Favolacce

In una società destinata allo sfacelo, neanche i bambini sfuggono a un impietoso destino. ()

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Come ampiamente noto, teatri e cinema sono chiusi e ancora non si vede l’alba della riapertura.

Bisogna ricorrere allora allo streaming (costo € 7,99) per vedere un buon film che ha recentemente vinto il premio per la sceneggiatura al Festival di Berlino. Gli autori sono i gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo (classe 1988) che già avevano sorpreso per la loro opera prima di grande effetto empatico (La terra dell’abbastanza, 2018).

Ora si cimentano in un film importante a cui hanno attribuito un bel titolo dagli ampi significati metaforici, anche perché, per dirla con Orazio, “de te fabula narratur”.
Siamo a Spinaceto, periferia suburbana a sud di Roma verso il mare, dove regnano il degrado e pretenziose villette a schiera, testimonianza evidente di un benessere che non è mai veramente pervenuto.
In un microcosmo emblematico, popolato da famigliole solo apparentemente felici e realizzate, si consuma una vicenda che sprofonda negli abissi della amoralità e della dissoluzione.

Condotti da una voce narrante dai toni romaneschi (Max Tortora), l’incipit (vocale) è strepitoso:” Quanto segue è ispirato a una storia vera. La storia vera è ispirata a una storia falsa. La storia falsa non è molto ispirata”, sarà il ritrovamento del diario di una bambina a introdurci in una comunità dove proprio i più giovani sono condannati, nel bene ma soprattutto nel male, a condurre una vita annoiata e male educata, malgrado i brillanti risultati scolastici, dal nulla umano che li circonda.
Tra i modelli maschili assume rilevanza un insegnante, inquietante maître à penser di nichilismo, interpretato dall’ottimo attore teatrale Lino Musella, recente vincitore del Premio Ubu, a cui si deve gran parte del dramma finale.

Il modello paterno di riferimento è invece interpretato da Elio Germano, personaggio impregnato di malessere rancoroso nei confronti di se stesso e del mondo intero.
In un ambiente dove il degrado urbano va di pari passo con quello umano, si assiste impotenti a una escalation di volgarità e disperazione che viene ingigantita dalla violentata innocenza dei bambini coinvolti a cui mancano modelli di riferimento.
All’apice del dramma, struggente il lungo primo piano di Germano.

Grande prova di scrittura registica che restituisce, in un film cupo e incarognito, la testimonianza dei tempi bui in cui stiamo vivendo. Appropriate musiche vintage di Egisto Macchi.


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