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  • Don Angelo Casati, il curato della città

    Un prete capace di parlare alla Chiesa e alla società, ai credenti e ai non credenti. Don Angelo, morto nei giorni scorsi a 95 anni, lascia una testimonianza fatta di ascolto, dialogo e libertà, nel solco di padre Turoldo e del cardinale Martini. ()
    don angelo e la colmba
    Era chiamato “il curato della città”, titolo che riprende anche una delle sue opere più note, Diario di un curato di città, per la vicinanza alla città e ai suoi cittadini. Nonostante la complessità di una metropoli come Milano, don Angelo Casati scelse di vivere il suo ministero sacerdotale con lo stile del curato di campagna, ossia con una profonda vicinanza quotidiana e personale alle persone, ai loro problemi e alle loro storie. Il 31 agosto don Angelo ci ha lasciato, a 95 anni. Quattordici anni prima, nello stesso giorno, morì il cardinale Carlo Maria Martini, con il quale don Angelo aveva condiviso un lungo tratto di cammino e una comune passione: cercare la Parola di Dio e comunicarla agli uomini nella sua semplicità, nella sua forza, nella sua capacità di spiegare e narrare la vita.

    Nato a Milano nel 1931, ordinato sacerdote nel 1954, licenziato in Teologia, è stato insegnante nei Seminari diocesani, quindi vicario parrocchiale a San Giovanni di Busto Arsizio, poi parroco a San Giovanni di Lecco. Dal 1986 al 2008 lo è stato a San Giovanni in Laterano a Milano, in Città Studi. Autore di molti saggi, ha pubblicato libri che spaziano dalla poesia a commenti ai racconti biblici, a riflessioni spirituali su eventi della vita.

    Tra le sue ultime pubblicazioni, Sorpresi da un sogno (2022), Storie di donne e di profumi (2023), Poesia di uno sguardo (2024), Ospitando libertà (2024), In punta di piedi (2026) tutti editi da Centro ambrosiano. Per molti anni ha collaborato con Chiesadimilano.it commentando il Vangelo della domenica. Don Angelo è stato un prete-poeta, una voce spirituale discreta e insieme visionaria, capace di parlare ai credenti e ai non credenti, alla Chiesa e alla città. Amava la definizione di «curato di città», una definizione che racconta bene il suo modo di intendere il ministero in mezzo alle persone, ascoltarle, accompagnarle.

    A San Giovanni in Laterano costruì una parrocchia “senza confini”, una chiesa in piazza Bernini che diventò una sorta di tenda aperta a tutti: credenti, persone attraversate dal dubbio, atei e cercatori di senso. Vi si incontravano persone e storie diverse, perché don Angelo aveva compreso che la fede non si difende alzando muri, ma creando luoghi di ascolto e di libertà.

    Le sue omelie erano attese e condivise, aveva il dono di rendere la parola leggera, di accostarla alla vita senza impoverirla. Raccontava il Vangelo intrecciando scrittura, poesia, esperienza umana. Parlava sottovoce, e proprio per questo riusciva spesso a farsi ascoltare in profondità.

    La sua parola viveva anche negli scritti: saggi, commenti biblici, poesie, riflessioni spirituali. Per molti anni le sue pagine hanno raggiunto lettori ben oltre la parrocchia, anche attraverso il mensile «Come Albero», nato a San Giovanni in Laterano. Fino agli ultimi mesi ha continuato a commentare il Vangelo della domenica e a scrivere. Nell'ultima fase della sua vita, con la consapevolezza che le forze diminuivano, aveva scelto come titolo «In punta di piedi»: un'immagine che sembra riassumere il suo stile, il suo modo di stare nel mondo e nella Chiesa.

    Accanto a lui ci sono state importanti figure come padre David Maria Turoldo e il cardinale Martini. Da Turoldo aveva raccolto la passione profetica e poetica; da Martini, con il quale nacque un'amicizia profonda, l'amore per il dialogo con il mondo laico. E da Martini raccolse l'eredità della Cattedra dei non credenti, per far incontrare credenti e non credenti su temi comuni, considerando questi ultimi non destinatari da convertire ma "maestri" da cui imparare. Don Angelo Casati ha così interpretato appieno lo spirito martiniano dello "sconfinamento", intessendo relazioni al di fuori dei recinti ecclesiastici tradizionali e sottolinendo spesso che la ricerca della verità non appartiene in via esclusiva alle gerarchie, valorizzando la laicità e l'ascolto delle domande del nostro tempo.

    Il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, il suo grande amico Mimmo, negli ultimi anni, lo ha ricordato come «poeta della tenerezza». Una tenerezza che non aveva nulla di innocuo o di sentimentale, ma era, piuttosto, una forma di resistenza. In un mondo che alza la voce, continuare a parlare piano; scegliere l'ascolto.

    Per questo il ricordo di don Angelo non può essere soltanto quello del sacerdote, dello scrittore o dell'uomo di Chiesa. È il ricordo di una presenza discreta e tenace, capace di lasciare tracce senza fare rumore, di una ricerca di Dio nella vita quotidiana, negli sguardi, nelle relazioni, nella libertà e nell'ascolto.

    Don Angelo ha insegnato a seminare, a cercare, a sostare sulla soglia. Il suo saluto può essere letto attraverso le parole con cui, ormai novantacinquenne, aveva annunciato di voler rallentare l'impegno: «C'è un tempo per ogni cosa. C'è il tempo del seminare e quello del raccogliere, il tempo del dare e quello del custodire».

    Ora le sue parole, i suoi scritti, le sue poesie continueranno a passare di mano in mano, come accadeva con le sue omelie e con le pagine di «Come Albero», il mensile edito dalla Parrocchia di San Giovanni, che era la sua immagine.


    GLI OCCHI SUL MARE

    al mio vescovo Carlo Maria Martini

    E ora che il tempo
    si è fatto breve
    e il cuore si consuma
    a trattenere la tua immagine
    che sembra svanire lontano,
    punto rincorso
    all’orizzonte estremo,
    ora che gli occhi
    sono sul mare
    come di chi saluta
    pur se la vela è scomparsa,
    come le pupille dei discepoli
    perdute, sul monte,
    in un cielo orfano
    del volto,
    ora so che anche per l’addio
    di un pastore di chiese
    può ferire e urgere
    agli occhi la commozione
    e dilatarsi
    fino allo spasimare
    delle vene dei polsi.
    Sei scritto
    come sigillo sul cuore
    e sul braccio.
    Hai amato queste strade
    hai pianto
    su questa città.
    Ci lasci
    -ed è testamento-
    la lampada della Parola
    e il pane del volto.

    don Angelo Casati

    (Luglio 2002)


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