Gaetano Liguori e la “sua” storia del Jazz.

Abbiamo incontrato il pianista e compositore, che ha da poco pubblicato un interessante libro in cui mescola il percorso storico della musica afroamericana con il proprio percorso personale ed artistico. ()

1503975 657669417602702 594243866 n (004)Napoletano di nascita, Gaetano Liguori ha seguito la famiglia a Milano e, nel 1964, si è iscritto al Conservatorio Giuseppe Verdi, dove si è poi diplomato in Pianoforte e Composizione Elettronica e dove in seguito, dal 1978 al 2016, ha insegnato Pianoforte. Abita in Zona 3, in Via Ciro Menotti.
Figlio del batterista jazz Lino Liguori, all’inizio degli Anni Settanta Gaetano – schiettamente radicale nelle sue convinzioni politico/sociali - diventa protagonista della scena musicale italiana collegata ai circuiti alternativi. Da allora, con l’Idea Trio e con altre formazioni, ha inciso numerosi dischi e suonato in tutta Italia, anche in fabbriche, scuole, Feste dell’Unità e centri sociali. Ha tenuto più di tremila concerti in Italia e all’estero: in Europa ma anche a Cuba, in Tailandia, in Nicaragua, in India, in Africa e in Medio Oriente. Ha composto musiche per teatro, balletto, reading e cinema.
Nel 1978 ha vinto il Premio della Critica Discografica e nel 2013 il Comune di Milano gli ha conferito l’Ambrogino d’Oro, massima benemerenza cittadina.

Nel 1999, Liguori ha scritto con Guido Michelone “Una storia del Jazz”, libro pubblicato nel 1999, e più recentemente, nel 2014, “Confesso che ho suonato” (Edizioni Skira), autobiografia umana ed artistica.
Pochi mesi fa è uscito per Jaca Book il volume “La mia storia del jazz”, in cui Liguori mischia i due piani, mettendo in parallelo una carrellata sulla storia della musica afroamericana con il proprio personale approccio al jazz: gli ascolti domestici fin dall’infanzia, le lezioni di pianoforte, i concerti cui ha assistito, l’ambiente musicale milanese degli Anni Sessanta e Settanta, gli incontri con protagonisti del jazz italiani ed internazionali, i suoi artisti di riferimento e la propria vicenda professionale, ricca di aneddoti. Analogamente, il libro si conclude con una selezione di dischi che han fatto la storia del jazz e con una discografia completa di Liguori, con la riproduzione di tutte le copertine.

Gli abbiamo chiesto di parlarcene.

GL - Il libro propone una storia del jazz asciugata rispetto a quello del ’99, a cui ho aggiunto brandelli biografici miei, il jazz come l’ho vissuto io da protagonista. Si racconta di New Orleans, dello Swing, del be-bop, si dà spazio a figure come Billie Holiday, ma certo io sono molto legato al jazz degli Anni Sessanta e al contesto culturale e politico di rivolta dei neri americani, ad artisti come Archie Shepp, Albert Ayler, Cecil Taylor. Nei miei primi concerti, al Teatro Uomo, suonavo free-jazz, ma poi – dovendo suonare all’Università Statale per 1.500 persone - ho sentito il bisogno di creare maggiore empatia con il pubblico, inserendo elementi melodici e di musica popolare. Nel mio primo album, “Cile libero Cile rosso”, del 1974, realizzato con l’Idea Trio, che vedeva Roberto Del Piano al basso elettrico e Filippo Monico alla batteria, si avverte un interesse per il suono di Emerson, Lake e Palmer.

Il Liguori di oggi è ancora “arrabbiato” politicamente e musicalmente? Il tuo ultimo album, “Un pianoforte per i giusti”, è del 2015: ne hai un altro in programma?
GL – Senza tradire le mie convinzioni etiche e politiche, oggi sono pacificato. Da quando, nel 2016, sono andato in pensione dal mio lavoro di insegnante al Conservatorio, mi sono interessato alla dimensione spirituale, avvicinandomi ai Gesuiti. Mi sono quindi rimesso a studiare, iscrivendomi alla Facoltà di Teologia dell’Italia Settentrionale, ed ora sto lavorando ad una tesi sulla vita e gli insegnamenti del barnabita Padre Antonio Gentili, che oggi ha ottant’anni e vive nel Monastero di Eupilio, sul Lago di Pusiano.
Dal punto di vista artistico, nel corso degli anni ho alternato album e concerti di musica prevalentemente improvvisata (suonando con artisti italiani come Enrico Rava, Guido Mazzon, Massimo Urbani, Carlo Actis Dato ed internazionali come Steve Lacy, Don Cherry, Roswell Rudd, Lester Bowie, Paul Rutherford, Andrew Cyrille) a progetti con elementi di musica etnica extra-europea oppure ancora più vicini alla musica contemporanea, come ad esempio “Tettakon” che si ispirava a “Kontakte” di Karlheinz Stockhausen.
E dopo la tesi, senz’altro lavorerò ad un nuovo disco.


A Milano hai abitato prima al Corvetto e poi, dal 1987, in via Ciro Menotti. E’ una zona che quindi conosci molto bene …

GL – Sì, mi trasferii per essere più vicino al Conservatorio, dove insegnavo, e più vicino al centro di Milano. Il quartiere nel tempo è molto cambiato. Ci sono molti uffici e durante la settimana c’è un’invasione di pendolari che vengono qui a lavorare, per cui si fatica a muoversi e a parcheggiare. Invece, nel weekend diventa una zona residenziale, con poca gente in giro. Non mancano i negozi, molti dei quali però son diventati market. E poi c’è il Teatro Menotti, ex-Teatro dell’Elfo, proprio a due passi da casa mia.


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