A lezione di violino dalla mamma di Giorgio Strehler

Abbiamo incontrato Porthos Gramolelli, un lucidissimo signore di 82 anni, che ci ha raccontato una bella storia di 70 anni fa. ()

Giorgio Strehler immaginePorthos Gramolelli, preside di scuola media superiore in pensione, è stato per molti anni attivissimo nellanostra zona in campo sociale e politico. Tra l’altro, ha ricoperto il ruolo di capogruppo del Partito Comunista Italiano quando il Consiglio di zona 3 aveva sede in via Boscovich. 
Alberta Lovric, la madre di Giorgio Strehler, importante violinista, era nota in ambito musicale con il nome d’arte di Albertina Ferrari, fondatrice, tra l’altro, del Trio di Milano nel 1932.

Quando e in quale occasione hai conosciuto Giorgio Strehler?

Ho conosciuto la signora Alberta, la mamma di Giorgio Strehler, quando frequentavo la seconda media, nel1947. Mio padre, che frequentava il bar Frontini all’angolo con le vie Eustachi e Plinio, vi aveva conosciuto il professor Poltronieri, un musicista che aveva suonato anche al Teatro alla Scala, che gli aveva consigliato quale insegnante di violino per me la signora Alberta. Ho iniziato a frequentare la sua casa in corso Buenos Aires al numero 55 (un interno al secondo piano) dove la famiglia Strehler viveva in un grande appartamento di molti locali. Andavo da lei nel pomeriggio, intorno alle 15.30, una o due volte alla settimana. 
In qualche occasione, quando la signora Alberta non era disponibile per la lezione, riponevo il mio violino, contenuto in una custodia di tela confezionata da mia madre, e me ne tornavo a casa in verità ben felice di poter andare a giocare a palla con i miei amici in via Palagi. Devo confessare che andavo a lezione di violino con una certa riluttanza perché avrei certamente preferito andare a giocare in piazza Tonolli (oggi piazza Ascoli) con i miei amici. 
Nella grande casa della signora Alberta abitava anche la Maria Colombo, una donnina minuta, che in quanto pianista aveva spesso fatto coppia con lei. La signora Alberta era molto affettuosa con me e mi offriva spesso il tè che io però bevevo malvolentieri. Nelle pause della lezione di violino, sentivo dei rumori provenire dall’appartamento e, soprattutto, la voce tonante di Giorgio Strehler che spesso inveiva contro qualcuno. Strehler molto spesso entrava nella stanza in cui era in corso la lezione per chiedere alla madre un paio di calze pulite o cosa si mangiasse a cena, senza trascurare però di informarsi sui progressi dei miei studi musicali. Quando parlava, avevo la sensazione che recitasse sempre. 

Com’era il clima nella casa della famiglia di Giorgio Strehler?

In quella casa, ho avuto spesso occasione di sentire la voce e di vedere Rosita Lupi, la prima moglie di Strehler, una bella signora dalla quale, io ragazzino di 12 anni, ero molto affascinato. In parte non ero felice di andare a lezione di violino perché avrei preferito andare a giocare con i miei amici, d’altra parte però ero talmente preso dal clima di quella casa perché sentivo che c’era un fermento incredibile. Con il passare del tempo, curiosando quando mi era possibile, iniziai a scoprire molte cose. Strehler era spesso arrabbiato anche perché i calzini avevano un buco o la camicia non era stirata come voleva lui. La madre allora abbandonava la lezione con me per correre da lui e cercare di risolvere il problema sollevato. Sentivo spesso la voce di Rosita Lupi, dalla quale poi Strehler si separò bruscamente, che a me appariva molto aggressiva.
Devo dire che la signora Alberta, con grande pazienza, sopportava le intemperanze del figlio ma anche lamia incapacità musicale, malgrado il suo impegno e la sua passione di insegnante. Del resto, io avevo capito molto presto che fare il violinista non era certo il mio mestiere. Solo mio padre, che suonava a orecchio la fisarmonica, sperava che io potessi diventare un solista di violino alla Scala.

Quali personaggi hai conosciuto frequentando casa Strehler?

La lezione di violino veniva spesso interrotta e io avevo allora modo di curiosare per casa, quando non venivo affidato alla signora Colombo che mi raccontava dei loro trascorsi musicali. In casa c’era un certo viavai e ho avuto così modo di conoscere alcuni personaggi importanti come Gianni Santuccio, altero e imponente, già allora famoso attore di teatro dalla folta chioma bionda tendente al grigio. Parlava in modo affascinante e sembrava che interpretasse sempre una parte anche fuori dal palcoscenico. In quel periodo frequentava la casa perché stava lavorando con Strehler al Piccolo Teatro che era stato fondato pochi mesi prima.Io ero molto più attendo a quello che accadeva in quella casa e ai personaggi che la frequentavano che non alle lezioni di violino della signora Alberta. Sentivo spesso varie voci femminili e maschili e così conobbi Lilla Brignone e Tino Carraro che mi aveva impressionato per la sua voce profonda. Aveva un aspetto severo e, al contempo, dolce. Quando mi incontrava, sembrava interrogarsi su chi io fossi. C’erano anche altri attori più giovani e con tutti Strehler discuteva e spesso alzava la voce nel corso di discussioni di lavoro piuttosto animate. Un giorno eccezionale è stato quello in cui ho visto un uomo molto affascinante che però, per alcuni aspetti, sembrava quasi un clochard. I suoi vestiti non erano molto curati, indossava una camicia scura e una giacca molto consumata. Era molto dimesso insomma . Seppi dopo che si trattava di Bertolt Brecht che era venuto a Milano per preparare “L’opera da tre soldi”. In quell’occasione sentii parlare tedesco, lingua che Strehler sembrava conoscere bene, così come sua madre del resto. Anche per questi episodi ho iniziato a interessarmi di teatro e mio padre, che era un lettore del Corriere della Sera, mi raccontava di questo nuovo teatro, il Piccolo, e del livello elevato degli spettacoli che Strehler con Paolo Grassi (persona che non mi sembra di avere mai incontrato) stava mettendo in scena. 
Una volta, ho espresso alla signora Alberta la curiosità di vedere suo figlio in teatro e lei mi mandò in via Rovello dove un certo tecnico mi fece entrare in teatro e mi fece assistere alle prove di uno spettacolo. A 18 anni poi, il mio primo abbonamento teatrale fu proprio al Piccolo Teatro di Milano.

Per quanto tempo hai seguito le lezioni di violino della madre di Strehler?

Sul fronte musicale, malgrado le pressioni di mio padre, io non ne potevo più della “Sonata a Kreutzer” che mi imponeva l’Alberta. A 14 anni, giusto quando mi iscrissi al liceo scientifico Leonardo Da Vinci, smisi di andare a lezione di violino perché avevo grande difficoltà di apprendimento della musica e pochissima passione. Avevo fatto anche un saggio presso l’Istituto dei Ciechi di via Vivaio dove venni valutato non certo positivamente. Più volte la signora Alberta, che nel frattempo aveva ripreso a suonare nel Quartetto di via San Paolo anche con la Colombo, mi aveva invitato ai loro concerti con la speranza che l’ascolto della musica mi aiutasse ad appassionarmi. Alla fine l’Alberta disse a mio padre che forse non era il caso di insistere e che lei non se la sentiva di farsi pagare, anche se il costo delle lezioni era veramente molto contenuto.
Non aveva altri allievi, penso che lei mi avesse accettato per il mio temperamento pacato, ero un ragazzino quieto, bene educato, con la molletta nei capelli per tenerli in ordine. Penso le facesse piacere avere un ragazzino che girasse per casa. Dopo l’abbandono delle lezioni di violino, talvolta andavo a trovare la signora Alberta anche perché mi era rimasto dentro il fascino di quella casa, delle persone che l’abitavano, e su tutte Giorgio Strehler, quasi che fossero degli “stregoni” per come si esprimevano e per come si comportavano. Ricordo con nostalgia che quando la signora Alberta prendeva tra le mani il suo violino, metteva un fazzoletto sulla spalla e iniziava a suonare, si trasformava: non era più una figura affettuosamente materna, era una grande musicista.


Nelle immagini, un giovane Giorgio Strehler e un giovanissimo Porthos Gramolelli


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