La meravigliosa storia di Peter Schlemihl

Con il romanzo di Adalbert Von Chamisso ha inizio il percorso di lettura dedicato al tema “Quella “fantastica” letteratura. La letteratura del fantastico tra ‘800 e ‘900” a cura di Raffaele Santoro. ()

chamisso 2 immagineA un certo punto Peter Schlemihl, come a sancire la natura delle sue vicende, dice: “Anche qui, come già spesso nella mia vita e come altrettanto nella storia del mondo, entrò in scena un imprevisto”. Ora l'imprevisto è ne “La meravigliosa storia di Peter Schlemihl” il motore stesso della narrazione. Tutto in essa nasce per effetto di un imprevisto e tutto si svolge per effetto di una serie di imprevisti di cui quell' “Anche qui” pronunciato da Peter Schlemihl ne è testimone.

Ma l'imprevisto è ne “La meravigliosa storia” anche il mezzo per generare il fantastico o, meglio, il meraviglioso. Italo Calvino nell' “Introduzione” alla raccolta “Racconti fantastici dell'Ottocento” da lui curata, richiamando Tzvetan Todorov e quanto egli sostiene in merito alla distinzione tra il “meraviglioso” e il “fantastico”, scrive: “...il “meraviglioso” secondo Todorov, si distingue dal “fantastico”, in quanto presuppone l'accettazione dell'inverosimile e dell'inspiegabile, come nelle fiabe”. Ebbene in questa definizione di Todorov è contenuta tutta l'essenza de “La meravigliosa storia” la quale è appunto “meravigliosa” proprio perché dominata dall'inverosimile e dall'inspiegabile che è reso come fosse possibile e verosimile proprio attraverso quegli imprevisti che lo creano e lo alimentano di continuo.

L'idea stessa che sta alla base de “La meravigliosa storia” è infatti del tutto inverosimile eppure, collocata come essa è in quella cornice “meravigliosa”, si traduce in una fulminante invenzione, vera come può essere vero un sogno rispetto al quale non dubitiamo della verità della sua esistenza, ma nei confronti del quale non ragioniamo più in termini di vero o falso. E come i sogni hanno in sé quella loro intrinseca potenza capace di liberare infinite possibilità di significati e di rappresentazioni così “La meravigliosa storia” ha suscitato e ispirato una tale varietà e quantità di letture, interpretazioni e idee che ne evidenziano tutta la sua intrinseca ricchezza e al tempo stesso la sua inafferrabilità.

Perché le conseguenze di quella decisione che Peter Schlemihl prenderà e cioè di vendere la propria ombra al diavolo, restando così senza la sua ombra, saranno assai superiori e del tutto imprevedibili, rispetto a quanto l'ingenuo e inconsapevole Peter Schlemihl potesse immaginare. Esse gli disveleranno infatti tutte le paure e le angosce connesse all'esperienza del sentirsi inadeguati e alla solitudine che ne deriva. Scoprirsi carenti e diversi, venendosi egli a trovare senza la propria ombra, ed essere visto e riconosciuto come tale, avrà per Peter Schlemihl come prima e più immediata conseguenza la perdita della propria libertà. Egli finirà infatti per essere paradossalmente sospinto nell'”ombra”, cioè lontano dalla luce e dalla visibilità che da essa deriva, perché solo nell'oscurità, laddove cioè l'ombra non fa più la differenza, egli potrà tornare ad essere come gli altri e a stare con gli altri.

Ma questa perdita della propria libertà non si configurerà per Peter Schlemihl solo come perdita della propria agibilità ma, assai più drasticamente, come perdita della propria innocenza e come messa in discussione della sua integrità e della sua normalità. Peter Schlemihl quando si accorge che viene notato e additato perché va in giro privo di ombra sente su di sé un clima di sospetto, una colpevolizzazione implicita, per quella anomalia che lo rende incompleto e inaccettabile. Non essendo conforme alla norma si sente, lui per primo, costretto ad estromettersi dal mondo. La presa di distanza nei suoi confronti nasce quindi da quella sorta di deformità che si porta appresso, come se avesse in sé un che di insano e di malato. Già, a questo livello, appare, in tutta la sua portata, uno dei temi chiave de “La meravigliosa storia” e cioè la dicotomia tra essere e apparire. E' infatti l'immagine di Peter Schlemihl che viene vista e valutata e solo quando di essa se ne scopre il misterioso difetto allora il giudizio su di lui cambia inevitabilmente, trapelando da quella sua diversità un che di inconfessabile e inquietante.

Ma d'altro canto Peter Schlemihl è in questa situazione proprio perché di quella dicotomia se ne è reso egli stesso vittima, incappando in pieno nelle lusinghe dell'apparire, allorquando ha accettato quel “folle contratto” così come poi lui stesso lo definirà. Quando infatti quell' ”uomo in grigio” gli si presenta offrendogli, in cambio della sua ombra, la “borsa della felicità di Fortunatus” da cui scaturiscono monete d'oro a gogò Peter Schlemihl è già in trappola: abbacinato da quella prospettiva egli non resisterà infatti al luccichio di quei ducati, premessa di ricchezza immediata e sconfinata. Se è vero che in questa circostanza Peter Schlemihl riveste la parte dello sciocco ingannato, coerentemente ai significati a cui semanticamente il termine Schlemihl rimanda, in quanto nel gergo ebraico della malavita, da cui proviene, il termine lascia intendere un uomo sciocco, goffo e impacciato, ma anche imperdonabilmente scalognato, tuttavia le implicazioni contenute nell'accettare quello scambio sono assai più vaste.

Anteponendo il denaro e il suo valore Schlemihl si illude di poter diventare come quei ricchi borghesi presso i quali egli si trova quando avviene il suo incontro con l'uomo in grigio i quali, con toni sprezzanti, dileggiano chi ricco non è. Ma così facendo essi si sono ormai votati alla vanità dell'apparire, sintetizzata da Chamisso in quell'ossimoro tagliente che li descrive intenti a parlare: “seriamente di cose futili, e futilmente di quelle serie”. E nel circondarsi di tutto quel ben di dio che l'uomo in grigio tira fuori magicamente dalle sue tasche per allietare i loro desiderata, senza che neanche se ne sorprendano - nello sconcerto del povero Schlemihl che vi assiste esterrefatto - appare evidente che essi hanno già venduto l'anima al diavolo: “i ricchi stanno volentieri in mia compagnia” dirà non a caso l'uomo in grigio, il quale, come è ovvio, è il diavolo in persona.

Ma, a differenza del Faust goethiano qui non è il dominio di potenza a indurre il patto bensì la logica affaristica. L'uomo in grigio definirà infatti un “piacevole affare” il contratto con Schlemihl e, nel sottrargli l'ombra in cambio di denaro, egli l'ha, di fatto, ridotta a merce. Un'intuizione premonitrice da parte di Chamisso - “La meravigliosa storia” è “appena” del 1813 - dell'apparire sulla scena e dell'affermarsi della nascente borghesia economica e dei valori che essa imporrà, che sgretoleranno quelli propri del romanticismo e della relativa società a cui Chamisso, che era un nobile e un aristocratico tedesco di origini francesi, apparteneva. Ma quello scambio, già di per sé deleterio, sarà ancor più svantaggioso per Schlemihl, perché nel venire espropriato della sua ombra egli si renderà ben presto conto che in nome di quell'illusorio apparire non solo ha perso l'ombra ma ha pregiudicato il suo stesso essere.

Egli toccherà infatti con mano come non è possibile vivere senza la propria ombra, come metafora dell'impossibilità di vivere con parti di sé tenute fuori di sé. Usando i toni leggeri e lievi della favola e contrappuntando con quelli del grottesco e del beffardo Chamisso ci descrive le disgrazie a cui andrà incontro il povero Schlemihl senza la sua ombra. In effetti, a fronte del suo incedere fantastico, “La meravigliosa storia” è una storia piena di momenti di disperazione e il dolersi di Schlemihl, affranto per la sua condizione e per le sue vicende, è pressoché costante. Giacché Schlemihl è un onesto e un semplice che vuole salvare quell'onestà e quella semplicità per poter salvare se stesso, da qui il suo tormentarsi e il suo disperarsi. Egli sarà infatti costretto a tradire e a piegare quella sua natura ricorrendo al sotterfugio e alla menzogna, laddove ha constatato che solo celando agli altri questa sua condizione può riuscire ad esistere ed essere accettato.

Ciò gli produrrà però la necessità di ricorrere ad un duplice sdoppiamento: della sua stessa personalità, perché ingannando gli altri dovrà venir meno alla sua onestà, e della sua identità, perché si troverà costretto a far credere di essere quello che non è. Ma se questi sdoppiamenti sono gestibili in prima persona da Schlemihl che cercherà di farsene interprete, non lo è invece lo sdoppiamento che comporta la separazione dalla sua ombra che diventerà un suo sé separato da sé e, come tale, un dato di fatto oggettivo. Non potendo ricongiungersi mai con la propria ombra Schlemihl si troverà a vivere una scissione tale da indurre in lui una profonda condizione di insicurezza e smarrimento. Guardarsi nella propria ombra significa infatti riconoscersi, avere coscienza e memoria di sé e quindi confermarsi, in quanto individui, nella propria unicità. L'ombra è pertanto una fonte di protezione perché è costitutiva della nostra integrità tanto che, come si suol dire, dietro la nostra ombra ci possiamo anche nascondere. Perdere l'ombra significa perciò perdere la nostra unità sia fisica che psichica e rinunciare a un fattore fondamentale per la protezione di noi stessi.
Tutti i tentativi che fa Schlemihl di “rifarsi” un'ombra: prendendola a prestito dal suo devoto servo Bendel, piuttosto che chiedendo ad un pittore di dipingergliene una su misura, saranno destinati a fallire perché quell'ombra e solo quella è l'ombra di Schlemihl, a cui egli appartiene e che gli appartiene. Essendo in fondo l'ombra non solo una nostra estensione ma simbolizzando, come è stato rilevato da più parti, la nostra stessa anima o, più indefinitamente, la nostra sfuggente essenza, così come la psicologia del profondo ha poi ampiamente attestato.

Da tutto questo si comprende il “dramma” di Schlemihl perché la fondamentale conseguenza di aver venduto la sua ombra al diavolo è che egli non è più se stesso. Egli è diventato un “altro” al quale, per quella sua condizione, non è concesso un posto nel mondo e il cui destino ormai è di essere emarginato e solo. E, a questo, non vi sarà rimedio tanto che l'uomo in grigio gli dirà: “Io la tengo in pugno proprio grazie alla sua ombra”. Giacché il prezzo che egli dovrebbe pagare per riavere la sua ombra sarebbe ancora più elevato e, a quel punto, definitivo e cioè vendere la propria anima così come l'uomo in grigio ostinatamente e pervicacemente gli chiederà di fare. Ma vendere la propria anima significa perdere la propria reputazione e Schlemihl si sacrificherà proprio per salvare la propria anima. Rinunciando infatti sia all'ombra sia al denaro e “tenendosi” la sua anima Schlemihl si riappropierà della coscienza di sé: “Ero rimasto lì seduto, senza ombra e senza denaro ma in compenso mi ero tolto un peso e mi sentivo sereno.” dirà Schlemihl. attestando quella sua ferrea volontà che l'aveva portato ad allontanare definitivamente da sé l'uomo in grigio e a liberarsi da quel ricatto.

In tal modo egli rimetterà l'essere dinanzi all'apparire e passerà dalla parte dello sciocco ingannato a quella del saggio capace di riscattarsi. E così mentre egli si vede ormai destinato all'oscurità definitiva, relegato in una miniera, in quel buio dove l'ombra non fa più la differenza, con un ennesimo imprevisto il destino gli metterà ai piedi gli stivali delle sette leghe e lo lancerà in giro per il mondo a passi da gigante. Con un escamotage narrativo squisitamente e tipicamente romantico, basato cioè sulla fuga nel fantastico, Chamisso “libera” Schlemihl dalla sua condizione e lo trasforma in un novello esploratore. In tal modo egli avrà un destino diverso e favorevole e attraverso lo studio e le applicazioni a cui si dedicherà nelle sue esplorazioni riuscirà ad avere un'alternativa alla cupa solitudine a cui era condannato. Dirà infatti Schlemihl: “Escluso dalla società umana a causa di colpe commesse nel passato, ora ero guidato verso la natura che avevo sempre amato”. Trasformatosi quindi in un naturalista Schlemihl rientrerà nel mondo se pure in quella sua “nuova vita di studioso solitario”.

In questo epilogo vi è un'altra delle anticipazioni di cui Chamisso ne “La meravigliosa storia” è stato capace e cioè proprio il superamento di quella dimensione fantastica, tipicamente romantica, che sta alla base de “La meravigliosa storia” e l'apertura di uno sguardo sul futuro, su quella curiosità e sistematicità scientifica che stavano per affermarsi in quel nuovo secolo. Al termine della storia Schlemihl non è più quindi un eroe romantico ma uno scienziato il quale, però, è consapevole che anche in quella sua nuova condizione o forse proprio per quella sua nuova condizione è destinato a stare da solo con se stesso.

“La meravigliosa storia” finisce qui, ma non finirà qui la storia della perdita dell'ombra. L'eredità che Chamisso lascerà arriverà infatti fino al '900. Da Erasmo Spikher e il suo riflesso perduto nello specchio de “Le avventure della notte di S. Silvestro” di Hoffmann, alla favola di Andersen che ha per titolo “L'ombra”, gli echi e i rimandi de “La meravigliosa storia” attraverseranno tutto l''800 e riappariranno nel primo '900: ne “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello e ne “La donna senz'ombra” di Hofmannsthal.


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