Donne e transgender in Pakistan, i fiori di Islamabad

Il documentario “Looking for Flowers in Islamabad” di Nicola Lucini e Simona Seravesi, girato in Pakistan nel 2013, è stato presentato il 29 maggio 2014 alla Casa delle Donne di Milano. Una sensibile narrazione sull'impegno delle donne attiviste e la comunità transgender in Pakistan.

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islamabad ape webChe cosa sappiamo del Pakistan? Poco, e filtrato da una stampa internazionale più interessata ai fatti di cronaca e di sangue che alle conquiste civili della sua gente.
Eppure... Molto si muove nella direzione dei diritti civili, soprattutto grazie a donne intrepide e al movimento transgender, non meno battagliero. Il documentario “Looking for Flowers in Islamabad” di Nicola Lucini e Simona Seravesi è stato girato in Pakistan nel 2013 e in 60 minuti ripercorre gli incontri con le attiviste per i diritti umani.
Il film è stato proiettato il 29 maggio 2014 alla Casa delle Donne di Milano per iniziativa del gruppo Donne Internazionali creato da Cecè Damiani, componente del direttivo.
Accanto a lei al tavolo delle relatrici siedono Arifa Hashmi e Zeenat Raja, pakistane residenti a Milano, oltre al regista, che coglie l'occasione per ricordare l'anniversario della strage di Piazza della Loggia a Brescia, la sua città. Nicola Lucini è affabile, appassionato, discreto, e preferisce lasciare spazio alle domande.

   

Qualcuna tra il pubblico chiede: come fanno le pakistane a gestire emozionalmente questo livello di tensione? Quante sono? Risponde Arifa Hashmi, orgogliosa del magnifico lavoro svolto dalle sue compatriote.
L'invito è a non generalizzare perché il Pakistan ha 180 milioni di abitanti; Karachi da sola conta ben 18 milioni. Quindi le differenze fra ciò che succede nel Nord, abitato dai talebani, e nel centro sono abissali.
È fondamentale conoscere la storia e le origini del Pakistan, che nasce da una spartizione e si separa dall'India come nazione laica. Il cambiamento avviene negli anni 1980, quando la guerra contro i sovietici induce l'occidente e l'Arabia Saudita ad armare le fazioni religiose, a inviare ingenti fondi per fermare gli "infedeli".
Nei 67 anni di vita del Pakistan (fondato nel 1947), ben 33 sono trascorsi all'ombra del regime di Muhammad Zia ul-Haq, il dittatore militare che ha promulgato numerose leggi basate sui principi della sharia. Precedentemente queste leggi non esistevano perché non rientravano negli insegnamenti dei testi religiosi. Il territorio è vastissimo e comprende etnie e lingue molto diverse, tra cui pashtun, punjabi, baluchi. L'unico elemento unificante è la religione, per la quale i talebani impongono una propria interpretazione.

Il regista Lucini cita l'episodio avvenuto due giorni fa, davanti all'Alta Corte di Lahore, dove era in programma un'udienza in cui Farzana Parveen intendeva difendere il proprio sposo Muhammad Iqbal dall'accusa di rapimento e di matrimonio forzato intentata dalla famiglia di lei. La giovane donna, incinta di 3 mesi, è stata massacrata nell'ambito di un "delitto d'onore" per aver contratto un matrimonio non combinato, in modo libero e secondo la propria volontà.

Ad attenderla fuori dal tribunale vi erano dozzine di parenti, che hanno sferrato un vero e proprio attacco: un fratello ha cercato di colpirla con una pistola, mancandola, per poi aggredirla con sassi e bastoni insieme al padre e agli altri familiari. Il marito è invece riuscito a fuggire, nascondendosi in un luogo sicuro. Diversi ufficiali e agenti preposti alla sicurezza del Palazzo di Giustizia erano presenti al momento dell'aggressione, ma non sono intervenuti. Il marito della vittima, Muhammad Iqbal, ha confermato l'inerzia della polizia: «Hanno guardato Farzana morire senza fare nulla. Sono stati inumani, è un atto vergognoso. Abbiamo urlato per chiedere aiuto, ma nessuno ci ha ascoltato».
I matrimoni combinati sono ancora una norma in Pakistan: sposarsi contro la volontà della famiglia è inimmaginabile, soprattutto nelle comunità conservatrici e rurali. Gli "omicidi d'onore" connessi a questa consuetudine sono stimati in centinaia ogni anno.

Perché i poliziotti non sono intervenuti? Perché, come d'uso, l'hanno ritenuto un affare di famiglia con cui non era il caso d'interferire. Eppure molte leggi pakistane tutelano le donne, sia contro la violenza sia per i diritti riproduttivi.

Arifa Hashmi e Zeenat Raja ricordano che nel 1982 il movimento delle donne pakistane si è opposto alla polizia, rischiando la vita tutti i giorni. Una voce dal pubblico elogia la forte determinazione delle protagoniste del docufilm.
Un esempio efficace viene offerto da colei che rivendica il diritto di comperare una mucca, in modo da poter guadagnare qualcosa per sé e per i figli. L'autonomia economica, spesso sostenuta dal microcredito, si è rivelata di primaria importanza in aree ancora lontane dal concetto di emancipazione.

Il regista spiega che le donne intervistate appartengono tutte a un ceto medio-alto perché nei villaggi è difficile muoversi. La classe medio-alta è sinonimo di cultura e di educazione. Nel filmato sentiamo Maryam Bibi raccontare come, dopo la morte del marito, ha aperto scuole per le bambine pashtun, confrontandosi con i talebani. Il marito, schizofrenico e malato, la picchiava, ma lei si ritiene fortunata perché il cognato la risparmiava; le donne delle zone rurali stanno molto peggio. Arifa sottolinea il ruolo essenziale dell'istruzione.
Saper leggere significa saper interpretare il mondo, saper guidare la propria vita. Ecco allora che il documentario mostra un'attivista in mezzo a una scolaresca e sorge spontaneo il parallelo con la giovanissima Malala Yousafzai, impegnata nell'affermazione dei diritti civili e dell'istruzione, contro l'editto promulgato dai talebani della città di Mingora, nella valle dello Swat. Per meglio combattere i pregiudizi bisogna capirne le cause, studiare la storia, analizzare le radici della corruzione, l'origine della violenza... E poi bisogna avere il coraggio delle proprie idee. A questo proposito emerge il nome di Anita Ghulamali, audace ottantenne, fondatrice del sindacato delle insegnanti.

     

Un ruolo rilevante è riservato ai transgender, che in Pakistan hanno lottato strenuamente.
Inizialmente molestati e arrestati dai poliziotti, si sono rivolti alla Corte Suprema e, come racconta Almas Bobby, a capo della fondazione SheMale, il risultato di questa tenace resistenza è che oggi la forza pubblica è tenuta a difendere le loro manifestazioni.
Nell'alternarsi di testimonianze e di immagini floreali, l'allegoria appare evidente: sono le donne i fiori di Islamabad. Nei titoli di coda scorrono i nomi di Tahira Abdullah (pacifista, ricercatrice, autrice), Samar Minallah Khan (antropologa, regista, attivista), Kishwar Sultana (direttora della fondazione Insan) e di tante altre che sembrano esortarci a visitare il Pakistan, per sfatare la nomea di Paese retrivo e repressivo. Arifa garantisce che le bellezze naturali non sono seconde a quelle dell'India, con il vantaggio di godere di un'atmosfera incontaminata dal turismo.
Promesso: viaggio in Pakistan da segnare in agenda.

Nadia Boaretto

Tags:
fiori, islamabad, pakistan, transgender

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