Le cose cambiano

Storie di coming out, conflitti, amori e amicizie che cambiano la vita. Intervista ad Antonia Monopoli, donna transgender, e a Francesca Pardi che, con la sua compagna e i loro 4 figli, forma una numerosa famiglia omogenitoriale. ()

queer web OKLe cose cambiano è un piccolo e prezioso libretto. Personaggi noti e meno noti raccontano il loro coming out, i momenti che "cambiano la vita". E dietro al libro, un progetto: combattere il bullismo e l'omofobia. Noi vogliamo dare un ulteriore contributo all'iniziativa intervistando due donne presenti come autrici. Un confronto e uno spaccato dello stesso problema: il "permesso" di essere semplicemente un individuo. E con uguali diritti. (Marzia Frateschi)

Intervista ad Antonia 
L'immagine. Prima, un ragazzino dalla pelle bianca, efelidi e capelli rossi, un po' timido e delicato. Dopo. Una bella donna dai lunghi capelli e occhi da gatta in un viso importante alla Modigliani. Antonia Monopoli, transgender donna e responsabile dello Sportello Trans di ALA Milano Onlus.

Una storia impegnativa la tua, raccontata quasi con nonchalance  in uno smilzo capitolo del libro: vuoi ripercorrerla per noi?
Beh, appunto, quasi con “nonchalance”, ma dietro una lunga e faticosa rielaborazione che non può emergere in un breve scritto dove, sintetizzando, ho dato voce solo ad alcuni frammenti importanti della mia vita.
Che dire... Tutto è iniziato all’età di 8 anni quando un cugino mise il dubbio a mia madre sulla mia diversità. Mia madre, condizionata dalla cultura del sud, per anni ha cercato "la malattia" da curare.
Lo stesso medico di base le consigliò il manicomio per la lobotomia o l'elettroshock. Successivamente il passaggio attraverso una serie di consultori cattolici, finché l'incontro con un luminare mi salvò la vita: non ero malato, ero solo diverso. Da lì a poco tempo iniziai ad esternare per come mi percepivo e quindi a cambiare la mia immagine.
A 22 anni mi sono sentita pronta ad affrontare il viaggio verso il nord Italia per liberare realmente la mia parte femminile. Contestualmente iniziai la terapia ormonale sostitutiva e anche la prostituzione, pensando quest’ultima come unica risorsa economica possibile per il mio percorso di transizione verso il genere femminile.
Ma solo a 30 anni è incominciata la svolta verso l’emancipazione. Fu l'anno in cui la mia vita prese una piega differente e conquistai una consapevolezza maggiore di me stessa. Affrontai il reinserimento lavorativo, l’iter per la riassegnazione chirurgica sessuale, presi contatto con le associazioni di riferimento trans come volontaria e frequentai corsi per acquisire più strumenti e perfezionare il mio lavoro di educatrice pari.
Oggi a 41 anni  dopo un intervento chirurgico, il cambio anagrafico al femminile, sono una donna transgender soddisfatta del percorso intrapreso. Il lavoro sociale, la lotta per i diritti sociali sono e rimangono la mia passione e scopo di vita.      

Un filo conduttore, la consapevolezza e la determinazione nel percorrere la transizione da maschio a femmina prima, l'identità politica poi. Chi sono state le persone più importanti incontrate in questi percorsi?
Un filo conduttore iniziato appunto all’età di 8 anni, la svolta alla ricerca di una identità politica intorno ai 30. Un’identità sempre più concreta negli anni a seguire. Le persone importanti in questi percorsi sono state tante, anzi tantissime; fra queste mia madre che tutt’ora mi accompagna, mi sta accanto, nonostante la lontananza, un donna in gamba.
 Maria Ornella Serpa, un’attivista del collettivo delle sex workers di Roma, che mi ha spinto a intraprendere la strada del sociale e politica.  Marcella Di Folco, presidente del MIT di Bologna deceduta il 7 settembre 2010, una seconda mamma, ha influenzato decisamente la mia vita politica, sociale e umana. Ricordo sempre in particolare una sua frase: “chi sposa una causa è grande, chi sposa una grande causa è felice, e io sono felice”. Vincenzo Cristiano, presidente di ALA Milano Onlus, presente nel mio impegno lavorativo attuale. Ma l'elenco sarebbe lungo...

Antonia, donna transgender: i maggiori problemi nel sociale?
Tanti, ma molti legati anche alla mancanza delle informazioni necessarie per accogliere e accompagnare nel loro percorso le persone transgender e chi ruota intorno ad esse. Anche per questo ho utilizzato il mio percorso di transizione come donna transgender per cercare di educare, aiutare chi ne sa poco o niente.

… e nell'amore?
Dopo il rapporto di 8 anni avuto con il mio ex compagno turco curdo sciita, sono stata 10 anni single. Ai miei 40 anni compiuti mi sono concessa a un rapporto affettivo ahimè durato poco tempo, con un ragazzo di 25 anni tuareg, Nord Africa Marocco; poco tempo a causa della mia visibilità e della sua disciplina religiosa. Oggi sono nuovamente single, pronta per un nuovo rapporto affettivo.

"Le cose cambiano"… In cosa devono ancora cambiare per le persone transgender?
C’è tanto lavoro ancora da fare, mancano i finanziamenti per implementare servizi, consultori e i centri di accoglienza specifici già esistenti e costituirne degli altri in tutto il territorio nazionale. Per fortuna ci sono associazioni di volontariato con persone che dedicano del tempo, energie, ma non bastano. C’è bisogno di formare degli educatori o professionisti per un vero e proprio lavoro di emancipazione, per cambiare la cultura, o meglio destrutturare, per costruire nuovamente. Siamo ancora indietro, molto indietro!

Intervista a Francesca 

L'immagine. Due donne radiose in abiti da sposa ridono felici. Intorno  4 bambini giocano con il lungo velo: i loro figli. Francesca Pardi e la sua compagna Maria Silvia Fiengo si sposano nel 2013 a Barcellona con i loro bimbi nati da inseminazione eterologa.
Fondano nel 2002 l'associazione genitori omosessuali Famiglie Arcobaleno e recentemente, una casa editrice: Lo Stampello, fiabe e illustrazioni per tutte ma proprio tutte le famiglie.
 

Francesca, una foto stupenda quella del vostro matrimonio. Ma per arrivarci qual è stato il tuo percorso?
È stato il traguardo di tanti anni passati a raccontarci e a condividere.
Un matrimonio è la presentazione di un progetto d’amore alla società; il nostro era un progetto d’amore ormai molto avanti nella sua realizzazione. E la società a cui veniva presentato non erano gli invitati, che sono già parte di questo progetto, ma il mondo che ci circonda tutti, soprattutto quella parte di mondo che continua ad avere paura di noi.
E la cosa più bella del nostro matrimonio è stata la partecipazione delle nostre famiglie, dei parenti e degli amici.

Cosa significa un progetto di vita accanto a una donna?
Non so se so rispondere a questa domanda.
Posso dire solo che non sono mai riuscita a pensarmi in un progetto di vita accanto a un uomo.
Ho avuto dei fidanzati, ormai tanti anni fa, anche una relazione duratura e che avevo preso molto seriamente, ma era come se facessi sempre un piccolo sforzo dentro per aderire ad un’immagine di me che non mi corrispondeva completamente.
Quello che so è cosa significa un progetto di vita accanto a Meri: tanto passato, tanto presente e tanto futuro. Libertà e fatica. Entusiasmi e paure. Sentirmi proprio nei miei panni e nella mia vita.

Gli altri, il giudizio degli altri. Cosa rappresenta per te?
La mia personale sfida quotidiana.
Comprenderlo, sfidarlo, cambiarlo, ascoltarlo, ignorarlo, conviverci, combatterlo, che si tratti di quello che mi raggiunge da fuori o che stia solo nella mia testa.
“Nessuno è un’isola in sé compiuta”, è molto difficile essere felici se non ci si sente accettati dagli altri per quello che si è. E essere ignorati a volte è peggio dell’essere aggrediti (solo a volte, naturalmente).

La famiglia omogenitoriale, la tua, quali problemi deve affrontare quotidianamente?
Quelli che affrontano tutte le famiglie numerose, e in più mancanza di tutele legali e riconoscimenti istituzionali a vari livelli.
C’è poi quello che viene definito “minority stress”, la ricaduta psicologica che ha il fatto di appartenere a una minoranza con caratteristiche che non rientrano nel modello socialmente ritenuto “nella norma”. Che consiste in una certa ansia di prestazione, nel bisogno di sentirsi “a posto” più di quanto succeda solitamente.

Problemi concreti di mancanza di accettazione, bullismo, aggressioni verbali non ne abbiamo mai subite se non - naturalmente - dai giornali e dalla televisione.

I vostri figli: 11anni a scalare. Come vivono il confronto con i bambini delle famiglie etero?
Non lo vivono. Voglio dire che per i bambini non ci sono “famiglie etero” e “famiglie gay” ma solo famiglie. L’unico aspetto con cui hanno dovuto fare i conti fino ad ora (e spero che resti l’unico, anche una volta entrati nell’adolescenza) è la curiosità manifestata dagli altri bambini per la loro composizione famigliare. In genere, soddisfatta questa curiosità, l’argomento cessa di essere interessante, per poi ripresentarsi allo step successivo di crescita, man mano che gli interessati mettono a fuoco tutto il meccanismo della riproduzione umana. A seconda del temperamento, questa cosa ha un effetto diverso su ognuno dei miei figli: c’è quello che si scoccia parecchio di essere messo così al centro dell’attenzione, e quello che ne fa un’occasione proprio per mettersi al centro dell’attenzione.

Sta arrivando anche per noi lentamente il permesso di esistere". Mi ha molto colpito questa tua frase riportata nel libro. Quali "permessi" indispensabili devono ancora arrivare dalla nostra società?
Avere quattro figli ancora in età scolare sta forse dietro a questa espressione: il rapporto con le regole, nel bene e nel male, è il loro pane quotidiano. Vivono più di metà del loro tempo dentro la scuola che è un’istituzione, insegna loro la società, i rapporti con gli altri, ciò che “si può” e “non si può”. Per questa istituzione, soprattutto nelle sue manifestazioni burocratiche e quindi ufficiali, io per tre dei miei figli e Meri per il quarto, non esistiamo, anche se andiamo ai colloqui con gli insegnanti e tutti i giorni li accompagniamo e li andiamo a prendere.
Le leggi in Italia non ci vedono, stanno ancora lì a dire che non esistiamo, come se dovessimo avere il permesso da qualcuno.
Noi ovviamente esistiamo, anche senza permesso. Ma questo permesso (come quello di soggiorno per gli immigrati) è importante, soprattutto nella vita con quattro bambini.
Questi sono i modi in cui, a mio parere, si declina:
- Matrimonio = permesso di progettare un futuro insieme
- Adozione = permesso di assumersi il ruolo di genitore
- Legalizzazione delle tecniche di procreazione assistita con inseminazione eterologa = permesso di mettere al mondo dei figli.
Tutti riassumibili nel permesso di amare (perché si sa, è l’amore il problema: per quanto riguarda il sesso, invece, si è sempre chiuso un occhio..)

Tutto ciò accade da secoli, da sempre gli omosessuali si amano, fanno progetti, crescono figli e li mettono al mondo, pur senza permesso. Con l’unica colpa di non essere eterosessuali.

Marzia Frateschi

 



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