Come il vetro

Racconto in una mattina piovosa.
(Ogni riferimento a fatti o persone reali è casuale, naturalmente)
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TettoÉ una fredda mattina e il tetto della casa di fronte sembra vetrificato. Si potrebbe iniziare in un modo più banale? Eppure quel tetto sotto la pioggia oggi sembra avere qualcosa di memorabile. Per questo ne scrivo, e anche perché è la prima cosa che vedo, o meglio, quella su cui per prima si è soffermata la mia attenzione. O meglio ancora, quella su cui per prima si è soffermata la mia attenzione dopo che ho deciso di raccontare una cosa che mi sta a cuore. Bisogna pure iniziare da qualche parte e io inizio da qui, da quel tetto che sembra di vetro, in questa mattina d'inverno. Lo faccio anche se non ho ancora ben capito se c'entra qualcosa, ma credo di sì. Però ora da quel tetto ci devo scendere, e rapidamente, altrimenti non troverò più la strada. Tutti sappiamo come pensieri e ricordi tendano a sfuggire, a volte non meno dei sogni. O meglio, tende a sfuggire la possibilità di descriverli, che poi è il modo di dar loro un senso anche per chi non li ha vissuti o ne ha di diversi. Ho messo ancora una volta un “o meglio” ripetendomi in modo non troppo elegante e facendo forse perdere forza al pensiero.

Sì, ma insomma, veniamo al dunque. Non volevo mica raccontare di tetti o miglioramenti e invece sono qui a cincischiare. Bene, si tratta di una semplice cenetta tra amici. Tutto qui? E cosa c'entra? Sì tutto qui, ma tenterò di raccontarne con animo aperto aspettandomi qualche rivelazione, come un bambino. Ci si andò a piedi portando una torta di cioccolata, una specie di Sacher come sta imparando a farne mia moglie, che mi seguiva in silenzio. Per me è un piacere sottile andare a cena dalla mia amica, Sandra si chiama, che conosco dai tempi in cui frequentavamo il Liceo. É come avere una misura del tempo, andare da lei, forse per la sua sostanziale stabilità. Una ben strana cangiante inaffidabile misura, però una misura. Sandra praticamente non ha mai cambiato casa e ha una cameretta, ora per gli ospiti ma prima era sua, in cui qualche volta ho pure dormito, da liceale e anche dopo. No, non c'è mai stato niente tra noi, nemmeno in gioventù. Eppure non era male quand'era ragazza, anche se non le donavano molto gli occhiali. Quando li levava poi, con quegli occhietti gonfi sembrava un cuccioletto di talpa (lei mi perdonerà, spero, per questa impertinenza).

Chissà perché ma fu così, però amici restammo sempre. Io andai in giro per il mondo (a ciapà i ratt, a prendere topi, come si dice a Milano) e lei - dopo una breve esperienza da single, però talmente vicino alla casa dei genitori e riproducendone così fedelmente lo stile che a me dava l'idea di non essersi mai trasferita, come se da una porta del suo appartamento si potesse passare nella casa d'origine e andare a salutare mamma Chiara e il burbero avvocato Remo, stirpe di socialista alla Turati, o Bissolati per chi si ricorda di tali figure (inciso un po' lungo da leggere d'un fiato, aiutati speriamo da questi trattini) – beh, dicevo, anche lei che non era certo un tipetto facile ebbe la sua esperienza matrimoniale. Si sposò con un giovane antiquario ebreo che conobbi in un paio d'occasioni. Non molto, sempre a cena e sempre in un appartamento dello stesso viale Romagna, ancora una volta a solo qualche decina di metri dalla casa di mamma e papà.

Non lo conobbi molto, dicevo, ma lo ricordo come un tipo gentile, un po' triste, con la casa piena ovviamente di bei mobili antichi e soprattutto di una gran quantità di tappeti orientali (era un esperto), che Sandra da quando è tornata nella casa, avita e tanto vicina, tiene ora in tutte le stanze, anche uno sull'altro, non per mancanza di spazio quanto piuttosto per sovrabbondanza. Se lo portò via in poco tempo un tumore, non mi ricordo che terribile bestia fu mai. Anche il padre, di Sandra dico, se lo portò via un tumore, questa volta dopo una lunga malattia
fatta di cure, ospedali e soprattutto di estenuanti angosciose trasfusioni di sangue durante la quale Sandra rivelò una notevole forza d'animo lottando fino alla fine (anche con inefficienze e idiozie della pubblica sanità) per lenire, almeno lenire, i dolori del padre e ritardare la fine che da subito si rivelò ineluttabile. Chissà se ha mai saputo il caro avvocato Remo, apparenza austera e paterna ma buon bevitore e conversatore, uomo di mondo e intransigente libero pensatore, che pur non avendo mai toccato sua figlia (un po' mi dispiace) ai tempi delle grandi lotte e dei sogni gli piazzai in cantina, lei complice naturalmente, accanto alle sue splendide bottiglie di vino, una cassetta nientemeno di molotov, riempite anch'esse di una sostanza aromatica, seppure in modo del tutto diverso e con diverse intenzioni. Mi perdonerà l'avvocato ne sono sicuro, se da dove si trova si può perdonare, perché in fondo quelle bottiglie servivano al nobile scopo di difenderci dalla canaglia fascista, che anche lui disprezzava.   

Salimmo le scale (le faccio a piedi anche se ho già i miei anni, altro modo per misurare il tempo) e venne ad aprirci la signora Chiara. Ma è un capitolo che dovrei raccontare a parte. Qualche scienziato farebbe bene a studiarla, questa cara signora. A novantatre anni legge come io non potrei mai, ore e ore libri su libri (Sveva Casati Modigliani tra le sue preferite, d'accordo, ma cosa vuol dire?), gioca a burraco da non provare a sfidarla (una volta l'ho fatto però la cosa non si ripeterà perché oltre a stracciarmi si arrabbiava pure quando sbagliavo) e ancora gode della compagnia, dei discorsi acuti o gioiosi e della buona tavola. Per non parlare del vino, che gusta con accorta moderazione, un “dito” alla volta, tenendo testa a chiunque.

Oh, eccoci giunti infine alla cenetta tra amici! Eh no, mi fermo qui, si trattava di un banale pretesto. Forse che il titolo non vuole dir niente? É il titolo che deve dare l'idea, far intravvedere la strada; e il titolo parla di vetro. Quella casa borghese, le figure educate che vi si muovevano, i begli oggetti, le pietanze gustose, perfino i profumi e le bottiglie di vino, generoso friulano, che vi si stappavano in quantità (eravamo in sei a cena, quelli di cui ho accennato più due gradevoli persone attempate che non conoscevo, e ne finimmo altrettante) ora mi sembrano appunto figure e riflessi di vetro. Solo fragili punti di appoggio per un pensiero che stava già sopra quel tetto reso brillante dall'acqua piovana. La solidità di una vecchia amicizia, il calore di una famiglia unita e serena, che tale è rimasta anche dopo una fatale disgrazia, ci metto pure la Sacher, buona ma con qualche occulto difetto, i motti di spirito degli amici e l'allegria facilmente raggiunta. Mi successe già scendendo le scale, e ora finalmente ne sono cosciente. In cuor mio, nella mattina grigia d'inverno, solo in casa, tutte quelle voci e parole, gusti e colori, la serenità pur di fronte all'abisso, tutto questo al mio infinito silenzio interiore semplicemente andai comparando (lo so che è una banale parafrasi, da bravo liceale che ero e sono rimasto dopo i viaggi i rischi e tutte le altre illusioni) ma non mi sovvenne l'eterno, neppure una versione ridotta di esso. Mi sovvenne soltanto, con vitrea chiarezza, che nulla di tutto questo ho mai avuto, né famiglia unita, né solida amicizia, né tanto meno raggiungerò alcuna serenità di fronte all'abisso. E ora si è dissolto anche l'amore.

Così tutto quanto, cose paesaggio pensieri memoria, questa mattina aveva preso a tintinnare, perfino la pioggia e il tetto di fronte, imitando beffardamente i bicchieri di quella cenetta tra amici. Cosa fa il vetro oltre a tintinnare, dopo essere colto sonoramente nella sua essenza? Si rompe. Basta un niente e si rompe. Per questo ne ho voluto parlare.

AB



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Re: Come il vetro
23/02/2014 Valeria Volpe
Bellissimo racconto,crea immediatamente una atmosfera famigliare che cattura e affascina, permeata di una lieve malinconia...


Re: Come il vetro
20/02/2014 antonella
il vetro si rompe e ti potresti anche ferire,meno male che questa dolcissima storia lascia solo un cuore tra le nuvole e non lo spezza!


 
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