La scelta di Anne

Un dramma esistenziale raccontato con crudo realismo e accorata partecipazione. ()

La scelta di Anne 3Profonda provincia francese. Primi anni ’60 del secolo scorso. La pratica dell’aborto è vietatissima e punita severamente dalla legge.
Anne inizia il suo calvario dopo un fugacissimo rapporto con un giovane coetaneo che non intende assumersi responsabilità alcuna, forse perché non sa come fare, più probabilmente perché il problema sembra non essere di sua pertinenza. Cultura di quei tempi ancora radicata oggi.
I medici consultati incitano la ragazza ad assumersi i suoi obblighi, morali e sociali. Le amiche, con cui condivide il sogno/progetto di frequentare l’università e avere una vita indipendente, la abbandonano alle sue ansie, alle sue sempre più pressanti angosce con il passare del tempo.
Contro tutto e tutti, lontana fisicamente e culturalmente dalla famiglia di modesta estrazione, Anne, che vuole studiare e diventare scrittrice, combatte la sua battaglia di emancipazione che passa anche attraverso la resistenza attiva al sopruso che la società le vuole infliggere.
L’événement, come suona il titolo originale del film, dovrà avere a ogni costo una sua dolorosamente liberatoria conclusione.
L’aborto, argomento che ancora oggi, sessant’anni dopo i fatti narrati, è arduo affrontare, condiziona la vita di una giovane donna, restituita in tutta la sua determinata fragilità, dalla interpretazione straniante della giovane attrice Anamaria Vartolemei che sembra non lasciare spazio ad affetti e ripensamenti.
La figura di Anne, persino attonita nella sua personale battaglia di redenzione, combatte contro regole e convenzioni antichissime che sembrano non lasciare scampo alla liberazione della condizione femminile.
La narrazione che ne fa la regia di Audrey Diwan, scarna al limite della cronaca documentaristica, non risparmia crudità corporali che possono certo disturbare ma che rendono comprensibile tutta la portata fisica/psichica del dramma che una giovane donna vive sulla propria pelle.
Premiato con il Leone d’oro al recente Festival di Venezia, il film, pur nei suoi limiti narrativi, ha il merito di affrontare con lucidità un dramma che è ancora oggi socialmente rilevante e avvilente per chi lo vive e lo subisce.
Con la memoria, per analogia, si va al bel film di Cristian Mungiu “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” (Palma d’oro a Cannes 2007), dove il dramma si tingeva di sfumature ancora più forti. Curiosamente anche il nome della protagonista di quel film era Anamaria (Marinca), del resto entrambe le attrici sono di origine rumena.
Per dirla con il maggio francese:” Anche se voi ve ne fregate, ognuno di voi è coinvolto”.


In programmazione nei migliori cinema della città.


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