Il capitombolo

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Il palazzaccioEra molto timida. Anche per questo parlava molto spesso. Forse perché le era capitato sovente di dialogare con persone che avevano un’idea di lei irrinunciabile. Quando tentava un discorso con queste persone si doveva fermare. Loro parlavano alla loro idea di lei e si ergeva il Muro. Alla fine, lei si rinchiudeva in un monoblocco inscavalcabile e la comunicazione era monca. Più passava il tempo e più la prigione diventava soffocante; allora parlava, parlava e scriveva. Non poteva credere che anche la sua capa avesse un’idea preconcetta di lei e una mattina, quando la vide arrivare, le corse incontro e l’ avvertì che presto ci sarebbero state le Elezioni e l’informò che come sempre era disponibile per quel tremendo lavoro. In un primo momento, la capa la guardò molto male, poi, quando capì, sorrise e infine le lanciò un saluto indispettito, come se con lei avesse voluto allontanare anche le Elezioni.

Ho qualcosa di urticante, allora pensò, qualcosa che respinge. Era forse diventata talmente superba, da non riconoscere che i suoi difetti erano talmente evidenti e plateali da essere connaturati con la sua presenza, così concluse in quel frangente, ma non potè neppure lanciare un “oh!”di meraviglia che immediatamente fu assalita dalle Elezioni.

Si tuffò zoppicando in quel mare di lavoro: controlla le liste, conta le firme, verifica nomi, cognomi e date di nascita. Pensava ormai di essere un’esperta, era il suo quarto incarico, ma questa volta le cose erano complicate da nuove regole e cercò di farsi disperatamente strada in mezzo a cavilli e complicazioni, saltando, zoppicando, rotolando e andando a sbattere contro pagine e pagine di circolari e memorie esplicative. Intanto tra i meandri del Palazzo si aggirava anche il Principe del Metro Lineare contornato dai suoi aiutanti, che voleva misurare, calcolare, ricontare l’ingente struttura che sarebbe servita a contenere tutto il lavoro. Innalzava strutture metalliche tra corridoi e atri, tra sotterranei e seminterrati, s’ingegnava a distinguere etichette e ripiani per sfoderare orgogliosamente l’annosa competenza che gli era valsa il titolo principesco. Naturalmente calcoli e misure dovevano essergli servite già confezionate e questo aumentava il carico delle incombenze dei sudditi, che si avvicendavano al suo cospetto laboriosi e servili. Lavoratrici e lavoratori ormai in età avanzata, date le ristrettezze delle casse dello Stato che non permettevano un ricambio generazionale, i quali oltre al carico di lavoro, a Palazzo dovevano sobbarcarsi anche l’organizzazione delle Elezioni.

La squadra degli addetti alle Elezioni era ancora più esigua del solito, i tempi ancora più risicati, e sopra al mare di teste ruminanti e mulinanti dei lavoratori della giustizia, vegliavano e s’aggiravano come falchi i soliti candidati in cerca di fortuna o di sfortuna, a seconda dei punti di vista. La squadra era al completo, ma i suoi occupanti cambiavano di continuo. La cancelliera, l’allodola dei protocolli, il lecchino ministeriale, i furbetti del controllino, la volpe del Consiglio e altri personaggi costretti da anni ad occuparsi della verifica delle votazioni, erano gli unici fissi. Quelli che andavano e venivano appartenevano a una categoria di lavoratori indefinibile. C’era qualche fannullone e inabile cronico, ma perlopiù erano persone che intuiva simili a lei, con pensieri favorevoli alla pace dello Stato, sedicenti riformatori, idealisti. Non si riusciva a conoscere bene nessuno. Arrivavano, venivano buttati nei locali adibiti all’opera, con o senza sedie, matite, computer, s’avvicendavano davanti a programmi confezionati per l’occasione, mai prima d’allora collaudati o semplicemente testati e s’ingegnavano a farli girare sperando di far bene e poi se ne andavano brontolando. Le ore diventavano giorni e i giorni settimane. I risultati erano insoddisfacenti , più volte furono costretti a ricominciare. Alla fine persero la nozione del tempo, infine non seppero più distinguere con certezza i risultati reali da quelli immaginati dalla fantasia.

Gli occhi dei suoi collaboratori avevano le palpebre cadenti. L’allodola dei protocolli si assentò per malattia, sfatta dallo stress; la volpe del Consiglio, il Principe del Metro Lineare e gli altri collaboratori mostravano una stanchezza che neppure centinaia di sedute di agopuntura avrebbero potuto eliminare. Le loro facce, incorniciate da barbe sfatte e rughe precoci, mostravano insoddisfazione e una sottile ombra di terrore. Giunse infine il lecchino ministeriale che asciugandosi la fronte con il dorso della mano mostrò l’ordine consueto di portare tutti i risultati a Roma alla Corte di Cassazione, la loro vera centrale operativa.

Fu costretta a partire e continuava a dire uffa sul treno che la stava portando a Roma e intanto un’immaginario gigante, come in sogno, si mangiava la sua placida calma. Il treno era pieno zeppo di bimbi e di mamme che da queste Elezioni riponevano qualche speranza e forse un futuro migliore. Infanti che non avevano asili, costretti a passare da baby sitter a baby sitter, quando andava bene, altrimenti affidati a badanti di fortuna, che li avrebbero abbandonati per ore davanti a cartoni televisivi. Era anche affollato da adolescenti e da giovani donne o uomini non avrebbero potuto ambire a sorte migliore, perché la disoccupazione nel Paese era arrivata a percentuali mai viste, né conosciute nella storia dell’ultimo secolo. Veloci nubi chiudevano l’orizzonte. Le colline verdi sembravano aride. Il sole spandeva brandelli di luce sulle linee degli Appennini. L’avida Cassazione attendeva di inghiottire i suoi atti come un gigante che minacciava la sua calma ed era là pronto ad accoglierla con le sue molteplici voci di giudici agitati e con braccia e gambe di cancellieri rinchiusi nel palazzaccio da ore ed ore, assetato di voti e ancora voti e percentuali di calcolo e cifre e ancora cifre. Ora che sola soletta si avvicinava al gigante, solo il valore umano avrebbe potuto salvarla dal mare agitato dell’attesa. Erano le sette passate di un venerdì primaverile quando si accinse a salire le scale del Palazzaccio.

Data l’ora, il grande atrio prospicente il salone Giallombardo era deserto, e tacitamente rimbalzava i suoi passi affrettati. Qualcuno la chiamò nella sala impregnata dai fiati di decine di uomini e donne laboriosi come formiche tra i banchi che arredavano l’aula e i telefoni posti sugli scranni dei giudici. Ogni viso esprimeva rabbia e fretta, ognuno sembrava trasformato in persecutore dei suoi stessi colleghi. Nessuna speranza di uscirne viva, pensò avvicinandosi con la sola intenzione di depositare i suoi documenti. Superati i controlli, narcotizzata dai fumi che aleggiavano attorno al suo perimetro, fu introdotta nella camera di consiglio. Appena dentro si stupì di trovarla vuota ma scorse una scaletta nell’angolo e la salì. Si trovò al cospetto di un uomo grasso con i capelli grigi e il naso bitorzoluto, che irraggiava forza e fiducia. Appoggiato ad un tavolo sfogliò subito le carte. Poi si mise a sedere e cominciò a fissarla. Sentiva lo choc di quello sguardo su di sé, quando si accorse di un secondo giudice già seduto al suo fianco. Piccolo e pelato, con un mezzo sorriso astuto sulle labbra. Proprio quel tipo di persona che si mostra affabile ed intanto accarezza una fiala di veleno nella tasca. Improvvisamente, come parlando ad una persona che non si vedeva, lui esclamò:”Il bello è che la maggior parte delle leggi che dobbiamo far rispettare è sorpassata, ridicola o inutile, ma noi non abbiamo voce in capitolo per ciò che riguarda la politica, le leggi le fanno gli altri…”

“Dobbiamo farcela” lo incalzò una voce lontana che non riuscii a localizzare “ma in che modo?” le fece eco il grasso giudice. ”La vera democrazia è soffocata da molti anni. Non siamo mai riusciti a risolvere il problema della rappresentanza neanche con la nostra interpretazione autentica, e senza quella non c’è speranza.” Il giudice astuto le indicò la porta da cui era entrata e soggiunse: ”Farò inserire immediatamente nel calcolatore i dati che ci avete comunicato. Siamo stati più fortunati di quanto ci meritassimo, forse potremo dare spazio ed impulso ad un metodo di governo che non pensavamo potesse esistere…ma per per farlo dovrai dedicare tutti i tuoi sforzi alla realizzazione di questo progetto, consegnare tutto, tutto quanto è a vostra disposizione” e le lanciò un altro sguardo strano.

Era veramente feroce nella caccia al dettaglio, ad ogni punto che esaminava, vomitava clausole e clausole e le riempiva la testa di fumo e di fiamme. Ogni dettaglio, andava vagliato e discusso in sua presenza e rimaneva poi appicicato al cervello, creandole una confusione infernale. Il mal di testa diventava atroce. Presto sarebbe morta soffocata.. Il Grande Burocrate sepolto da secoli negli androni del Palazzaccio faceva così il suo ritorno ufficiale, e cominciò ad inseguirla, sventolandole per le scale discipline remote, ma mai completamente sepolte o dismesse Nella confusione totale il pericolo divenne davvero reale ed imminente.

Stava svolgendo un lavoro che non le avrebbe procurato neppure un grazie, solo porte sbattute e fregature. Stava per essere eliminata dal Grande Burocrate, così decise di chiamare i colleghi rimasti in ufficio. ”Torna a casa al più presto, non siamo i grado di capire cosa vogliano veramente, i documenti li abbiamo consegnati, ma cosa vogliono ancora? Cos’è questa storia? Chi è sto Burocrate?”. “Un mostro che mi insegue , vuole altri documenti, devi venire qualcun altro al più presto e portare tutto quel che è rimasto in ufficio”. Mentre chiudeva la conversazione si accorse di essere arrivata in fondo ad un corridoio senza uscita da dove non giungevano voci e neppure s’intravvedeva la luce del sole. C’era un ascensore ma salitavi si rese conto che non funzionava. Ormai era tardi e si sentiva esausta, quasi senza accorgersene di fianco all’ascensore precipitò nel sonno.

Al risveglio era buio. SI accorse che intorno non si sentiva la presenza di anima viva. Provò a risalire sull’ascensore, ma come tutti gli ascensori dei palazzi di giustizia d’Italia non funzionava molto: tentava di chiudere le porte ma rimaneva bloccato e ripeteva continuamente la solita cantilena “first floor…first floor, primo piano” appena si schiacciavano i bottoni di risalita. Lei guardò intorno per vedere se c’erano scale di servizio ma in quel corridoio non si affacciava nulla tranne una piccola porticina verde in fondo, dalla parte opposta all’ascensore. Quando l’apri fu subito sorpresa di trovarsi in uno spazio aperto, con il cielo buio della notte sopra di se. Rumori tremendi come di boati o tuoni le giungevano da lontano. Anche se le sembrava di essere lì da sola avvertiva la presenza di qualcosa tra le ombre. Come scrosci d’acqua notturni mentre lei era lì immobile, spaventata, e tuttavia vivente, prigioniera di quelle immagini tenebrose, e incapace di decidere se allontanarsi dal mondo conosciuto, ma ostile, o gettarsi in un’avventura che richiamava il vuoto, l’immensità del vuoto e della notte. Allungò un passo e si accorse di essere nella melma. Probabilmente era la palude, quella che aveva scorto dal treno mentre si avvicinava alla Capitale; “nella palude?” esclamò ad alta voce mentre s’avviava nell’acqua puzzolente.

” Benvenuta nella palude dei narcisi” le rispose una voce di lontano “Qui si incontrano i Politici che a volte si alleano, a volte si demoliscono e si rubano intenti e programmi a volte si schierano e altre si disperdono, ti scorteremo nel tuo ritorno, ma dovrai attraversarla, ipocrita dalle molte lingue, cancelliere del nostro stivale, tienti al riparo dalle menzogne, osserva solo come l’acqua cristallina sciaborda ed echeggia dentro di te”.

Nella palude dei Narcisi s’aggiravano figure tentacolari e incolori, elettori ed eletti, candidati e promoter, che emanavano putrescenti richiami. ”E l’orgoglio nazionale dove lo metti?” urlava un troll nascosto nel fango. Ai suoi piedi crollò un cippo, un’effige di patriota, forse era Garibaldi, pensò cercando di non inciampare nel rudere che piano piano veniva risucchiato dalla palude. Attaccata ai rami di qualche albero in putrefazione proseguì il suo percorso cercando di mantenersi lucida che tutt’intorno si ergeva una folla di rumori. ”Difendiamo i valori nazionali!” s’inabissò l’urlo di un signorotto. “Non c’è Patria per i diversi, ripuliamo il paese dai miscredenti…”. Mentre da un’altra parte si udì: “Vogliamo giustizia per i deboli!”e il fango lentamente soffocava le voci”. Pane, pace, giustizia….mormorava di lontano, gorgogliando la palude.

Per proseguire nel cammino le sarebbe servito diventare completamente sorda e tapparsi il naso per non essere inghiottita dalla melma dei Narcisi parlanti. La loro grande corolla sfiorava i passi della fuggitiva, lanciando richiami e suggerendo ennesime menzogne di cui occorreva liberarsi e scostarsi per non rimanerne soggiogati od esserne rincorsi. Chissà se il Principe del Metro Lineare avrebbe avuto chiara l’estensione di quella palude. Avere un dato preciso l’avrebbe soccorsa in quel viaggio che sembrava non aver dimensioni spazio temporali. Si ricordava che nel viaggio di andata, scorgendo la palude dal treno, le era parso un percorso breve, ma ora le pareva interminabile. Avanzava prigioniera di quelle voci sempre più grevi e false, sulla strada del vuoto, la vista cieca, che si avvicinava al nero. Immaginò il giorno delle Elezioni, la fatica che aveva fatto fino a quel momento con gli altri colleghi. Dov’erano ora? Cosa stavano facendo? Un partito incontrava un altro partito, lo tangeva lo allontanava nel fango e nella bufera delle voci di quei politici, che echeggiavano nella notte della palude e le stelle illuminavano senza pietà il reale.

S’accorse di un leggero pizzicore intorno ai piedi e si fermò. Intorno a sé miriadi di pesci fosforescenti facevano capannelli rimestando l’acqua melmosa. Si meravigliò che in quel putridume potesse esserci tanta vita. Seguì allora la corrente fosforescente e si ritrovò piano piano come trasportata dai pesci in acque più limpide dove tutti gli esseri viventi sembravano avere a cuore la realtà circostante. Questo è il bene comune pensò, appoggiando i risultati delle elezioni sulle rive di quell’alveo. Li desiderò acquietarsi e posare il suo fardello.

Pensò che aveva avuto abbastanza coraggio per finire di attraversare la palude dei Narcisi, e quella era l’agognata ricompensa, il bene comune da rispettare. Pensò che l’allodola dei protocolli, il lecchino ministeriale e il Principe del Metro Lineare, l’avrebbero raggiunta e avrebbero apprezzato quel risultato delle Elezioni. Il risultato, quello vero delle elezioni, non restava nascosto in quel paradiso terrestre, si svelava ogni tanto a chi sapeva vederlo, a chi sapeva cercarlo, a chi sapeva ascoltare la voce cristallina dell’acqua che sciaborda dentro di se. Proprio verso la fine quando già si scorgeva il profilo dell’ufficio, trovò ad aspettarla i colleghi festanti che si erano fermati ai confini della palude. L’allodola dei protocolli le corse incontro e avrebbe voluto abbracciarla, ma il suo sguardo si perse nell’azzurro del cielo, nella trasparenza del ruscello e il bene comune venne li per sempre custodito e difeso.



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