La malora

Secondo appuntamento con il percorso di lettura “Libri sparsi nel mondo, mondi sparsi nei libri”, curato da Raffaele Santoro. Un buon libro per il mese di dicembre. ()

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“La malora” è il secondo libro di Fenoglio, uscito nel 1954, due anni dopo “I ventitré giorni della città di Alba” a cui farà seguito, nel 1959, il suo terzo libro: “Primavera di bellezza”. Ma se questi ultimi due libri, come poi avverrà per la gran parte della sua opera, hanno per tema la lotta partigiana e i suoi esiti, con tutta la problematicità e drammaticità che quell'esperienza ebbe per Fenoglio - che ne colse le implicazioni laceranti di guerra civile e di “violenza pubblica” -“La malora” si distacca da questo filone costituendo, nel corpus dell'opera dello scrittore piemontese, un testo contenutisticamente diverso dagli altri. Tale diversità è data dal suo vertere su un mondo e un ambiente, quello contadino delle Langhe dei primi decenni del Novecento (periodizzazione prevalentemente accreditata, sebbene nel testo non vi sia alcuna indicazione temporale), narrato nella sua cruda e crudele miseria; facendo di quel microcosmo geografico il luogo di una geografia esistenziale lacerante e violenta tanto quanto lo sarà quella rappresentata da Fenoglio nel narrare la guerra partigiana. Se infatti “La malora” ha la specificità tematica che si è detto, essa ha però un'intrinseca e organica appartenenza a quegli stessi “motivi” che ispireranno il complesso dell'opera di Fenoglio e cioè quello della violenza che pervade le esistenze e diviene “misura” del mondo, creando un conflitto dirompente e tragico fra umanità e disumanità, fra pietà e spietatezza. 

Come fosse un dato di natura che, nelle esperienze limite come sono la guerra e la miseria, emerge in tutta la sua forza ed evidenza. Il “realismo”, di cui Fenoglio ci rende partecipi ne “La malora”, lungi dall'essere riducibile ad una sorta di “verismo”, veicola una visione epico-morale e una dimensione esistenziale profonda e potente. La vita e la sopravvivenza affondano in Fenoglio in una primitività di reazioni e di sentimenti che rimandano a un che di antico e di primordiale. C’è qualcosa di arcaico nei caratteri dei suoi personaggi, nell’essenzialità semplice delle loro scelte, nella grandiosa elementarità dei loro sentimenti. Fenoglio ci mette di fronte la brutalità degli uomini e delle loro vite su cui incombe quella dannazione, quella “malora” appunto che li sovrasta e li pervade la quale, come un male oscuro, invade le esistenze e domina le cose. 

E' un mondo spietato e avaro quello descritto da Fenoglio dove l'umanità che pure tenta di continuo di affiorare è schiacciata dagli eventi e dalla ferocia degli egoismi e delle miserie umane. Se la letteratura è una continua rivelazione è questo lavoro di continua rivelazione che Fenoglio compie, denudando uomini e cose da qualsiasi retorica e consolazione e affondando nella più estrema e radicale autenticità, nutrita da una compassione umanissima. Quando Agostino Braida, il giovane contadino protagonista-narratore de “La malora”, ci racconta la sua storia di perseguitato dalla sorte noi sentiamo che il suo cuore riesce a mantenere vivo dentro di sé il senso degli affetti e a preservare quel suo carico di tenerezze. In questo senso i personaggi de “La malora” dilagano dai confini e dai margini delle Langhe e assumono aspetti e tonalità universali, conferiti anche da quella dimensione atemporale in cui le vicende sono collocate e narrate. 

Perché in Fenoglio c'è una densità che va oltre il tempo e lo spazio e che si manifesta in quei veri e propri corpo a corpo esistenziali che legano quegli uomini tra loro e che, a loro volta, li legano alla loro terra e alla loro roba. Così come vi è una densità che si sprigiona tramite il linguaggio il cui risultato sono quelle “parole precise e vere” di cui parlava Calvino. E, ne “La malora”, Fenoglio “crea” la lingua cioè una sua lingua, in cui plasma e scolpisce l'italiano e lo ibrida con il dialetto. In questo senso il dialetto, così come usato da Fenoglio, non pone al lettore problemi di comprensione o di “traduzione” perché, pur nello straniamento che trasmette, è sempre potentemente evocativo e, la sua resa narrativa, è sempre fortissima. 

“La malora” ha un impianto assimilabile a quello di un romanzo di formazione in cui, una sorta di “crescendo di sventure”, scandisce la crescita e la maturità di Agostino Braida. Il quale vivrà su di sé e vedrà intorno a sé la fine di ogni innocenza, laddove l'età dell'innocenza affiorerà solo come un lontano e rimpianto ricordo. Perché in quel mondo il patimento arriva presto e inesorabile e accompagna l'intera esistenza nella quale il proprio destino è nel non detto in cui le cose accadono: “Come la mia famiglia sia scesa alla mira di mandare un figlio, me, a servire lontano da casa, è un fatto che forse io sono ancora troppo giovane per capirlo da me solo.” dice Agostino parlando di quel suo essere stato mandato come “servente” a lavorare e vivere nella cascina di Tobia Rabino, dispotico e spietato fittavolo, il cui bestiale sfruttamento della moglie, dei figli e di Agostino stesso lo rende una figura di una prepotenza violenta e allucinante. Ma come accade in quel mondo era stata quella miseria che invelenisce tutti i rapporti a spingere il padre di Agostino a “venderlo” a Tobia, così come sarà sempre in nome di quella miseria che avverrà il sacrificio di Emilio, il fratello minore di Agostino, costretto ad entrare in seminario dove si ammalerà di tubercolosi, per soddisfare i voleri bigotti della fervente maestra del paese, nonché usuraia, la quale avrebbe così estinto il debito che i genitori avevano con lei.  Entrambi, quello di Agostino e quello di Emilio, sono allontanamenti dolorosi in quanto non scelti, laddove, in quel mondo, le proprie scelte e la propria volontà non contano nulla. Perché le logiche dominanti sono quelle del bisogno e della necessità, ma anche quelle dell'accaparrare e del conservare, finendo tutti per vivere in un perenne “calcolo”. Dove l'abisso della miseria diventa un abisso di miserie nel quale il confine tra sfruttatori e sfruttati è minimo, potendo divenire tali condizioni intercambiabili, avendone in comune il più totale abbrutimento. 

La vita contadina in quel mondo diventa quindi una guerra sotterranea e incessante con quella “malora”, in cui anche l'accidentalità sembra parte di un disegno diabolico e imponderabile come quando Agostino, portato da Stefano, il fratello maggiore, a vedere il segno lasciato dal padre che scivolando era caduto e cadendo lì era morto dirà: “...vederlo m'empì di spavento e di furore, come se fosse il segno che lascia il diavolo”. Privati di ogni conforto che sia esso divino: “Dio non fu mai con noi” dirà Agostino, che dato dal favore della sorte: “Mia madre non ha mai avuto nessuna fortuna” dice ancora Agostino - ma ciò è una costante in quel mondo - i personaggi de “La malora” finiscono per trovarsi soli con se stessi a fronteggiare la vita. Laddove anche i legami familiari - fortissimi in quanto legami di sangue, fondati sul principio di autorità a cui nessuno si sottrae – non garantiscono però, di per sé, alcuna solidarietà. E l'umanità, al loro interno, anche quando appare, come nel toccante rapporto fra Agostino ed Emilio, resta tuttavia avvolta in una sfera di dolore e di impotenza. 

E' come se l'attaccamento alla terra, alle cose, ai propri simili li imprigionasse, a fronte di una tensione verso una liberazione covata e anelata ma, al tempo stesso, continuamente repressa e frustrata. Come se l'esistenza fosse attraversata da una delusione perenne e immutabile, dettata dalla rinuncia e dalle rinunce a cui si è costretti. Di ciò un caso esemplare è quando Agostino intravede una fuoriuscita da quella vita in quella corrispondenza di affetti con Fede, la giovane “servente” assunta da Tobia, essendosi la moglie ammalata per il troppo lavoro. La dolcezza di Fede dà ad Agostino una gioia ed una energia prima per lui sconosciute, costituendo questo momento uno dei più poetici di tutto il racconto. Ma proprio quando egli comincia ad immaginare una vita diversa la ragazza è costretta dai parenti ad un redditizio, per loro, matrimonio di interessi, venendo consegnata come una vittima sacrificale allo sposo sconosciuto, del tutto ignorata nei suoi sentimenti. 

Di fronte a quella vita di rinunce l'unico rimedio sembra essere solo la morte, ma non la morte che arriva per caso, ma il darsela la morte, come quella che si darà il personaggio di Costantino che, se pur disperata e sterile, sembra l'unica possibile ribellione alla forza sovrastante de “la malora”. In questo senso il tema della morte incombe a sua volta in tutto il racconto, aprendolo con la morte del padre di Agostino detta, da subito, nell'incipit: “Pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra”. Concludendolo con quella di Emilio, “ucciso” dalla tubercolosi contratta in seminario. E venendo evocata, come una via d'uscita, dallo stesso Agostino quando, terminato il funerale del padre fa ritorno, nello sconforto, alla cascina di Tobia. Tuttavia Agostino non cadrà nel terribile tranello della fascinazione della morte, rifiutandosi letteralmente ma anche simbolicamente di guardarla in faccia la morte quando sarà proprio lui a trovare il corpo di Costantino penzolante da quell'albero a cui si era impiccato: “...non mi sono mai lasciato scappare che in faccia non l'avevo guardato” dirà rievocando quel momento. In questo senso il viaggio esistenziale che percorre Agostino si incentra proprio su questo processo di “resistenza” alle traversie, alle amarezze, al dolore, ma anche di “resistenza” alle tentazioni autodistruttive così come a quelle volte a cercare illusori eden nella “ricchezza”. E ciò mantenendo vivo dentro di sé un senso morale ed affettivo basato su un rapporto non corrotto con il mondo e le cose, in altre parole acquisendo una coscienza in relazione al mondo e alle cose. Se infatti “la malora” non è eliminabile dal mondo pensare di contrapporvisi stando all'interno di una logica tutta incentrata sul possesso destina alla sconfitta e all'infelicità, come avviene per Tobia Rabino che incarna l'attaccamento alla “roba” di cui è succube diventando, paradossalmente, servo di se stesso in quanto abbrutito dal suo stesso lavorare.

Agostino pur vivendo le avversità del mondo, pur constatandone la sua violenza e la sua corruzione e quindi pur perdendo la sua innocenza riesce a mantenersi antieroicamente non compromesso, salvandosi in quanto capace di salvare la sua integrità e a farsene forte. Cosa che non avverrà per Emilio, ad Agostino per molti aspetti simile, ma vittima innocente proprio perché costretto a rimanere in quella dimensione di innocenza che è il suo imprinting: “...i miei, quando avevano qualcosa da chiedere al cielo, era lui che facevano pregare, perché era il più innocente”, racconta Agostino. Ma estraniato come egli è dal mondo ed impossibilitato a confrontarsi e a contaminarsi con esso la sua innocenza diventerà la sua condanna e la sua debolezza che lo condurrà a quel suo fatale destino. Quando Agostino riceverà la notizia che può fare ritorno a casa e alla terra - liberata dalla presenza di Stefano che, come fratello maggiore, ne aveva avuto fin lì diritto, andato a lavorare come garzone, attratto dalla “mira” di una vita più comoda - egli si sentirà baciato finalmente dalla merce rara della fortuna perché può lasciare il suo lavoro di “servente” e compiere il suo viaggio di ritorno. 

Agostino si ricongiungerà alla terra, alla casa, agli affetti, ridando senso e valore alle sue radici in nome della sua “liberazione” e facendosi forte delle rinunce a cui potrebbe andare incontro. C'è in Agostino un'istanza, nell'accettazione della rinuncia, che si inscrive nell'atto del poter lavorare la sua terra che ha un valore di rinascita e di riscatto dalla propria condizione e che, al tempo stesso, non ha nulla a che vedere con il possesso. Perché la fatica di quel lavoro trova per Agostino significato in se stessa e la sua accettazione e riappropriazione è l'unica possibile reale alternativa al male e quindi alla “malora”. Ma ciò non esclude e non elimina quel male che è nel mondo e del mondo e la preghiera di sua madre, con cui si chiude “La malora”, invoca una protezione che non ha nulla di trascendente ma che, nella sua profonda carica umana e poetica, ha il senso di una preghiera laica che esprime una commozione e una speranza tutte terrene, contro il cieco arbitrio del destino: “Non chiamarmi prima che abbia chiuso gli occhi a mio povero figlio Emilio. Poi dopo son contenta che mi chiami, se sei contento tu. E allora tieni conto di cosa ho fatto per amore e usami indulgenza per cosa ho fatto per forza. E tutti noi che siamo lassù teniamo la mano sulla testa d' Agostino, che è buono e s'è sacrificato per la famiglia e sarà solo al mondo”.



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Re: La malora
01/12/2017 Raffaele Santoro
Gentile Sig.ra Paola

il percorso si riferisce al ciclo di recensioni, dal titolo "Libri sparsi nel mondo/ mondi sparsi nei libri", presentato a settembre qui su z3xmi in un apposito articolo che troverà cercando nell'archivio della rubrica "Andar per libri". Non è quindi un gruppo di lettura ma un percorso che presenta e commenta una serie di libri di provenienza "geografica" e tematica diversi tra loro. Il ciclo proseguirà mensilmente da gennaio a giugno dell'anno prossimo con "uscite" mensili, tranne il mese di febbraio. Ci potrà quindi seguire qui su z3xmi.
Un cordiale saluto.
Raffaele Santoro


Re: La malora
30/11/2017 Paola Mazzini
Buonasera,
Vorrei sapere dove si tiene il gruppo di lettura di cui si parla nell'articolo.
Grazie
Paola Mazzini


 
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