagioni. ()

Robecchi immagine 2Giornalista, autore radiofonico e televisivo, scrittore Alessandro Robecchi, classe 1960, ha collaborato con numerose testate (L’Unità, il Manifesto, Il Mucchio Selvaggio, Micromega, Il Fatto Quotidiano…).
E’ stato caporedattore del settimanale satirico Cuore e direttore dei programmi di Radio Popolare dove, tra l’altro, ha condotto per cinque anni la trasmissione satirica quotidiana Piovono pietre. Nel 2014 ha esordito nella narrativa con il romanzo noir “Questa non è una canzone d’amore” (Sellerio) seguito, in crescente successo, da altri quattro romanzi ambientati a Milano in cui si raccontano le avventure di Carlo Monterossi, autore televisivo, e dei suoi amici investigatori.
Alessandro Robecchi vive nel cuore di Porta Venezia.

Dopo numerose e varie esperienze nel vasto mondo della comunicazione, cosa l’ha spinta a scrivere romanzi noir?

Domanda irrispondibile. Diciamo così, che io ho fatto per molto tempo il giornalista, i quotidiani, i settimanali, i mensili, la radio, tanta radio, e la tivù, tanta tivù. E devo dire che è una straordinaria scuola. Lasciamo da parte tutti le notazioni etiche e deontologiche, che sul giornalismo di oggi, insomma… ma è una grande scuola tecnica: scrivere ogni giorno qualcosa per più di trent’anni ti crea una familiarità con la parola scritta, con il ritmo, o la scelta delle parole, a volte crea uno stile, una cifra. Poi, a un certo punto, avevo una storia in testa e l’ho scritta, era una bella storia (quel noir intrecciato che è Questa non è una canzone d’amore) e all’improvviso si è aperta una prateria. Inventare non solo le situazioni, le trame, gli intrecci, ma dare un’anima alle persone che ci si muovono dentro. Beh… Poi sono venuti gli altri libri, ognuno con una sua piccola evoluzione e sempre più chiara la certezza che le storie servono sempre per dire qualcosa di noi, delle nostre vite, del mondo in cui viviamo. Per me il romanzo è un luogo di libertà totale, ecco, me la caverò così.

Com’è la Milano descritta nei suoi romanzi?

Gadda, Testori, Fo, Jannacci, Bianciardi, Scerbanenco… vado avanti? Milano è stata raccontata benissimo, per anni è stata quasi il centro del racconto. Ma da un certo punto in poi la narrazione della città è diventata monodimensionale: la moda, il design, i soldi, le belle vetrine, come se la città contenesse una sola classe sociale. Non è così. Milano è una città piccola rispetto alle grandi capitali europee, funziona, è efficiente, ha sempre accolto tutti, mugugnando ma garantendo un posto a chiunque. Ora, ed è una cosa che succede da anni, le diseguaglianze sono mostruosamente aumentate e in una città piccola vivono gomito a gomito, penso a un quartiere come San Siro dove il villone con piscina del calciatore sta a cento metri dagli slums più problematici… Le differenze di classe sono diventate quasi antropologiche, al Giambellino non vestono, non parlano e non mangiano come in corso Magenta, una cosa che si vede a occhio nudo. Questa è la Milano che vedo io. Poi aggiungo che nei romanzi la città non è “descritta”, non avrebbe senso, piuttosto è “percorsa” su e giù, e in questo intendo itinerari fisici, ambienti sociali, piani alti e bassi della società, alcuni altissimi, troppo alti, altri bassissimi, troppo bassi. Questo non va bene, ma è quello che c’è, se si guarda una città la si guarda tutta.

E invece qual è il suo rapporto con la città e il quartiere in cui vive?

Il mio rapporto con Milano è di amore profondo e continua irritazione. La conosco bene, so i trucchi che sanno i milanesi, e la guardo, cosa che molti non fanno più, e fanno male. Quando una storia si svolge in un quartiere, comincio a andarci spesso, sono sopralluoghi e peregrinazioni che mi hanno insegnato molto. Mi piace che funzioni e, ultimamente, che faccia qualche buono sforzo per le politiche sociali. Quanto al mio quartiere, Porta Venezia, è molto vario, si può scivolare in una boutique di lusso e poi, a dieci metri, trovare il cinese che ti taglia i capelli a dieci euro, o il profumo di curry negli androni accanto alla galleria d’arte. Non voglio farne una retorica, anzi il bello è che è tutto il contrario. Nella mia zona assisto da anni a un derby meraviglioso tra l’infighettimento milanese che avanza e la vita reale che resiste, è una zona nobile ma ancora popolare, ci sono immigrati che sono più milanesi di me, e corso Buenos Aires è una strada di una grande città europea. E’ divertente che Milano si diverta a smentire i luoghi comuni che l’hanno colpita per decenni: non è brutta e non è grigia, non è vero che si lavora e basta. E poi – lo segnalo ai recensori distratti che fanno Milano uguale nebbia come il cane di Pavlov – la nebbia non c’è più da anni. E’ anche una città ricchissima, dove si fanno gli affari, quelli puliti e quelli sporchi.

Qual è la caratteristica principale dei protagonisti dei suoi libri? Cosa li unisce o li divide?

Ha presente Chandler quando dice che “l’investigatore è tutto”? Ecco, io che sono un chandleriano vorrei smentirlo, o meglio, precisare. Non si può mettere “tutto” dentro un personaggio solo. Così nei miei libri, a parte qualche racconto, c’è sempre questa doppia indagine. Da una parte la coppia di poliziotti Ghezzi e Carella, diversissimi tra loro ma perfettamente incastrabili. Poi la coppia Falcone-Monterossi che solitamente inciampa nell’indagine, ricostruendo le cose, diciamo così, da un’altra angolazione. Ognuno ha la sua cifra, ognuno ha il suo carattere. Gli sbirri cercano di capire la storia, ovvio, e di prendere il colpevole. Falcone e Monterossi possono farlo con meno mezzi, ma anche con meno regole, con meno prudenze. Il Monterossi, che è quasi sempre un comprimario pur essendo il protagonista, ha in mano in qualche modo il dossier etico-morale della vicenda. Lui sa che legge e giustizia non sono la stessa cosa, sa che il suo senso della giustizia è un po’ diverso dalla giustizia che si cerca nei tribunali. E poi vede le vite delle persone, ne capisce le curvature. Insomma, contiene del blues.

A quando la prossima avventura di Carlo Monterossi e i suoi amici?

Il prossimo romanzo esce a marzo, lo presenteremo a Book Pride. Si intitola “I tempi nuovi”, non posso dire molto altro, se non che sono molto contento di come è venuto, perché l’azione e la detective story sono molto accurate, e quello che c’è intorno, dentro e attraverso sono… beh, questi tempi nuovi, se poi sono nuovi…

Quali sono i rapporti con i suoi colleghi scrittori italiani di noir?

Il noir italiano sta attraversando un periodo di grazia e questo complica un po’ le cose in quanto ad affollamento della produzione, ma con il noir è sempre stato così, è un po’ il dazio che si paga ad essere ancora considerati “genere”. Ci sono talenti veri e campioni conclamati (non c’è bisogno che citi Camilleri, vero? Beh, però mi pare davvero imprescindibile…), e anche alcuni amici. Ma non mi lascerò mettere nei guai facendo dei nomi, preferisco quelli che mi dicono qualcosa sulla società in cui viviamo, quei gialli di cui si dice “è qualcosa di più di un giallo”, ma al tempo stesso sono molto esigente sulle trame, gli snodi, gli intrecci, cioè penso che l’abilità vera sia “dire altro con un giallo”, ma che resti un giallo.

Un’ultima domanda: piovono pietre?

Per cinque anni la trasmissione su Radio Popolare, Piovono pietre, appunto, è stata un’esperienza esaltante. Oggi, a diciott’anni di distanza, incontro ancora qualcuno che mi dice che la sentiva, che bisognerebbe farla ancora. E’ una grande soddisfazione, tanto che quel titolo mi ha un po’ inseguito, ci ho fatto un libro con Laterza, e si chiama così anche la mia rubrica su Il Fatto Quotidiano. Diciamo che risponde al famoso motto di Billy Wilder: “Se proprio devi dire la verità, dilla in modo divertente”. Fu una stagione bellissima e irripetibile e rimane un amore intenso per la radio, ma qui mi fermo, perché non so mai decidere se mi piace il mezzo o mi piaceva “quel mezzo”, insomma, la Radio Popolare di quei tempi… Comunque la nostalgia non è il mio forte e penso che ogni fase ha un suo linguaggio. Le pietre da far piovere, peraltro, non mancano mai.


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