Parasite

Apologo estremo sulla condizione umana del visionario regista sud coreano Bong Joon-ho. ()

parasite immagineNon si può certo dire che sotto il 38° parallelo pecchino di creatività. Arriva dalla Corea del Sud il film che ha vinto l’ultimo Festival di Cannes e le discussioni sono aperte.
In un sordido seminterrato infestato da scarafaggi e nefandezze varie vive un’eccentrica famigliola tanto indigente quanto intraprendente. Tocca al figlio maschio, a cui non mancano acume e preparazione culturale, intrufolarsi come insegnante di inglese nelle grazie di una famiglia benestante e riuscire a far accettare, sotto mentite spoglie, i suoi parenti: la sorella come trainer di arte terapia, il padre come autista e la madre in veste di governante.

Composto il quadretto di questa irresistibile escalation sociale, che si consuma in una splendida villa modernamente griffata, i nostri quattro eroi (si fa per dire) non hanno però fatto i conti con chi è ancora più in basso nella scala sociale (e abitativa) di loro.
Nel redde rationem finale, l’esplosiva violenza vira sui toni del grottesco come in certo cinema alla Quentin Tarantino.
“Parasite”, film difficilmente qualificabile, sembra proporsi come un feroce apologo sul potere e sulla famiglia. Rivisita in chiave moderna l’antica lotta di classe dove lo scontro tra i nuclei contrapposti, servi e padroni, si risolve attraverso il sotterfugio e la simulazione.
Pur ammesso che non ci siano almeno apparentemente né vinti né vincitori, sembra però imporsi, come sempre, il diritto del più forte (il padrone).
Ma la vera discriminante di classe è determinata dall’odore delle persone…

In programmazione al cinema Palestrina



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