Solidarietà e accoglienza, l'Associazione NoWalls

Abbiamo intervistato Giancarlo, un volontario dell'Associazione NoWalls. Al CPR di via Corelli opera per dare aiuto e un'istruzione ai migranti. Iniziativa che verrà cancellata con la trasformazione del centro di accoglienza in centro di detenzione. ()

IMG 20181201 150842 copia 2Giancarlo fa parte della Associazione di volontariato NoWalls, che si è formata dal 2016, da un gruppo di volontari attivi in un Centro di Accoglienza Straordinario di Milano, per iniziativa di Angela Marchisio. L'associazione no profit ha creato una scuola d'italiano per i migranti del centro, circa 500 persone, in maggior parte uomini di età media di 22 anni, arrivati dall'Africa sub-sahariana e dal Corno d'Africa, e anche dal Pakistan, Afghanistan, dall'Iran.

Quanti erano i volontari inizialmente?
Circa 40 persone con differenti competenze, ma con gli stessi valori: professionisti, insegnanti, casalinghe, medici, pensionati, che, da un'idea di Angela Marchisio, libera imprenditrice e di Silavana Strambone, che si occupa d'accoglienza, hanno fondato la scuola d'italiano per i migranti.

Come è nata questa idea?
Si voleva dare supporto ai migranti in fuga da guerre, dittature e povertà, fornendo gli strumenti che accompagnano il migrante nel suo percorso di integrazione e inclusione sociale. Poiché molti di loro erano analfabeti è stato avviato il corso di alfabetizzazione.
Altri, pur essendo scolarizzati, non potevano far valere il loro titolo di studio e hanno ripreso gli studi. Il progetto si è successivamente ingrandito proponendo percorsi di formazione professionale.
Inoltre, per favorire la socialità, lo scambio, la conoscenza reciproca è stato promosso lo sport : il calcio, la corsa...

Anche per le donne?
La scuola di certo, lo sport, il calcio no. Per loro era stato attivato un ambulatorio di ginecologia per assisterle sino al momento in cui avrebbero avuto la tessera sanitaria. Cercavamo di incoraggiarle, perché non avere niente da fare, crea una grande frustrazione. Loro hanno risposto veramente bene. Ora abbiamo allestito anche un laboratorio di sartoria.

Com'è stato il tuo primo impatto nel centro?
Era gennaio del 2016 e faceva molto freddo. Un'amica mi aveva parlato di questa associazione che si occupava di insegnare italiano e mi sono trovato davanti a giovani che venivano a lezione in T-shirt e infradito.
C'erano enormi difficoltà e io ho pensato di fare un orto, per aggiungere senso e bellezza a un luogo degradato, ma venivano anche proposti corsi per muratori, camerieri e cuochi. Li seguivamo anche nell'espletamento delle pratiche burocratiche. Allora eravamo già 60 volontari, oggi siamo un centinaio. Seguivamo i ragazzi, ma anche noi imparavamo da loro il rispetto degli altri. Noi non ci fidiamo più degli altri, loro, invece, sì e ci guardano dritti negli occhi. Non avere la forza di guardare negli occhi, come fanno chi li vitupera, è un segno di debolezza.

La situazione si è fatta più difficile in queste ultime settimane.
In questi giorni, nei quali sono in corso molti trasferimenti, stiamo cercando di sostenerli. E' importante che si sappia il più possibile di loro, perché, passato il momento emotivo attuale, deve subentrare la conoscenza di chi sono questi migranti.
Noi stiamo continuando l'insegnamento della lingua e oggi sono attive nove scuole sul territorio milanese, tra queste la Biblioteca di via Valvassori Peroni ci ha conscesso l'uso di un locale per due giorni la settimana.Una biblioteca è un luogo ideale per insegnare e i ragazzi hanno la piacevole percezione di essere finalmente accolti. Sorprende, ancora oggi, vedere la grande fiducia che hanno in noi.

Che cosa succederà a queste 500 persone?
Ora li stanno spostando in altri centri in Lombardia e sembrano posti buoni; sono vicini a Milano e possiamo restare in contatto con loro tramite i volontari. Possiamo così mantenere una relazione che è molto bella e importante e l'unica sulla quale si può appoggiare qualsiasi altra iniziativa.

Quale futuro possono avere?
Il problema sono i documenti, senza quelli non possono fare niente, ne' lavorare, ne' uscire dal Paese. Per avere la concessione di asilo politico, prima ci volevano almeno due anni, oggi si sa che diventerà una rarità. L'unica cosa che possiamo fare per loro, al momento, è farli studiare e insegnar loro un mestiere. Nonostante le difficoltà accresciute, bisogna continuare a fare quello che già facevamo.

Da chi sono ordinati questi trasferimenti?
Questi spostamenti sono dettati dalle prefetture che dipendono dallo Stato.
Non è un progetto di grande umanità, perché questi ragazzi vengono messi fuori e aumenterà la percezione negativa di invasione, anche se questo non è vero e i numeri e le statistiche lo confermano.

Come procederete, voi, in questo prossimo futuro?
La storia è fatta di ciclici cambiamenti; le cose cambiano sempre, bisogna continuare a sperare e aspettare il cambiamento. Noi continueremo il nostro lavoro con l'unico strumento universalmente valido: la nostra umanità.




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