Io e Agedo

Questa nuova rubrica raccoglie le testimonianze di persone che per i motivi più disparati a un certo punto della loro vita si sono impegnate nel sociale, trovando così, attraverso la condivisione, un nuovo colore e un nuovo senso al loro rapporto con se stessi e con gli altri. Ecco la testimonianza di Fanny Marrone, una genitrice di Agedo, associazione genitori per il riconoscimento della libertà di orientamento sessuale. ()

kandinsky1La ragione per cui mi sono accostata ad Agedo non è stata l’esigenza di trovare qualcuno che mi aiutasse a superare il disagio e lo spiazzamento conseguenti al coming out di mio figlio: quella fase me l’ero ormai lasciata alle spalle anche se non era stato facile superare l’impatto emotivo di quella notizia perché l’omosessualità è come un ospite inatteso che, quando bussa alla tua porta, ti destabilizza, costringendoti a fare i conti con un’omofobia che, nel mio caso, pensavo non mi appartenesse. Ma, nei giorni successivi, vedere mio figlio sereno, con tanta voglia di raccontarsi mi aiutò a superare in fretta ogni cosa: sì mio figlio era gay, ma cosa importava? Non era cambiato nulla: io l’amavo come e più di prima e gli ero grata per aver voluto condividere con me una parte di lui che ignoravo o che, forse, avevo voluto ignorare. Finalmente potevo avere con lui un rapporto vero.

Ma allora perché sono entrata a far parte di Agedo?
Partecipando ad un evento organizzato da Agedo ebbi l’occasione di parlare con un gruppo di ragazzi e ragazze. Le loro parole mi fecero ripensare in particolare ad una tra le tante conversazioni avute con mio figlio: quel giorno gli avevo chiesto quando fosse stato consapevole della sua omosessualità e lui mi aveva risposto "Mamma lo sai da sempre. Il problema è accettarsi".
La difficoltà, la sofferenza, la solitudine con cui mio figlio aveva dovuto convivere per anni prima di accettarsi e poi sentirsi pronto a fare coming out, non riguardavano soltanto lui, ma anche tanti ragazzi e ragazze che faticano a considerare normale la loro diversità, a capire che sbagliati non sono loro, ma gli occhi di chi li guarda.

Realizzai che non potevo limitarmi a vivere nel mio mondo, appagata dal rapporto che avevo con mio figlio. Dovevo mettermi in gioco, affrontare il mio coming out, cercare di fare qualcosa. Così decisi di entrare a far parte di Agedo con la speranza di contribuire, con il mio impegno (una goccia nel mare? Forse, ma almeno ci avrò provato) a far sì che nella nostra società col tempo non ci siano più persone che, come ancora oggi troppo spesso accade, quando va bene, dichiarano di accettare i nostri figli e le nostre figlie a condizione però che rinuncino alla propria visibilità, quando va male li considerano dei diversi da curare o redimere o deridere o punire.

Tra le esperienze fatte, quella di essere io stessa un libro nella biblioteca dei libri parlanti, è l’esperienza per me più toccante. Quando sei un libro parlante devi darti un titolo ed io scelsi il mio:
MIO FIGLIO NON UN MONDO A PARTE, MA PARTE DEL MONDO.
Quello che non potevo immaginare, la prima volta, è che sarei stata letta da così tanti ragazzi e ragazze. Pensavo che a leggermi sarebbero stati soprattutto genitori e invece mi ritrovai a raccontarmi a tanti giovani che volevano sapere come io avessi vissuto il coming out di mio figlio. Loro mi ascoltavano e ascoltandomi a poco a poco si lasciavano andare parlandomi di se stessi.

C’era chi mi diceva che non voleva fare coming out con i propri genitori perché riteneva che non avessero gli strumenti per capire o perché immaginava che non l’avrebbero mai accettato; qualcuno/a aggiungeva che tanto non gli/le importava perché non aveva bisogno di loro per vivere la sua vita. C’era chi mi raccontava di avere fatto coming out e di essere stato/a rifiutato/a come se non fosse lo stesso figlio o la stessa figlia di sempre. Ma c’era anche chi si era sentito/a rispondere dai genitori che in futuro non volevano sapere nulla di quell’aspetto della loro vita. C’era chi, raccontando di sé, ostentava sicurezza e chi aveva gli occhi lucidi. Ricordo in particolare una ragazza che, abbracciandomi, mi chiese "Suo figlio sa quanto è stato fortunato ad avere dei genitori che, anche se spiazzati dal suo coming out, sono riusciti ad abbracciarlo e a dirgli che non era cambiato nulla, che lo amavano esattamente come prima?"

L’esperienza di essere un libro parlante, mi ha fatto capire qualcosa a cui, senza quei ragazzi e ragazze, non avrei mai pensato: loro mi avevano voluto leggere perché rappresentavo la speranza che , come io avevo, dopo un mio percorso, riaccolto mio figlio con lo stesso amore di prima, allora un giorno anche i loro genitori avrebbero potuto abbracciarli, accettarli e riaccoglierli, capaci finalmente di considerare la loro diversità nient’altro che uno degli infiniti modi per cui nessuno è uguale agli altri.

E quindi se è giusto che nessun genitore venga colpevolizzato perché ha bisogno del suo tempo per elaborare il coming out del figlio o della figlia, in quanto ognuno di noi genitori ha fatto o deve fare un suo percorso che per alcuni può essere semplice, per altri, invece, può apparire difficile, pieno di ostacoli e per altri ancora non avere mai fine, ricordiamoci che intanto i nostri figli e le nostre figlie aspettano e sperano di non essere rifiutati, ma accettati e riaccolti da noi, finalmente in grado di riconoscere e rispettare il valore della loro identità.
Grazie a mio figlio che mi ha dato l’opportunità di conoscere un mondo che ignoravo e grazie ad Agedo per avermi accolto.

Fanny Marrone


www.agedomilano.it
e-mail: agedomilano@gmail.com
Fb: Agedo Milano Tel: 02 54122211


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