Schedati, perseguitati, sterminati.

Si è inaugurata da pochi giorni la mostra sui malati psichici e disabili durante il nazionalsocialismo, visitabile fino al 16 febbraio 2019. ()

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elLa sede della mostra è al terzo piano del Palazzo di Giustizia di Milano e il luogo non è casuale, ma vuol essere, come hanno precisato i rappresentanti istituzionali del Palazzo, una presa di coscienza non retorica da parte di quelle stesse istituzioni che 70 anni fa presero parte attiva alle persecuzioni applicando le Leggi razziali. La mostra è curata dalla Fondazione Onda (Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere), ma è stata promossa originariamente dalla società tedesca di Psichiatria in collaborazione con la Fondazione Memoriale per gli ebrei assassinati d'Europa.

Purtroppo oggi assistiamo ad una sorta di revival di quella cultura dell'odio, ha detto l'assessore alle politiche sociali Pierfrancesco Majorino, e solo grazie alla conoscenza e alla pratica della solidarietà, che rimettono al centro il valore umano, potremo davvero sperare che la storia non si ripeta, perché oggi più che mai "prendersi cura" di qualcuno deve avere un significato di responsabilità collettiva.

E' prevista la promozione della mostra nelle scuole anche perchè, sostenevano alcuni docenti di psichiatria e neuroscienze, perfino il linguaggio medico-scientifico può degradare. Mai più deve sentirsi parlare di un "malato a basso funzionamento", le persone semplicemente vivono e non "funzionano " come se fossero macchine.
La medicina e la psicologia hanno tardato a fare autoanalisi dopo la tragedia del nazionalsocialismo, che considerava i malati come una specie di tumore da estirpare. La de-umanizzazione delle vittime fu resa possibile solo tramite la de-umanizzazione dei carnefici, per i quali l'omicidio era solo una terapia. Da qui l'importanza del linguaggio medico e del significato profondo che ancora può rappresentare nella scienza e nella psicologia.

La mostra illustra la persecuzione dei malati psichici e dei disabili, i quali per i nazisti costituivano una zavorra da eliminare. La posizione della psichiatria italiana fu in realtà contraria alla soppressione delle vite umane, tuttavia sul finire degli anni '30, alcuni scienziati razzisti cercarono di dare una veste pseudoscientifica alle posizioni sulla "razza pura". Dopo la guerra, sebbene la Società Psichiatrica avesse contato numerose perdite tra i suoi esponenti perchè ebrei, deportati o allontanati per motivi razziali, non vi fu nessuna revisione critica delle posizioni.

Il percorso, prende le mosse dalla politica di "Igiene razziale" che dal 1934 si andò affermando in Germania. L'eugenetica, disciplina di origine anglosassone, si basava sul concetto che la riproduzione degli individui andasse controllata per impedire il deterioramento genetico della nazione.
Gli uffici sanitari pubblici, diretti da medici, indagarono sul patrimonio ereditario degli individui e ciò portò alla sterilizzazione forzata di oltre 400.000 persone, per lo più malati psichici o disabili, come un bimbo sordo cui la mostra rende omaggio (Wilheem Werner).

Dopo la schedatura del 1939 tutti questi soggetti deboli furono sistematicamente assassinati a partire dal gennaio 1940 con la famosa operazione T4.
L'operazione ebbe varie fasi e la mostra le illustra in diversi pannelli, sia con riferimento alle vittime, che in riferimento ai carnefici (periti, medici, operatori sanitari). I pazienti ebrei furono doppiamente perseguitati in quanto ebrei e sterminati in quanto malati.

Dopo il 1945 i sopravvissuti e i familiari dei pazienti non ricevettero alcun sostegno. I concetti di "inferiorità" e di "difetto genetico" continuarono e continuano ad essere influenti. I medici e gli infermieri implicati negli omicidi continuarono a lavorare negli ospedali psichiatrici.
Per molto tempo le vittime non furono riconosciute come persone perseguitate.

Solo ne 2007 in Germania venne abrogata la Legge sulla prevenzione della prole affetta da malattie ereditarie. Nessuno è mai stato processato per aver partecipato alle sterilizzazioni forzate.
Anche per questo gli organizzatori della mostra hanno voluto che il luogo dell'esposizione fosse il Palazzo di Giustizia onde lanciare un segnale di revisione critica da parte della comunità sociale e della Società Psichiatrica in particolare. Tutto ciò vorrebbe essere un monito per il futuro e un'occasione di riflessione sul rispetto del prossimo.


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