Storia di Tönle

Mario Rigoni Stern è l’autore del racconto proposto per l’appuntamento di aprile del percorso di lettura “Luoghi letterari del '900” a cura di Raffaele Santoro. ()

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“Storia di Tönle”, sebbene meno noto de “Il sergente nella neve”, che è il libro sicuramente più famoso di Mario Rigoni Stern, tuttavia è, a detta di Rigoni Stern stesso, il suo libro più bello. In effetti “Storia di Tönle” ha avuto importanti ed espliciti riconoscimenti laddove si consideri che, pubblicato alla fine del 1978, vinse, l'anno dopo, sia il premio Campiello che il Bagutta.

La bellezza di questo libro nasce, in primo luogo, dalla sintesi pressoché perfetta che Rigoni Stern qui raggiunge fra ancoraggio alle vicende storiche e creazione della vicenda narrativa, fra resoconto e romanzo, fra epoca ed epopea. Laddove locale e universale, storia individuale e storia collettiva, piccola e grande storia si fondono dando vita a quella dimensione epica che connota tutto il libro. Rigoni Stern riesce infatti a dar vita a un incrocio in cui favola, legenda e realismo convivono creando una dimensione altra rispetto alla pura e semplice narrazione di fatti, ed è proprio in virtù questa capacità di suscitare questa sorta di secondo livello di lettura che “Storia di Tönle” riesce a diventare non più solo resoconto ma anche romanzo.

“Storia di Tönle” è un libro sullo scomparire delle cose, non solo perché parla di cose scomparse ma perché, nel rievocarle ed evocarle, ci racconta la parabola di quel loro scomparire con tutto il senso della nostalgia, ma anche della perdita che ciò porta con sé. E' lo scomparire prima di tutto di un'epoca, con tutto ciò che essa aveva rappresentato, ma anche lo scomparire di un modo di vivere e di stare al mondo, di un modo di esistere e di concepire la vita. Ma la bellezza e il valore di “Storia di Tönle” sta non solo in questa sua capacità di raccontare un passaggio epocale ma, soprattutto, nella sua capacità di farlo attraverso le mutazioni che ciò comporterà nella vita e nell'esistenza di un uomo, Tönle Bintarn, che di quel passaggio sarà al tempo stesso partecipe diretto e osservatore distaccato, in quanto cosciente e consapevole di quanto quel passaggio stava cambiando non solo la sua vita ma il mondo intorno a lui.

La grande Storia penetra infatti nella vita di Tönle ma è attraverso il suo sguardo che noi la vediamo e vi partecipiamo. Ed è questo sguardo semplice e profondo, istintivo e poetico, “giusto” e pervaso da un intimo senso di armonia che eleva Tönle sopra e oltre i grandi fatti della Storia e ci rivela la segreta umanità che quello sguardo racchiude. Tönle Bintarn è un uomo radicato in un mondo antico, un mondo i cui valori e i cui ritmi rimandano ai grandi cicli naturali: i cicli vita/morte, i cicli delle stagioni, quelli della natura, quelli della montagna. In questo senso potremmo dire che vi è in Tönle un'istintiva resistenza nel non accettare come naturale ciò che è determinato dalle dinamiche della Storia per come esse impongono coercitivamente se stesse. Tönle infatti vive e si muove, anche in senso fisico, dentro un'idea del mondo e di sé che assume la libertà come condizione fondante del vivere.
Egli saprà quindi essere al tempo stesso nomade e stanziale, capace cioè di muoversi fra diversi luoghi ed esperienze ma, al tempo stesso, sempre spinto a ritornare a quel luogo e a quel mondo al quale, pur allontanandosene, resta indissolubilmente legato. Ed è proprio in quel luogo dove Tönle è nato, è cresciuto e vive che prende le mosse “Storia di Tönle”, quell'Altipiano dei Sette Comuni o di Asiago che, dal 1866, cioè da dopo la “terza guerra di indipendenza” e l'annessione del Veneto all'Italia, non è più parte dell' Impero asburgico. Laddove Tönle di quell'Impero era stato suddito e, per il quale, aveva fatto pure il soldato “nelle terre di Boemia”. Ma adesso c'è un confine che divide l'Altipiano dall'Impero e per chi su quell'Altipiano vive quel confine è divenuto un mezzo per vivere portando da lassù alla sottostante Valsugana – in quel Trentino ancora asburgico – e viceversa, merci di contrabbando povere ma essenziali sia di qua che di là.

Ma Tönle un giorno mentre sta per rientrare con il suo carico viene intercettato dalle “regie guardie di finanza” e per liberarsi da quella guardia che l'aveva afferrato e trattenuto la ferisce. La reazione delle autorità per quel suo gesto sarà durissima e, per sfuggire alla cattura, Tönle dovrà fuggire molto lontano da lì, lasciando moglie, figli e genitori. Da quel giorno Tönle andrà oltreconfine nei più diversi luoghi di quell'Impero per lui adesso divenuto un rifugio, facendovi i più svariati mestieri. Farà il venditore ambulante di stampe in Tirolo e in Baviera, l'addetto all'allevamento dei cavalli in Ungheria, il giardiniere a Praga.

Tönle quindi non solo fugge ma si procura di che vivere per sé e per la famiglia ma, soprattutto, si apre ad una varietà e pluralità di esperienze nel segno di quella libertà di cui si diceva. Una libertà che rimanda ad un universo il cui centro si trova dappertutto e i cui confini non si scorgono da nessuna parte. Ma Tönle è anche portatore di una identità forte e precisa fatta di una cultura e di una lingua antica e remota quella cimbra che lì sull'Altipiano accomuna da secoli quelle genti. Una lingua e una cultura che sono per Tönle parte di quel legame che lo radica e lo richiama e coincidono con un universo di senso che lì e solo lì ha per Tönle riscontro. E così come fosse un uccello migratore all'inizio dell'inverno egli farà sempre ritorno sull'Altipiano, nascondendosi, perché resta pur sempre un ricercato, ma non per questo rinunciando a quel suo ritorno.

Per anni, la vita di Tönle sarà scandita da quell'andirivieni che lo portava “...verso Natale a ritornare a casa...e quando varcava la porta della casa trovava un figlio o una figlia nuovi.” Finché anche quella latitanza avrà termine: “Fu nel 1904 che, finalmente, anche il nostro Bintarn poté farsi vedere... senza il timore di venire arrestato...In quell'anno nella casa regnante nacque il principe ereditario...”, il futuro Umberto di Savoia “, ...e, per l'occasione venne concessa l'amnistia e l'indulto.” Da quel momento ha inizio per Tönle una fase nuova della sua vita. Non essendo più costretto ad allontanarsi Tönle si ricongiungerà pienamente con il luogo e i luoghi dell'Altipiano. Finché “Il 28 giugno 1914 vi furono le pistolettate di Sarajevo” e quando l'estate di quell'anno egli cominciò a vedere i primi movimenti di truppe intente a far manovre in montagna capì che la guerra era vicina. Il terribile impatto della Grande Guerra ricadrà - sebbene egli non sarà chiamato a parteciparvi - anche su Tönle che la osserverà nel suo svolgersi, essendovi proprio lì, su quell'Altipiano, uno dei suoi più terribili teatri, ed essa gli apparirà chiaramente per quello che è: una sequela di orrori.

Sarà un Tönle desolato e in pena quello che, da quel momento, si muoverà sull'Altipiano, perché quello di cui sarà testimone è il progressivo e inesorabile venir meno di un tessuto di vita. Popolazioni costrette a lasciare le proprie case abbandonandole; coltivazioni e animali lasciati a se stessi; pascoli non più praticabili; abitudini, riti e tradizioni interrotte; luoghi devastati e con essi, incombente, il senso della fine di tutto. Ma Tönle, nonostante abbia compreso che il mondo intorno a lui sta per scomparire, vuole restare e resistere. Si acquatta e cerca rifugio nel bosco, ma il legame “fisico” con la sua casa è più forte e nonostante tutto vi ritorna, a dispetto di quello che gli può accadere. E proprio mentre è lì, nella sua casa, Tönle sarà catturato dagli austriaci che, presolo per una spia, lo trasferiscono e lo internano in un campo di prigionia nei pressi di Linz. Insofferente a quella prigionia e desideroso di ritornare a casa riesce a scappare senonché, mentre si trova ancora in territorio austriaco, verrà fermato e rispedito al campo. E' il Natale del 1916 e lì in quel campo vi passerà ancora un anno, finché nel dicembre del '17 gli viene data la possibilità di fare rientro in Italia. Giuntovi riuscirà rocambolescamente e testardamente ad arrivare alle pendici dell'Altipiano fino a risalirlo ma, incrociate le trincee italiane, da lì vedrà che il suo paese è completamente distrutto. Prenderà ancora per i boschi ma, ormai, oltre che essere vecchio e stanco, non ha più un luogo e un mondo a cui ritornare, si siede quindi ai piedi di un albero. E lì, il mattino dopo, sotto quell'albero, Tönle Bintarn verrà ritrovato morto da un soldato di passaggio.

In un suo intervento, tenuto nel 1989, Mario Rigoni Stern, parlando di “Storia di Tönle” aveva pronunciato queste parole: “...nella “Storia di Tönle” la natura e l'ambiente sono in armonia con gli uomini, e ancora una volta sarà la guerra, la pazza violenza, a sconvolgere il tutto. Tönle è un uomo pacifico, un uomo “naturale” e con la sua storia a cavallo dell'Ottocento cerco di ricostruire un mondo perduto forse per sempre”.


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