La ruota delle meraviglie

Gran bel ritorno al cinema per Woody Allen le cui ultime precedenti opere avevano lasciato spesso l’amaro in bocca. Da vedere. ()

la ruota delle meraviglie immagine

Woody Allen sceglie un approccio melò per raccontare le vicende incrociate di personaggi che sembrano usciti, e il richiamo agli anni ’50 del secolo scorso lo consente, dai drammi di Tennessee Williams o Arthur Miller, per non dire di Eugene O’Neill, per altro citato nel film.

USA anni ’50 (appunto), nello scenario ludico di Coney Island, già al suo declino, si consumano le storie di una quarantenne irrisolta e inappagata (l’ottima Kate Winslet), tormentata, tra le altre cose, da un figlio decenne, piromane incallito, dal cui padre è stata abbandonata, e del secondo marito, un giostraio attempato provato dalla vita e tentato dall’alcool (un grande Jim Belushi).

Sul palco dell’incombente tragedia si affiancano ai due un giovane bagnino (Justin Timberlake), studente lavoratore con la vocazione di sciupafemmine, qui anche con la funzione, non nuova in Allen, di io narrante, e la figlia di primo letto del giostraio (Juno Temple), fanciulla irrequieta in fuga da un marito malavitoso.

Nei legami dei sentimenti, degli affetti e dei rancori di questi quattro personaggi (a cui si aggiunge per un depistaggio di alleggerimento il piccolo piromane già cinefilo incallito), ci si addentra in un terreno narrativo che sfiora il grottesco, in una temperie a forti tinte, come si avrebbe detto un tempo, per chiudere il sipario della ennesima commedia umana dalle parti del dramma che potrebbe, basta un soffio, degenerare in tragedia.

Volente o nolente Woody Allen ha composto un’opera complessa sia dal punto di vista narrativo che da quello psicologico e sociologico, ricostruendo con grande maestria un clima di disfacimento morale e civile di cui gli Stati Uniti ci hanno dato spesso testimonianza, nel cinema e non.

Giocano un ruolo determinante le riprese e le luci governate da Vittorio Storaro, molto colorate, nelle note dell’ocra e del rosso dei tramonti, e negli chiaroscuri del mare imbronciato o nel livore delle sequenze notturne. Nitida la sua fotografia, sontuosamente descrittiva.

Molto colore per raccontare il grigiore di gente normale che lotta per sopravvivere cercando un amore, una via di fuga o solo qualche dollaro in più per fare la spesa o andare al cinema.

Splendida colonna sonora d’epoca, leggera e frivola, che contrasta volutamente con la cupa crudezza della vicenda e con le debolezze dei personaggi.

Opera globale in cui personaggi, scenario, fotografia, musiche restituiscono un clima cinematografico e narrativo assolutamente attendibile e pressoché perfetto.

Per la cronaca, il piccolo incendiario cinefilo (Jack Gore) assiste ai film “Winchester 73” di Anthony Man (1950) con James Stewart e “Carioca” (1933) di Thornton Freeland che qui serve anche per evocare un’improbabile fuga, da tutto, da tutti e dalla vita di tutti i giorni, a Rio de Janeiro.

Sull’argomento Coney Island, due citazioni a memoria: è del 1953 quel gioiello di film di “Il piccolo fuggitivo” in cui un bambino di sette anni, convinto di avere ucciso il fratello, vaga per la grande spiaggia dei divertimenti di New York che si esplicita “nella descrizione di una sofferenza infantile che si mescola col senso dell’avventura e con gli incubi del grande luna park da paese delle meraviglie” (Morando Morandini); e la raccolta di poesie di Lawrence Ferlinghetti “Coney Island della mente” (1958) che racconta “senza censure le tragicomiche pagliacciate di quelle creature bipedi note col nome di esseri umani”. Una sorta di luna park dell’anima.

Sopra tutto e tutti la grande ruota delle meraviglie che è poi come dire la grande ruota della vita.



In programmazione all’Arcobaleno Film Center e al cinema Plinius.




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