Requiem

Con il romanzo di Antonio Tabucchi si chiude il percorso di lettura “Luoghi letterari europei” a cura di Raffaele Santoro. ()

Requiem immagine“Requiem” è un romanzo volutamente portoghese. Dico volutamente non solo perché è lì in Portogallo e, in particolare, a Lisbona che Tabucchi lo ambienta. Non solo, inoltre – cosa ancor più significativa – perché è in portoghese che Tabucchi lo scrive. Ma lo è, soprattutto, perché con “Requiem” Tabucchi dà riconoscimento e, al tempo stesso, esprime riconoscenza a ciò che il Portogallo ha per lui rappresentato e insieme gli ha dato: “...prima di tutto questo libro è un omaggio ad un paese che io ho adottato e che mi ha adottato a sua volta, ad una gente cui sono piaciuto e che, a sua volta, è piaciuta a me.” Così Tabucchi descrive nella “Nota” che apre “Requiem” la volontà e l'intenzione che egli ha “sentito” nello scrivere questo libro, che fanno di “Requiem” una sorta di libro dell'anima, un ritrovarsi cioè con ciò che era diventato per lui parte della sua anima, stante le profondissime implicazioni personali e private nonché letterarie che a quel paese e a quella letteratura lo hanno legato.
“Requiem” sarà quindi per Tabucchi come un viaggio che egli compie con se stesso e in se stesso, dando convegno a personaggi e persone, appartenenti a quel luogo, ma non solo, che a loro volta, “appartengono” alla sua vita e alla “sua” letteratura. Un viaggio che, anche narrativamente, si configura come un sogno nel quale vita e letteratura si mischiano fino a confondersi e a fondersi. E in questo sogno vi è un intrattenersi di Tabucchi sia con i vivi che con i morti, senza distinzioni e distanze, in un dialogo che non è assoggettato al tempo e allo spazio: “Questo Requiem...è anche un sogno, nel corso del quale il mio personaggio si trova ad incontrare vivi e morti sullo stesso piano” dice Tabucchi nella “Nota”. Una mappa esistenziale e narrativa perciò fitta quella che Tabucchi fa percorrere al suo personaggio che si sovrappone a quella geografica, in un romanzo in cui la geografia di Lisbona viene descritta con precisione, offrendo al lettore riferimenti costanti, ma sempre al servizio di eventi narrativi inassimilabili al reale né, per questo, assimilabili al fantastico, essendo essi sempre su una linea di confine altra che scorre tra questo mondo e l’altro mondo, tra finzione e realtà, tra vissuto e immaginazione.
E le azioni e le riflessioni che Tabucchi fa fare al suo personaggio hanno un fine preciso che egli ci dice da subito nell'incipit della “Nota”: “Questa storia, che si svolge una domenica di luglio in una Lisbona deserta e torrida, è il Requiem che il personaggio che chiamo “io” ha dovuto eseguire con questo libro.” Ma un requiem che, come vedremo, non sarà rivolto ad altri, all'esterno, al di fuori di sé, non sarà cioè una preghiera rivolta a dei defunti per dare loro pace ma, bensì, sarà un requiem rivolto a se stesso per cercare di dare pace a se stesso. L' “io” protagonista è quindi un vivo che con il “suo” requiem farà un percorso a suo modo liberatorio, sciogliendo o, almeno, tentando di sciogliere, dilemmi, cose rimaste irrisolte, turbamenti, che si portava dietro e dentro. In altre parole fantasmi della sua coscienza con cui conviveva e con i quali si voleva riconciliare. E proprio gli incontri con i morti che “incarnano” questi fantasmi serviranno a svolgere questa funzione catartica con cui quest' “io” cercherà quella riconciliazione che sarà anche una riconciliazione con se stesso.
E sarà uno di questi fantasmi a convocare e a fare entrare in scena, o meglio nel sogno, il protagonista, sbalzandolo dalla quiete della campagna dell' Alentejo in cui si trovava in vacanza, mentre disteso sotto un albero stava leggendo “Il libro dell' Inquietudine” di Fernando Pessoa, e facendolo riapparire nella calura di mezzogiorno su quel molo di Lisbona dove gli ha dato appuntamento. Ma questo fantasma - “che è un grande poeta” - all'appuntamento non c'è e quell' assenza aleggerà come una presenza per tutto il romanzo. Non solo perché il protagonista incontrerà solo alla fine del romanzo quel fantasma e quindi quella sua giornata si tramuterà nell'attesa di quell'incontro ma soprattutto perché quel fantasma, sebbene non sia nominato è, come ovvio, Fernando Pessoa, e quindi “Requiem”, come romanzo, nasce sotto il segno della presenza di Pessoa. Un segno non solo sotto forma di tributo e atto d'amore di Tabucchi a Pessoa, considerato quanto appassionato e impareggiabile studioso del grande poeta portoghese egli è stato, ma anche e soprattutto nel senso che “incorporando” sin dall'inizio Pessoa all'interno del romanzo Tabucchi fa di “Requiem” un romanzo a tutti gli effetti sotto il segno di Pessoa il cui fantasma, non a caso, avrà come unico appellativo quello allusivo di Convitato. E così ritrovatosi a dover attendere per dodici ore quell'incontro: “...lui aveva fissato per le dodici, ma forse aveva voluto dire le dodici di notte, visto che i fantasmi appaiono a mezzanotte”, il protagonista inizierà il suo vagabondaggio in giro per Lisbona come in “un'allucinazione”, come recita il sottotitolo di “Requiem”. Un' allucinazione che lo porterà a fare incontri dettati dal caso ma dove le evocazioni dettate dall' Inconscio saranno quelle decisive. La “trama” del romanzo diventa così, da qui in poi, intessuta di incontri che danno vita a delle storie.
Quelle con coloro che, per convenzione, definiamo i vivi che l' ”io” protagonista incontra attraverso Lisbona con cui vivrà e condividerà spezzoni di “realtà” che ci rendono partecipi di una molteplicità di esistenze. Quanto poi tali esistenze siano fuoriuscite dalla Lisbona letteraria o da quella reale non importa. Sono “camei” dell'universo simbolico ed esistenziale di Tabucchi; sono il tramite per una riscrittura, dentro lo spazio della memoria, della città e dei suoi simboli; sono testimoni di quei cibi e di quei vini, dalle cui descrizioni sembra di sentirne uscire i sapori e di respirarne gli aromi. Da questi incontri scaturisce un'immediata intimità e nei dialoghi che l'”io” narrante e questi personaggi intrecciano si definisce ogni volta un dizionario interiore che ci fa scoprire, sia dell'uno che degli altri, qualcosa della loro storia e della loro anima. E così passa di fronte a noi una rassegna di personaggi che sembrano “presi” dal reale ma che portati dentro la finzione letteraria assumono inevitabilmente un'altra identità come fossero piastrelle, staccate da un azulejos, che vivono di vita propria: la Vecchia Zingara che vende Lacoste, il Tassista di Sao Tomé, il Guardiano del Cimitero, il Signor Casimiro e la Moglie del Signor Casimiro, il Portiere della Pensione Isadora e la Isadora, il Barman del Museo di Arte Antica, il Copista che riproduce, in quadri giganti, particolari delle "Tentazioni di sant'Antonio" di Bosch per un petroliere texano, il Controllore del Treno, la Moglie del Guardiano del Faro, il Maitre della Casa do Alentejo, il Venditore di Storie, il cameriere nonché travestito La Mariazinha, il Suonatore di Fisarmonica. Tutti questi personaggi sono quindi quell'elemento di “realtà” che interconnette il peregrinare del protagonista dentro la città. Una varietà di esistenze e di anime che pur “rappresentando” il presente di quella giornata, in realtà sono attratte anch'esse in un alone che le fa diventare parte del suo sogno, finendo per dematerializzarsi in una loro miracolosa leggerezza.
Ma poi, soprattutto, ci sono le storie che hanno a che vedere con il passato, quel passato con cui è predestinato a incontrarsi quell' “io” per tentare, dentro il “suo” sogno, di elaborarlo. Un passato con cui non si sono fatti fino in fondo i conti, le cui ricadute non sono ancora finite o forse non sono neanche cominciate. E nei relativi “incontri” è come se quell' ”io” si svestisse ogni volta di una parte di sé rivelando ciò che in fondo accomuna quegli “incontri” e cioè la nostalgia, i rimorsi, le colpe. Sono infatti nostalgie, amarezze, rimpianti, quelli che l'”io” vivrà e affronterà con i “suoi” fantasmi. Un incontrarsi che sarà anche un congedarsi, uno stare insieme un'ultima volta. Un parlarsi, un guardarsi, un condividere quell'intimità segreta che con ciascuno di essi si è vissuto esprimendo, attraverso ciò, i propri affetti. E' infatti un mondo degli affetti quello in cui si intratterrà quell' “io” di Tabucchi, un mondo che scorre fra l'amicizia che lo ha legato ad un vecchio amico e l'amore per una donna, fra l'affetto per il proprio padre e l'ascolto devoto per “il grande poeta”. Ma anche per luoghi rimasti tappe della sua esistenza e della sua memoria: una vecchia casa, un quadro, la città tutta.
Non a caso proprio da un Cimitero inizia quel viaggio a ritroso e, come fosse una discesa nell' Ade, è lì che l' “io” di Tabucchi farà il primo di quei suoi incontri con il suo vecchio amico e scrittore Tadeus che “è morto senza spiegarmi niente” egli dice a motivo di quell'incontro. Perché entrambi hanno amato e avuto in comune una donna quell' Isabel che si è uccisa e il perché l'abbia fatto è ciò che l' “io” vorrebbe finalmente sapere. Restandogli altresì oscuro quanto abbia pesato su quella morte quell'aborto che ella fece e chi, se lui o Tadeus, era il padre di quel bambino mai nato. Un groviglio di cose inestricabili che resteranno tali perché Tadeus si sottrarrà a quelle domande rinviando l'”io” a farle a Isabel stessa che egli incontrerà ma senza che a noi lettori sarà dato sapere nulla di quell'incontro se non, appunto, che anche quell' incontro “sperato” è avvenuto. E da quel riannodare i fili con Tadeus e da quell'ascoltare un'ultima volta la voce di Isabel rimane aperto un senso di “vuoto” che parla di cose che forse non possono avere risposta. Una sorta di ricerca senza fine il cui esito resta comunque personale e privato, di fatto indicibile. Uno scavo in ogni caso doloroso tanto più se è in relazione ad affetti come quelli dettati da un legame “forte” come quello col Padre a cui sognerà di raccontare quali saranno il suo futuro e la sua fine immaginando di incontrarlo ancora giovane nelle vesti di marinaio sbarcato a Lisbona negli anni '30. Sicuramente il sogno più personale e privato che Tabucchi fa fare al suo “io”, in cui ricostruisce quella che è stata la tormentata ed effettiva vicissitudine che, nell' assistere suo padre malato, egli ebbe, da cui il senso di colpa che di quell'esperienza gli rimase. E nel toccante dialogo tra Padre e figlio si compie l'elaborazione e la liberazione da quella colpa, ritrovando un'intimità fatta di tenerezza.
Ma il girovagare allucinato dell' “io” di Tabucchi è anche un pellegrinaggio in alcuni luoghi della “sua” memoria: l'andare a vedere ancora una volta le “Tentazioni di Sant' Antonio” di Bosch al Museo Di Arte Antica, la visita alla casa di Cascais dove ha abitato un tempo e che adesso è in rovina. E così stanze da letto col tetto ormai scoperchiato si mischiano con strade, case, pensioncine della vecchia Lisbona diventando tutta la città luogo della memoria e, al tempo stesso, luogo letterario. E, comunque, ogni luogo e ogni spostamento servono al protagonista a dare un volto a se stesso, a riappropriarsi della propria identità, a pacificare il ricordo dei rapporti con quei luoghi, stemperandoli dall'inquietudine che un tempo per lui avevano avuto
Finché, alla fine, viene fatto apparire Pessoa, il Convitato-Pessoa , affidandogli Tabucchi una parte decisiva per portare a compimento la catarsi liberatoria del suo “io”. L'incontro fondamentale, quello al quale il narratore si preparava fin dal mattino sarà infatti l'ultimo della giornata e dell'intero romanzo. E, in questo senso, “Requiem” può essere letto anche come un un commiato di Tabucchi da Pessoa, come una dichiarazione di emancipazione dal “fantasma” del proprio Maestro, una frequentazione dalla quale “liberarsi” per ritrovare un proprio se stesso. L'incontro con Pessoa vive quindi più di tutti gli altri in quell'informe mondo che sta tra la vita e la letteratura. Seduti infatti al tavolo di un improbabile ristorante post-moderno serviti da un improbabile cameriere trans, in una sorta di apoteosi della finzione, Tabucchi e Pessoa discutono di letteratura ed evocando Kafka Pessoa dice: “...che coraggio aver scritto quel libro meraviglioso, sa?, quel libro sulla colpa. Il processo domandai, dev'essere Il processo. Si, certo, disse lui, è il libro più coraggioso del nostro secolo, ha il coraggio di affermare che tutti siamo colpevoli. Colpevoli di che? domandai. Come di che? disse lui, di essere nati, forse, e delle cose che sono successe in seguito, siamo tutti colpevoli.”
Il senso di colpa dell' “io” protagonista non è dunque risolvibile e non è a lui riducibile, perché fa parte della condizione dell'essere umano e come tale va riconosciuto e accettato. Tabucchi fa quindi svolgere a Pessoa la funzione liberatoria del suo “io” dai suoi rimorsi e dai suoi rimpianti: se tutti siamo colpevoli e nessuno è innocente diventa inutile tormentarsi e vivere con i sensi di colpa. E infatti l'”io” di Tabucchi dichiarerà al Convitato-Pessoa alla fine di sentirsi “più tranquillo, più leggero”, esprimendogli la sua gratitudine. E così come un fantasma Pessoa era apparso e come un fantasma su quel molo sparirà e risvegliatosi dal suo sogno, sotto quel gelso, il protagonista si congederà anche lui dando la “buonanotte a tutti” con il capo all'indietro rivolto “a guardare la luna.”


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