Antonia Pozzi e la sua nudità

In occasione della festa della donna ricordiamo Antonia Pozzi attraverso i versi di una sua poesia sensuale, luminosa e oscura, e sinistramente profetica del suo destino di vita, e di morte.

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antonia pozzi

Antonia visse in un ambiente e in un’epoca culturale fortemente dominata dal maschile, la figura paterna in primis ma gli stessi amici e i colleghi universitari non la incoraggiarono nella sua vocazione poetica. 
Certamente questa atmosfera opprimente e “giudicante”, violentemente repressiva delle sue istanze più intime e profonde, non è senza legami con il senso di frustrazione e di scacco che portò 
poi la Pozzi ad «amputarsi», 
a morire al mondo e a se stessa.    








Canto della mia nudità 
  
Guardami: sono nuda. Dall’inquieto 
languore della mia capigliatura 
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color d’avorio. 

Guarda: pallida è la carne mia. 
Si direbbe che il sangue non vi scorra. 
Rosso non ne traspare. Solo un languido 
palpito azzurro sfuma in mezzo al petto.
 
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta 
è la curva dei fianchi, ma i ginocchi 
e le caviglie e tutte le giunture, 
ho scarne e salde come un puro sangue. 

Oggi, m’inarco nuda, nel nitore 
del bagno bianco e m’inarcherò nuda 
domani sopra un letto, se qualcuno 
mi prenderà. E un giorno nuda, sola, 
stesa supina sotto troppa terra, 
starò, quando la morte avrà chiamato.     


La poesia venne composta da Antonia Pozzi durante un soggiorno a Palermo, il 20 luglio 1929, all’età di diciassette anni.
Come già sottolineato le poesie, nonché i testi critici, di Antonia Pozzi, vennero pubblicati postumi dal padre, l’avvocato Roberto Pozzi. Abile promotore dell’opera della figlia, sulla quale esercitò una volontà «protezionistica e dirigenziale, e allo tesso tempo paradossalmente pubblicitaria e divulgativa» (Matteo Vecchio), egli intervenne pesantemente sia sulle poesie sia sugli studi critici (per esempio sull’edizione originale della tesi di laurea di Antonia dedicata a Flaubert, ripubblicata seguendo il manoscritto dell’autrice nel 2013 a cura di Matteo Mario Vecchio per le edizioni Ananke di Torino). 

Tra i manoscritti e le edizioni postume esistono sottili ma interessanti differenze. Nella tesi, per esempio, tutte le occorrenze del verbo «esasperare» vengono dal padre corrette in «accentuare», quasi che egli intravedesse nella semantica del verbo una deriva morbosa che lo turbava e lo riportava alla scelta estrema della figlia. 
Molte note strutturali, dalle quali si evince l’abilità filologica dell’autrice, nonché la sua stupefacente conoscenza delle fonti italiane e francesi, di tutta l’opera di Flaubert e di tutta la letteratura francese che precede o attornia l’oggetto del suo studio, sono state dal padre drasticamente accorpate, ridotte o addirittura eliminate, seguendo un criterio che non solo non ha nulla di filologico, ma certamente non rispetta il lavoro attento e minuzioso, quasi flaubertiano, della giovane studentessa. 
Fortunatamente oggi le sue poesie e i suoi scritti si possono leggere tutti nella versione originale dell’autrice, dunque liberati dagli interventi emendatori del padre. Ma Antonia non può, ormai, saperlo...





Chiara Pasetti
Filosofa, drammaturga
Specialista in Letteratura francese dell'Ottocento
Collaboratrice del Sole 24 Ore
Ama incondizionatamente lo scrittore Flaubert

   

 
 
 


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