Gambina’ Story

Nel centro di Milano c’era un palazzo un po’ diroccato, ma enorme e tenebroso. Era un palazzo molto importante, perché là si amministrava la Giustizia, non solo della città, ma del territorio del circondario. Durante il giorno moltissime persone entravano e uscivano dall’edificio che era stato costruito all’epoca del fascismo ma, al tempo in cui accadevano i fatti di cui si narra... ()

2014 02 24 14.47.21 1 1foto gam... aveva perso il suo stile austero ed imperiale e sempre più assomigliava a una fortezza abbandonata, a  un inaccessibile castello della bella addormentata. Proprio perché il posto era così impervio e poco esposto, Gambina, uno dei pochi piccioni sopravvissuti alla strage di fine novecento, ne aveva fatto la sua residenza ufficiale.

Amava vivere in centro, non perché fosse un piccione snob, ma perché gli piacevano i posti con una storia di cui scoprire i retroscena.
A causa di quella sua passione infatti, aveva perso le dita della zampa. Un giorno, volando con altri piccioni della comunità, erano rimasti tutti impigliati nelle reti di protezione che impedivano l'ingresso alla Galleria Vittorio Emanuele di fianco al Duomo.
Gambina aveva capito subito che se non liberava la zampa sarebbero rimasti impigliati per sempre in quella trappola, così fattosi coraggio si era tranciato da solo le dita con il becco. I suoi compagni, lungi dall'essergli grati, erano subito volati lontano lasciandolo solo a leccarsi la ferita.

Gambina da allora non li aveva più cercati, restando a vivere da solo poco lontano dal luogo del misfatto.
Viveva in un anfratto sopra l’Ufficio Sfratti e nonostante più individui, tra cui  Marameo, un gatto di strada, avessero provato a dargli la caccia, nessuno era finora riuscito nel suo intento.
Era un piccione di una certa età, ma a causa della strage piccioniana, non sapeva neppure chi fossero i suoi genitori né se avesse avuto altri parenti. Conservava gelosamente qualche cimelio e qualche ricordo che era riuscito a strappare a qualche altro piccione di passaggio, e, al contrario di molti della sua specie, teneva molto alla storia dei piccioni di Milano, cui apparteneva.

Il gatto Marameo gli aveva infatti detto che una volta la Piazza del Duomo era stracolma di volatili come lui, tanto che lui stesso aveva avuto paura ad attraversarla da quanti pennuti l’avevano circondato. Ora invece Gambina era rimasto uno dei pochi della sua specie a vivere in città. Certamente aveva dovuto combattere, la sua esistenza in quel posto era sempre in pericolo, tanto che quel nome “Gambina” era dovuto al fatto che la zampa sinistra aveva perso due dita; tuttavia era molto intelligente e grazie al suo intuito e alla sua furbizia aveva sventato la caccia degli addetti alle pulizie del Palazzo di Giustizia e ogni tanto compariva in pieno giorno, svolazzando nei corridoi, spaventando gli impiegati e facendo fuggire le persone. Anche il gatto Marameo aveva provato a stanarlo, senza risultato.

Un po’ per abitudine un po’ dunque per la frustrazione di essere rimasto orfano e menomato, passava le sue giornate nascosto in quel luogo, osservando il viavai delle persone e delle loro umane vicende. Tuttavia Gambina non riusciva a immaginare come sarebbe potuta essere la sua vita se avesse avuto accanto una grande famiglia per condividere le sue giornate. Di notte alcuni pipistrelli se la ridevano di lui, svolazzando tra un lampione e l’altro delle vie circostanti, dicendogli che i piccioni erano stati eliminati perché portavano le malattie ed erano antipatici, e così anche le rondini, quando tornavano in primavera, non facevano che scansarlo e deriderlo, evocandogli i fantasmi della sua famiglia che si trascinavano tristi e malati da una via all’altra della città.

Gambina si sentiva davvero solo: i pipistrelli lo sbeffeggiavano, le rondini erano di passaggio, il gatto Marameo un pericolo, i suoi simili lontani e indifferenti alla sua sorte. Abitando sopra l’aula dell’Ufficio Sfratti del Palazzo di Giustizia vedeva ogni giorno file e file di persone sofferenti, che come lui lottavano per la sopravvivenza. In quegli anni, in particolare, la crisi economica aveva ridotto sul lastrico moltissimi individui.

Le banche divoravano tutti i risparmi dei cittadini e se appena una vecchietta aveva un piccolo debito, le veniva messa in vendita la casa e così per tanti altri poveracci.
Il giudice che si occupava di questi processi per sfratto e pignoramento, era lei stessa un’anziana signora che non aveva neanche più il tempo di alzarsi dalla sedia, tanto era il lavoro che doveva sbrigare. L’unica sua distrazione era mandare un saluto a Gambina dalla finestra e, di tanto in tanto, lasciargli una briciola del panino sul davanzale. Sembravano quasi amici e sembrava addirittura che riuscissero a comunicare e a parlarsi come tra esseri umani.

Un giorno nell’aula entrò anche Marameo e Gambina si nascose terrorizzato. Vide dalla finestra l’anziana giudice parlargli fitto fitto e poi prenderlo in braccio accarezzandolo, tanto che Gambina ne fu quasi geloso, poi avvicinandosi alla finestra, chiamò il piccione e gli disse:
«Gambina, vieni, non aver paura, vedi anche Marameo è costretto a lasciare la città, è denutrito e solo perché la vecchietta che gli lasciava qualcosa da mangiare è stata cacciata dall’ennesima banca dalla sua abitazione per un debito piccolo piccolo, che aveva con la compagnia del gas, e ora è stata ricoverata alla Baggina. Non ho potuto far altro che emettere l’ennesima sentenza contro una povera vecchina, ma ora sono stufa. Gambina, non ce la faccio più!». Piangeva la giudice accarezzando il gatto Marameo spelacchiato e tutto ossa.
«Voglio andare in pensione, anche se sarò penalizzata, anche se non avrò raggiunto il massimo, sono stufa di dover infliggere il colpo di grazia a queste persone già deboli, malate e sconfitte. Andrò con Marameo in campagna: ma prima di salutarti definitivamente vorrei consegnarti questa mappa che mi diede anni fa una mia conoscente che veniva chiamata “la strega” perché accudiva i piccioni. Si dice che lei custodisce l’eredità di tutti i piccioni scomparsi da Milano e forse potrà darti qualche informazione sulle origini della tua famiglia».
Detto questo, consegnò a Gambina un foglio arrotolato e si allontanò. 

Al calar delle tenebre, Gambina, incurante delle solita grida dei pipistrelli, svolse la mappa e si levò in volo in direzione della casa della strega. Arrivò dunque all’inizio di Viale Palmanova, dove, con suo grande stupore, vide molti volatili della sua specie adunati in gruppo.

“Cosa vuoi Gambina?”, lo apostrofò un piccione che sembrava essere il leader della compagnia. Come osi avvicinarti alla comunità, dopo che per anni non ne hai rispettato le regole, vivendo solitario e isolato?”.
“ Io…” provò a mormorare il piccione.  
“Non vedi che sei menomato e quindi inabile a rappresentare la nostra specie? Che cosa credi di essere? Un merlo forse, per vivere ancora in centro a Milano? O forse un tenero passerotto  da balcone?”
“Sono venuto a prendere la mia parte di eredità e poi vi lascio in pace: siete voi che mi avete allontanato, lasciandomi solo a curare le mie ferite dopo che, per l’incidente, persi le dita. Voi che con tanta baldanza mi avete respinto anni fa. Con uno in meno più
briciole per tutti, avete sentenziato anni fa. Ora almeno dividiamoci l’eredità dei piccioni.”
“Ma quale eredità? - lo rimbrottò il piccione della comunità- non c’è nessuna eredità. La strega è morta e noi ci siamo già spartiti anche l’ultima briciola, sghignazzò… Ricordati Gambina, i piccioni sono poveri, sporchi e malati; e sono orgogliosi di esserlo.”
“Bene!”, esclamò allora Gambina. “Vi lascio tutto, anche questa mappa: a te e a tutti quelli che, come te, desiderano le stesse cose. Vi lascio alla vostra povertà, che è tutto ciò che avete.”

Stava quasi per tornare al suo davanzale dell’Ufficio Sfratti, quando d’un tratto, da un furgoncino di un venditore ambulante di panini, uscì un uomo che lo chiamò: “Gambina…Gambina…avvicinati!”

Come faceva quell’uomo a sapere il suo nome, e come faceva a parlare così bene il linguaggio dei piccioni, per il nostro era un mistero, e ne fu talmente sbalordito che decise senza esitazione di avvicinarsi. L’uomo, capìta immediatamente la sua meraviglia disse: “Gambina, non aver paura, sono un Mago; devo consegnarti, da parte della strega dei piccioni, questa scatola che contiene la tua parte di eredità dei piccioni scomparsi nella strage.”

Così facendo gli consegnò uno scatolino non più grande di un portapenne, che Gambina soppesò dapprima con lo sguardo e poi cercò di tastare con il becco e le zampe, cercando il punto più adatto per aprirlo e scoprirne il contenuto. Il mago, che assomigliava in tutto per tutto a un essere umano, tornò sorridendo sul furgone dei panini e mise in moto allontanandosi verso il viale dei ciliegi di Cimiano.

Il piccione, infilato nel becco un lembo dello scatolino, sorvolò i tetti di Milano, da viale Palmanova a Piazza Loreto, e poi sopra Corso Venezia, mentre il sole stava impallidendo per far posto alla Luna.
Tornò così al suo davanzale di Palazzo di Giustizia, dove contava di godersi in santa pace la sua eredità. Posato il fardello su di un fazzolettino lasciatogli dalla sua amica giudice, si accorse che per aprirlo era necessario avere una zampa con un solo dito proprio come la sua “gambina”.
Così posata lievemente l’unghia nella fessura riuscì ad aprire e scoprì che conteneva questa lettera:
Caro Gambina,
ti abbiamo lasciato in un giorno nuvoloso di primavera; purtroppo sapevamo che non avremmo più trovato, se non per te, briciole croccanti e leggere, ma solo veleni e tramonti neri e che la nostra vita sarebbe finita così. Ma, lasciandoti, abbiamo intravisto, o così ci piace pensare che fosse, il tuo volo lieve verso nuovi e sereni orizzonti: eravamo orgogliosi di te e lo siamo ancora, anche se nascosti dalla tenebre non possiamo accompagnarti.
Ascolta il cinguettio e il tubare dei tuoi consimili, e rieccoci, noi siamo lì, cip cip, a testimoniarti il nostro amore. Tuoi per sempre, papà e mamma
”.

Commosso, Gambina stava chiudendo lo scatolino, quando si accorse che conteneva un sacchettino etichettato con la scritta “polvere magica - leggere istruzioni”.
Apprese così che se avesse gettato un pizzico di quella terra addosso a un altro essere vivente, questi si sarebbe trasformato in piccione.
Occorreva naturalmente il suo consenso, recitavano le istruzioni, ma il prodigio avrebbe consentito a  Gambina di  godersi la compagnia dei suoi simili. La polvere era infatti stata ottenuta dalla cristallizzazione delle lacrime dei piccioni scomparsi  nella grande stage piccioniana. L'uso delle lacrime permetteva infatti la trasformazione dei ricordi evocati in magia vivente e poteva alimentarsi di tutte le lacrime che ogni essere vivente avesse voluto donare a Gambina.

Fu così che le vecchine sfrattate dall'Ufficio Sfratti si trasformarono in superbi piccioni, capaci di volteggiare all'interno dei cortili del Palazzo, godendosi la libertà del volo e la compagnia del nostro piccione.

Il suo cielo si ripopolò di sogni e nuovi ricordi, da allora, fino alla fine di questa storia.


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Re: Gambina’ Story
20/03/2014 Pier Luigi Galliari
E' un bel racconto alla Rodari. Non conoscevo questo tuo nuovo tipo di ispirazione. Peccato ch non riesca a stamparlo.Il pc mi parla di "errore interno". Puoi farlo tu? Grazie e complimenti Pier Luigi Galliari


 
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