Dai fontanili agli antichi mulini: una passeggiata alla scoperta delle acque di Lambrate

La Redazione di z3xmi.it è lieta di pubblicare questo articolo inviato da Rebecca Travaglini dopo aver partecipato alla passeggiata di domenica 17 giugno, un inatteso regalo per noi e, ci auguriamo, per i nostri lettori. ()

lambro
Sono uscita di casa un po’ triste, quasi controvoglia. Non mi oriento ancora bene e ho rischiato di arrivare in ritardo. Invece all’ingresso del Parco Lambro c’era ancora un gruppetto di persone pronto a partire. Faceva caldo, ma una brezza leggera rendeva piacevole quella domenica pomeriggio. Così è cominciata la passeggiata – organizzata il 17 giugno da z3xmi.it dell'associazione MIA e guidata da Thomas Giglio della cooperativa Cascina Biblioteca – che ci ha portato a riscoprire quello che resta degli undici mulini lungo il Lambro.

Sono venuta a sapere così che questo fiume scorre in direzione nord-sud da Crescenzago a Ponte Lambro. Il parco, insieme all’adiacente parco Forlanini, fa parte dell’area verde sopravvissuta alla trasformazione subita da questa zona nel Novecento, quando la ferrovia, l’aeroporto di Linate e la tangenziale est cambiarono radicalmente il panorama. Nel 700 però a Crescenzago, Cimiano e Lambrate, che si trovavano fuori dalla città, sorgevano proprietà nobiliari ed ecclesiastiche, sostituite nell’800 da enti pubblici dopo la soppressione degli ordini religiosi.
Lambrate è stato addirittura un Comune autonomo fino al 1923! Costeggiando il laghetto vicino all’ingresso del parco ci siamo ritrovati immersi nel verde. Abbiamo attraversato un prato a marcita, che sembra uno spiazzo erboso ma in realtà è coltivato con una tecnica perfezionata a partire dal Basso medioevo dai monaci Umiliati e Cistercensi: vengono scavati dei fontanili che fanno sì che sulla superficie del campo – leggermente in declivio con la caratteristica forma a zig zag – scorra un rivolo d’acqua a temperatura costante. In questo modo il campo rimane umido e vi si possono ottenere fino a 10 tagli d’erba all’anno. Ciò garantisce una produzione continua di fieno e permette di tenere gli animali in stalla e non al pascolo, oltre che di lavorare il latte prodotto in eccesso per ricavare formaggio: ecco le origini della ricchezza economica lombarda. La nostra passeggiata prevedeva una sosta a Molino San Gregorio, una struttura in via di ristrutturazione per diventare un centro di accoglienza e recupero sociale. Purtroppo i lavori sono momentaneamente fermi a causa delle piene del fiume, che hanno allagato la zona.

Questa cascina è conosciuta con il nome di San Gregorio Vecchio a causa di una storia curiosa. Nel 400 a Milano c’erano frequenti epidemie di peste e occorreva costruire un lazzaretto per curare i malati. Il conte Bevilacqua decise così di lasciare all’Ospedale Maggiore una somma di denaro per questo scopo, a patto però che il lazzaretto fosse costruito a San Gregorio, in onore del santo. Questa zona però era troppo lontana dalla città per trasportarvi i malati, pertanto si decise di giocare d’astuzia: si scelse un monastero di monache vicino a Porta Venezia e lì fu costruito il lazzaretto battezzandolo con il nome del santo (via San Gregorio passa ancora di là). Invece il luogo che si trova qui, per evitare confusione, fu chiamato Vecchio.

Dopo ancora qualche passo tra gli alberi, bellissimi in questo primo assaggio d’estate, siamo arrivati a cascina Molino Torrette, oggi interamente ristrutturata e sede di Fondazione Exodus, un piccolo paradiso dove si possono vedere ancora le pale dell’antico mulino. E lì, tra l’erba, abbiamo potuto sbirciare una grossa nutria che si è lasciata fotografare continuando a rosicchiare steli d’erba incurante delle persone che si avvicinavano. Sulla strada del ritorno ci siamo fermati a osservare un cippo di pietra su cui si riesce ancora a leggere la scritta limite delle risaie: una volta le zone umide in cui si coltivava il riso dovevano trovarsi a una certa distanza dalla città, perché a causa delle acque stagnanti erano considerate una fonte di malattie.

Questo pezzo di roccia, apparentemente insignificante, sta qui a ricordarcelo. Sono appena due mesi che vivo a Milano, e l’ho sempre considerata una città grande, simile alle capitali europee, piena di palazzi e grattacieli. Invece mi sono accorta che, forse proprio come le capitali europee, è piena di verde, e il Lambro e il Forlanini ne sono una bella testimonianza: offrono un riparo dalla vita caotica dove rilassarsi, respirare aria pulita e fare sport. Qui nel fine settimana si dà appuntamento la comunità sudamericana, e intere famiglie si ritrovano per mangiare, ascoltare musica e stare in compagnia. La passeggiata organizzata ogni anno nella cornice del Festival del Lambro del Municipio 3 ha un tema sempre diverso: nel 2017 le erbe di strada, quest’anno invece l’acqua. Per qualcuno è un appuntamento fisso, come ho capito dai brandelli di conversazione dei miei compagni di viaggio.

Eravamo in quaranta, c’erano famiglie, bambini in passeggino, coppie, perfino qualcuno che ci ha seguito in bicicletta. E poi c’erano persone solitarie come me, capitate per caso a far parte del gruppo: un bel modo per conoscere uno dei tanti volti di Milano, una città in cui si passa dal grigio al verde con facilità, così come dai libri evocati dal nome di Cascina Biblioteca – forse perché un tempo faceva parte delle proprietà della Biblioteca Ambrosiana – ci si trova all’ombra degli alberi nella frescura dell’acqua.


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