L'arte per uscire dalla violenza. Intervista a Donatella D'Angelo, fotografa

Un corpo abusato. Il suo. L'artista lo riconosce e, attraverso la fotografia, ne acquista consapevolezza e lo ricostruisce come immagine interiore per se stessa e gli altri.
Un percorso, non solo artistico, doloroso ma liberatorio.
La fotografia, come altre forme d'arte, può rappresentare un mezzo di analisi e terapia.
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Donatella do you believe in fairies webHo conosciuto Donatella D'Angelo casualmente. O meglio, ho conosciuto la sua fotografia casualmente e, poi, volutamente l'artista.

Capitata sul suo sito svogliatamente, ho sbirciato, rallentato, guardato, trascinata dall'estetica dell'immagine, dal ripetersi dei particolari del corpo umano, in maniera quasi ossessiva ma mai identica, come se l'artista fosse alla ricerca di qualcosa.

Ed è quel "qualcosa" che girava dentro e fuori il corpo di donna a spingermi a cercarne il significato.
 

Donatella, chi sei?

Chi sono sto ancora cercando di scoprirlo! Professionalmente, nasco negli anni 80 come grafica pubblicitaria. Ho lavorato per più di vent’anni con l’immagine ed è diventato a poco a poco il mio linguaggio. Quando ero più giovane dipingevo. Solo qualche anno fa ho cominciato a sentire l’esigenza di esprimere qualcosa di più personale, mi sono avvicinata alla fotografia, grande passione giovanile, e mi sono definitivamente innamorata.


Allora spiegami qualcosa di te attraverso il tuo percorso. Vedo continuamente "pezzi", particolari di un corpo. Il tuo?
Sì, il mio. Il lavoro sul corpo non è casuale, viene da una necessità di riconciliazione con il mio passato.
L’autorappresentazione fotografica è un po’ come ritornare al momento in cui il bambino comincia a riconoscersi davanti allo specchio, un dialogo con l’inconscio.
Sostengo da sempre che il corpo è il linguaggio tra il mondo visibile e quello invisibile. In ogni opera l’artista rappresenta una parte della propria identità e l’impatto emotivo di un’immagine può essere più forte di un testo scritto.
E questa forza nel mio caso è rappresentata dal mettere in scena me stessa.


 


Si passa da immagini dei particolari a immagini intere ma quasi velate, nascoste dal movimento: il mondo, il tuo mondo che diventa visibile. Cosa c'è dietro a questa ricerca di identità?

Sono uscita da poco da una relazione violenta che mi aveva lasciato completamente senza strumenti per ricominciare. Attraverso l’autoritratto sto lentamente riappropriandomi della dignità del mio corpo “violato”.


 Cosa intendi per relazione violenta?
Intendo proprio quella che viene definita violenza domestica.
Una relazione malata, basata su meccanismi di sopraffazione psicologica e a volte anche fisica, che con gli anni mi ha portato a invalidare quasi completamente la mia personalità, la mia capacità di relazionarmi in modo adeguato con il mondo esterno e con la realtà delle cose, non riconoscendo più cosa fosse “normale” in una relazione.
 

Quindi hai utilizzato la fotografia, l'autoritratto, come terapia?
Sì, e lo sto tuttora usando. All’inizio è stato un processo inconscio. Fotografarmi mi faceva sentire bene. Poi è arrivata la consapevolezza che c’era qualcosa di profondo, e l'ho affrontata in modo più riflessivo. Abbiamo tutti un’immagine mentale di ciò che siamo. Io mi sono resa conto che l’immagine di me stessa, dopo vent’anni di abusi e una famiglia problematica alle spalle, era completamente distorta. E su quella ho cominciato a lavorare.
 

L'autoritratto per ricostruire il tuo specchio interiore frantumato. Il "corpo abusato": si deve ritrovare e ritrovarlo per gli altri. Un percorso doloroso, ma che non appare come grido di dolore nelle fotografie.
La violenza è qualcosa che si tramanda, è un linguaggio che si apprende e ricerchi poi negli altri. È un circolo vizioso. Sono passata da essere cresciuta in un ambiente violento con una madre alcolista, a sposare un uomo che mi maltrattava.
Il dolore per me era diventato una cosa normale, quotidiana, ne ero quasi del tutto anestetizzata. La sofferenza è venuta fuori dopo, con la consapevolezza che quella normalità auto costruita come giustificazione era fittizia.
Il mio percorso fotografico però non è iniziato subito, ho dovuto prima ritrovare la mia autonomia e per questo mi sono rivolta al centro antiviolenza "Cerchi D’Acqua" che mi ha aiutata a superare la mia situazione di disagio.
È stato durante il percorso analitico di supporto che ho cominciato a sentire l’esigenza di usare la fotografia come “riscatto dell’inferno a cui sono sopravvissuta” (cito una mia didascalia di alcune foto). Ero decisa a spezzare la catena, per me e per i miei figli. Nelle prime serie di fotografie ancora si sente l’urlo di sofferenza.


È vero. Hai urlato con le didascalie dove non avevi il coraggio di farlo con il corpo. Un corpo all'inizio "muto". E ora, nel tuo percorso, a che punto sei? Quale immagine ti rappresenta meglio?
Più che muto era un corpo a pezzi. Non osavo “svelarmi”, perché pensavo di non aver alcun valore. Mi esploravo senza avere il coraggio di espormi. Parte della mia terapia è stata quella di mettere in parole tutte quelle sensazioni, quel dolore, quella paura che mi stordivano. Molti di quei pensieri ora accompagnano le mie immagini.
Penso di essere a un buon punto, anche se sento la strada ancora lunga.
Ci sono tuttora molti nodi da sciogliere, ma se mi guardo indietro, se confronto le mie prime fotografie con le ultime, mi accorgo dei passi fatti. Posso ritenermi soddisfatta.
Forse l’immagine che più mi racconta oggi è quella dove mi rappresento come fatina alata, intitolata “Do you believe in fairies?” (pubblicata in apertura).


La catena è stata rotta. Ti liberi nell'aria. Perché hai deciso di svelarti?
Perché ho finalmente superato molti degli impedimenti psicologici che mi bloccavano sul piano personale e mi sento pronta a condividere il mio percorso con altri.
Chi ha vissuto delle esperienze di vita così traumatiche ha il dovere sociale di mettersi a disposizione con la propria storia per aiutare gli altri. Anche perché il problema della violenza è ancora avvolto da molti pregiudizi culturali. Mi piacerebbe moltissimo, nel prossimo futuro, riuscire a proporre l’autoritratto, non come alternativa, ma come supporto alla terapia analitica nei casi di persone con problematiche legate all’autostima e all’immagine di sé. Per dimostrare che dall’inferno c’è ritorno, e, come sono sopravvissuta io lo possono fare anche le altre.

Marzia Frateschi



Tags:
arte, donatella d angelo, foto, violenza domestica

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Re: L'arte per uscire dalla violenza. Intervista a Donatella D'Angelo, fotografa
18/10/2014 donatella
Ti ringrazio Sebastiano, per le tue belle parole, per la tua stima e per la tua amicizia. Tu sei poesia, quella vera. Fratello.


Re: L'arte per uscire dalla violenza. Intervista a Donatella D'Angelo, fotografa
09/10/2014 Sebastiano A. Patanè-Ferro
Sei magnifica Donatella e con la forza e il coraggio che ti distingue sei riuscita a sopraffare i mostri che ti perseguitavano.
mi piace quest'intervista, apre le vie perchè ti si conosca meglio e si comprenda appieno la tua arte. Ringrazio Marzia per questa opportunità.
Sono orgoglioso di te, sorella!


 
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