Franco Fabbri: fare musica, scrivere di musica e insegnare musica

A colloquio con il musicologo e musicista che ha dedicato oltre 50 anni di attività a un unico grande amore. ()

FFabbriFranco Fabbri (classe 1949) è musicologo e musicista. È cresciuto e ha sempre vissuto a Milano, dove ha studiato chitarra classica, musica elettronica e composizione con Luca Lombardi al Conservatorio Giuseppe Verdi. Dal 1966 al 2012 è stato chitarrista, cantante e compositore nel gruppo Stormy Six, con cui ha inciso otto album. Ha anche pubblicato due album di musica elettronica e sperimentale a proprio nome.

Gli Stormy Six parteciparono in prima linea alla svolta politica del rock italiano, a partire dalla pubblicazione dell’album L’Unità nel 1972, un concept sulla storia d’Italia, cui fece seguito Guarda giù dalla pianura (1973), raccolta di canzoni di protesta di diversi Paesi. Le difficoltà di rapporti con le case discografiche convinsero Fabbri e compagni a creare l’etichetta indipendente L’Orchestra (di cui Fabbri fu presidente), alla quale aderirono altri musicisti tra cui il Gruppo Folk Internazionale di Moni Ovadia. Prima pubblicazione della nuova etichetta fu Un biglietto del tram (1975) degli Stormy Six, album a tema sulla resistenza negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, che includeva Stalingrado e La fabbrica, brani diventati una sorta di sigla del gruppo.

Come musicologo, Fabbri ha pubblicato saggi sul rapporto tra musica e tecnologia ("Elettronica e musica", con introduzione di Luigi Nono), sulla musica come fenomeno sociale e culturale ("L'ascolto tabù" e "Il suono in cui viviamo. Saggi sulla popular music"), sull'analisi della canzone ("Fabrizio De André. Accordi eretici" e "Mina. Una forza incantatrice"), sulla storia della popular music ("Around the clock. Una breve storia della popular music").
Ha collaborato con L'Unità, Il Sole 24 Ore e le pagine milanesi de la Repubblica. È stato uno dei conduttori del programma Radio Tre Suite. Ha scritto numerosi programmi di sala per il Teatro alla Scala ed è condirettore di una collana accademica internazionale, la Routledge Global Popular Music Series.
Ha insegnato all'Università di Torino (Popular music e Culture e tecniche del suono e della musica) e tiene tuttora il corso di Elementi di economia dei beni musicali all'Università degli Studi di Milano. Insegna anche Storia della popular music e Storia delle forme e dei repertori musicali al Conservatorio di Parma, e tiene corsi e seminari allo IED (Milano) e al CESMA (in Svizzera).
Nel 2019 gli è stato attribuito il Premio Tenco come Operatore culturale.

A fine 2020, Jaca Book ha pubblicato la sua raccolta di saggi "Non è musica leggera".
Pubblichiamo l'intervista che ci ha rilasciato.

Professor Fabbri, nell’introduzione al suo ultimo libro Non è musica leggera lei sottolinea un elemento che peraltro emerge anche dai testi stessi, cioè una dicotomia tra la musica cosiddetta colta e quella popular, per non dire leggera e commerciale (categoria in cui vengono generalmente inclusi anche il rock più sofisticato, la canzone d’autore e persino il jazz). Nelle sue attività di musicista e musicologo, lei ha invece dimostrato che ci si può occupare con competenza di entrambe, senza alcun pregiudizio anzi con un’apertura mentale che a volte manca ai puristi di genere…

Si può, si può, ma le cose non sono semplici come potrebbe sembrare. Quando circa quarant’anni fa ho cominciato a cercare di studiare seriamente la popular music - prima da solo e poi in collegamento con colleghi inglesi, francesi, tedeschi, statunitensi, latinoamericani - quella musica non era argomento di studio in nessuna istituzione accademica, in nessuna parte del mondo. Per un po’ di tempo ci fu, da parte del mondo accademico, curiosità e anche simpatia: non si pensava che potessimo interferire con l’accademia, ne eravamo fuori, studiavamo argomenti “strani” che fino a quel momento erano stati esplicitamente banditi. Molti pensavano che fossimo dei sociologi o degli esperti di sottoculture giovanili, e niente più. Gli andava bene. Ma poi, man mano che quelli di noi più interessati alla musica progredivano con le loro ricerche, ci si rendeva conto che alcuni postulati centrali degli studi musicologici erano inapplicabili al nostro oggetto di studio. Per dirne uno fra tanti, l’idea che l'essenza di un’opera musicale risieda nella partitura. Quali partiture? Quelle di Strawberry Fields Forever dei Beatles? Di Bitches Brew di Miles Davis? Quindi fummo costretti a smontare quei postulati, e a quel punto diventammo “pericolosi” perché, al di fuori del sistema di protezioni accademiche, osavamo criticare i principi di una disciplina che si riteneva non fosse la nostra.
Ecco, questa è grosso modo la storia. Non si tratta solo di pregiudizi, ma dell’impianto stesso degli studi musicali accademici. Ormai gli studi sulla popular music sono largamente diffusi in tutto il mondo, ma nei Paesi e nelle istituzioni dove è presente una più forte tradizione musicologica accademica gli spazi sono pochi. Le cose cambieranno, ma lentamente.

Per oltre quarant’anni lei ha fatto parte del gruppo musicale Stormy Six, in cui l’impegno artistico e quello politico si sposavano mirabilmente, e ha anche inciso a proprio nome un paio di dischi strumentali. Più recentemente, nel 2013, ha presentato in concerto e registrato brani di autori dell'éntechno greco. Ci dica qualcosa in merito alla sua attività di musicista: ha dei progetti in corso?

L’attività continua, con tutti i limiti dovuti ai miei altri impegni, al mercato, e dall’anno scorso anche dalla pandemia. L’ultimo lavoro impegnativo, nel 2018, è stato un concerto di canzoni del 1968, nel cinquantenario, commissionato dall’Università di Nanterre (dove cominciò il Sessantotto francese) e presentato all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, con repliche a Torino, Milano e Bari. Ero affiancato da Mirko Puglisi, un bravissimo pianista e tastierista. Adesso, sempre con il contributo di Puglisi, sto lavorando a uno spettacolo di canzoni mie (e a un album). È nel genere di altri due lavori che mi stanno ancora a cuore, le canzoni sul brigantaggio dell’album L’Unità e quelle sulla resistenza di Un biglietto del tram.

Pur insegnando in varie città italiane e anche all’estero, il suo rapporto con la città di Milano e le istituzioni musicali milanesi è sempre stato per lei particolarmente vivo. Vuole parlarcene?

Molti i rapporti, che posso ripercorrere rapidamente. Il lavoro con la cooperativa L’Orchestra, tra il 1974 e il 1983, e la collaborazione con il Teatro dell’Elfo, con altre cooperative culturali e con la Consulta dello Spettacolo del Comune. Poi, la partecipazione al Comitato artistico di Musica nel nostro tempo e un breve periodo nel Consiglio di amministrazione della Scala (con Fontana sovrintendente, giusto alla vigilia della trasformazione in Fondazione). E poi alcuni anni nel Consiglio dei Pomeriggi Musicali, fino a poco più di un anno fa.
Ma non sento di avere dato il contributo che avrei voluto alla cultura e alla musica di Milano; un po’ anche perché non sono un presenzialista, non frequento i partiti e sono spesso via.
Il risultato più recente di cui vado fiero è stato riuscire a far riallestire lo spettacolo Bella ciao, originariamente presentato al Festival dei Due Mondi nel 1964, creando il primo scandalo intorno a quella canzone partigiana. Era una gloria della cultura milanese (i promotori all’epoca erano stati Nanni Ricordi, Roberto Leydi, Filippo Crivelli). Pur con mille difficoltà, nel 2014 siamo riusciti (assieme a Riccardo Tesi, Alessio Lega e un gruppo di musiciste e musicisti di altissimo livello) a presentare il concerto alla Camera del Lavoro, con il contributo del Comune e dell’editore Luca Formenton. Poi lo spettacolo ha avuto un seguito trionfale, negli anni successivi, nei teatri più importanti di tutta Europa, ma non è mai stato riportato a Milano.

Da molti anni lei vive in Zona 3, a due passi da Piazzale Piola e da Piazza Leonardo Da Vinci. Vuole segnalarci i pregi e gli eventuali difetti? Che cosa potrebbe essere migliorato?

Ci sto proprio bene. A Città Studi venivo nei miei vent’anni per studiare chimica, e mi sembrava un posto in capo al mondo (abitavo vicino alla Fiera). Adesso non mi muoverei mai da qui, se non per andare all’estero. A parte la questione grave dello spostamento delle facoltà scientifiche della Statale (che mi sembra un suicidio, o un’idiozia), farei dei forti ritocchi alla viabilità. A Milano, in generale, i marciapiedi sono stretti, e spesso malmessi, indegni di una metropoli: chiunque sia mai passato da Barcellona (e soprattutto dai quartieri semiperiferici, paragonabili a Città Studi), sa cosa intendo. Inoltre, abitandoci molto vicino, mi chiedo perché dobbiamo avere una specie di autostrada che attraversa il quartiere, come Viale Romagna, quando la si potrebbe restringere e ricavare più spazio per il verde e per il passaggio dei pedoni (le macchine parcheggiate nei controviali dalla parte delle aiuole sono veramente insopportabili, anche se io stesso sono costretto a parcheggiare lì, negli spazi previsti da qualche urbanista incompetente).


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