Perché la visione dei Quindici Martiri ancora ci guida
"Erano stati un punto fondamentale di riferimento per tutti coloro che in quei mesi, soprattutto a partire dal marzo 1944, si sentivano in lotta permanente contro i fascisti, che avevano tradito Milano nella sua dignità di città libera e indipendente. La storia è questa, indiscutibilmente questa". In questo passaggio del discorso di lunedì sera, Massimo Castoldi, nipote del Martire Salvatore Principato e memorialista della Resistenza, ci dà il senso di questa commemorazione così importante per la Milano (e non solo...) democratica e antifascista.
(Massimo Castoldi)13/08/2026

Il 27 agosto 1944 il Capo della Provincia, ovvero il Prefetto, di Milano Mario Bassi inviava al Ministero dell’Interno. Direzione Generale di Pubblica Sicurezza un manifesto e un volantino che, scriveva, erano stati «rinvenuti nello stabilimento E[rcole] Marelli di Sesto San Giovanni», l’uno e l’altro «inneggianti» alle figure di Giulio Casiraghi e Umberto Fogagnolo, fucilati il 10 agosto.
Il manifesto, scritto a caratteri maiuscoli di 3 cm, li esaltava come «eroi nazionali», il volantino era un richiamo alla lotta contro fascisti e nazisti. E voglio, dopo oltre ottant’anni, rileggerlo questa sera, per rivivere con voi per un momento, qui in piazzale Loreto, i sentimenti di allora:
Uccidere questi uomini in modo così brutale, esporre i loro corpi per un’intera giornata sul piazzale, per nazisti e fascisti, ormai sempre più consapevoli dell’imminente disfatta, avrebbe voluto significare un ammonimento per tutti coloro che li avevano seguiti e che alla loro guida si erano affidati.
Il manifesto, scritto a caratteri maiuscoli di 3 cm, li esaltava come «eroi nazionali», il volantino era un richiamo alla lotta contro fascisti e nazisti. E voglio, dopo oltre ottant’anni, rileggerlo questa sera, per rivivere con voi per un momento, qui in piazzale Loreto, i sentimenti di allora:
COMPAGNI OPERAI E IMPIEGATI «MARELLI»
GIULIO CASIRAGHI e UMBERTO FOGAGNOLO sono stati massacrati, all’alba del 10 Agosto, dai boia fascisti agli ordini dei tedeschi. E con Loro e come Loro 13 Italiani, rei soltanto di aver patrocinato i vostri interessi e di aver difeso i vostri diritti nei confronti di quella cricca di criminali italo-tedeschi che intendono proseguire ad ogni costo sulla via della sventura e del dolore pur di ritardare di qualche giorno la resa dei conti.
COMPAGNI OPERAI E IMPIEGATI!
Molti di voi sono stati testimoni del grande cuore, della rettitudine, dell’intelligenza e della dedizione alla causa dei lavoratori di Giulio Casiraghi e Umberto Fogagnolo. Inutilmente il nemico tenta di scagliare il fango su di Loro. Il Loro eroico contegno prima, durante e dopo l’arresto e durante l’esecuzione ha fatto di Loro due grandi Martiri. A noi di essere degni del Loro sacrificio e di continuare sulla via da Loro indicata. Il nemico ha creduto di intimorirci assassinando i migliori. Noi risponderemo stringendoci ancora più compatti e preparandoci alla lotta. Questa è, oggi, la migliore commemorazione dei nostri Morti.
Molti di voi sono stati testimoni del grande cuore, della rettitudine, dell’intelligenza e della dedizione alla causa dei lavoratori di Giulio Casiraghi e Umberto Fogagnolo. Inutilmente il nemico tenta di scagliare il fango su di Loro. Il Loro eroico contegno prima, durante e dopo l’arresto e durante l’esecuzione ha fatto di Loro due grandi Martiri. A noi di essere degni del Loro sacrificio e di continuare sulla via da Loro indicata. Il nemico ha creduto di intimorirci assassinando i migliori. Noi risponderemo stringendoci ancora più compatti e preparandoci alla lotta. Questa è, oggi, la migliore commemorazione dei nostri Morti.
[Firmato:] IL COMITATO OPERAI E IMPIEGATI «MARELLI»
Il pronome Loro, scritto con l’iniziale maiuscola, è ripetuto sette volte. Casiraghi e Fogagnolo sono riconosciuti come due figure guida, come coloro che hanno patrocinato gli interessi dei lavoratori, difeso i loro diritti, indicato a tutti una strada da percorrere con cuore, rettitudine e intelligenza. Sono definiti i «migliori», che sono stati assassinati dai criminali fascisti e nazisti, che tentano di «scagliare il fango» sulla loro memoria. È firmato da un Comitato unitario di lavoratori, nel quale non emergono sigle politiche e distinzioni di parti. Al Comitato operai e impiegati «Marelli» non importava, a pochi giorni dall’eccidio, che Fogagnolo fosse azionista e Casiraghi comunista, che il primo fosse un dirigente e il secondo un operaio, perché la via da loro indicata era una sola, quella della Liberazione dal fascismo e dagli occupanti tedeschi, e di affermare, contro tutti e tutto, i diritti dei lavoratori.
Il pronome Loro, scritto con l’iniziale maiuscola, è ripetuto sette volte. Casiraghi e Fogagnolo sono riconosciuti come due figure guida, come coloro che hanno patrocinato gli interessi dei lavoratori, difeso i loro diritti, indicato a tutti una strada da percorrere con cuore, rettitudine e intelligenza. Sono definiti i «migliori», che sono stati assassinati dai criminali fascisti e nazisti, che tentano di «scagliare il fango» sulla loro memoria. È firmato da un Comitato unitario di lavoratori, nel quale non emergono sigle politiche e distinzioni di parti. Al Comitato operai e impiegati «Marelli» non importava, a pochi giorni dall’eccidio, che Fogagnolo fosse azionista e Casiraghi comunista, che il primo fosse un dirigente e il secondo un operaio, perché la via da loro indicata era una sola, quella della Liberazione dal fascismo e dagli occupanti tedeschi, e di affermare, contro tutti e tutto, i diritti dei lavoratori.
Agli uomini e alle donne in lotta alla Ercole Marelli, ma anche alla Breda, alla Falck, alla Pirelli, e in tutte le altre istituzioni nelle quali avevano operato i Quindici Martiri, erano ben chiare le ragioni per le quali questi quindici uomini erano stati uccisi.
Questi uomini avevano guidato la Resistenza nelle fabbriche e nella società, erano in contatto con i partigiani sulle montagne, indirizzavano la propaganda e controllavano i finanziamenti, sicuramente, almeno nel caso di Vittorio Gasparini, avevano tenuto costanti rapporti con gli Alleati, che il 6 giugno erano sbarcati in Normandia.
Erano stati un punto fondamentale di riferimento per tutti coloro che in quei mesi, soprattutto a partire dal marzo 1944, si sentivano in lotta permanente contro i fascisti, che avevano tradito Milano nella sua dignità di città libera e indipendente.
La storia è questa, indiscutibilmente questa: da una parte latrocini, violenze, corruzione, assassini, commessi da uomini e donne privi di scrupoli, dall’altra chi con tenacia, determinazione e coraggio cercava di resistere e di opporsi allo scempio dell’Italia.
Uccidere questi uomini in modo così brutale, esporre i loro corpi per un’intera giornata sul piazzale, per nazisti e fascisti, ormai sempre più consapevoli dell’imminente disfatta, avrebbe voluto significare un ammonimento per tutti coloro che li avevano seguiti e che alla loro guida si erano affidati.
Fu un ammonimento tanto disperato, quanto vano. Sappiamo che la Resistenza ingrossò le sue fila e si fece più forte, più determinata. C’era in gioco in quei giorni il futuro di Milano, ma anche dell’Italia e dell’Europa.
Se siamo qui a ricordare i Quindici Martiri, se abbiamo eretto loro il monumento, che è qui alle mie spalle dal 10 agosto 1961, quando era sindaco di Milano Gino Cassinis e assessore ai lavori pubblici Aldo Aniasi, due grandi antifascisti, ma preceduto da una stele già posta sul luogo dell’eccidio nell’agosto 1945, quando reggeva Milano Antonio Greppi, il sindaco della Liberazione, è perché la nostra città e la Repubblica italiana li hanno considerati e li devono considerare un punto di riferimento, un modello, un baluardo della libertà e dei diritti civili.
Ma l’operazione di «scagliare il fango» sulla loro memoria, come è scritto nel volantino, è incominciata subito con quel cartello posto in mezzo ai loro corpi, che li indicava come «individui […] colpevoli di assassinio, rapina e sabotaggio» e rivendicava il loro massacro come un atto di legittima rappresaglia contro episodi violenti avvenuti nella zona nei due giorni precedenti.
La dichiarazione fu ripresa dai manifesti distribuiti dai comandi fascisti e nazisti in quei giorni e anche dal collaborazionista «Corriere della sera», che titolò
«Delittuose azioni di sicari esemplarmente punite». Anche per quel titolo Ermanno Amicucci allora direttore del quotidiano fu condannato per collaborazionismo dopo la Liberazione, il 30 maggio 1945 dalla Corte d’assise straordinaria di Milano.
Il lavoro di disinformazione proseguì anche nel dopoguerra, inizialmente negli ambienti nostalgici del fascismo. Ma poi sempre più anche altrove. Questa modalità di narrazione, subdola, talvolta ipocrita, certamente fu fuorviante per un popolo che in gran parte non era in grado di capire, e dura sorprendentemente ancora oggi, quando ormai incombe nuovamente sull’Europa la minaccia del populismo neofascista.
L’accelerata avvenne intorno alla prima metà degli anni Novanta. Leggo in un articolo sul quotidiano «Il Giornale» del 1° settembre 1996 dal titolo
«Rappresaglia ecco come si comincia», che seguita nell’occhiello
«A mezzo secolo dal primo eccidio di piazzale Loreto che innescò la spirale delle vendette, un’indagine sulle cause di questi tragici fenomeni».
A parte l’indagine che al tempo non ci fu, l’articolo parla di tre episodi, le bombe in viale Abruzzi, l’eccidio del dieci agosto 1944 e l’esposizione dei corpi dei fascisti il 29 aprile 1945 come di tre episodi equivalenti, legati da nessi stringenti di una banalizzata causalità storica, come si trattasse di una «spirale» di vendette. Per rendere il discorso più persuasivo anche le vittime di viale Abruzzi erano diventate quindici (solo col mio libro nel 2020 le ho riportate a dieci), erano quindici, come i morti del 10 agosto (poi qualcuno disse anche che furono quindici i fucilati di Dongo); il prefetto fascista Piero Parini diventava una brava persona, che addirittura si sarebbe dimesso prima dell’eccidio del 1944 e non dopo come di fatto fu; per non parlare della favola dell’anziano maresciallo nazista che donava latte fresco o frutta e verdura, secondo le versioni, ai bambini da un camioncino posto in viale Abruzzi e via dicendo. Erano tutti buoni, e tutti vittime, allo stesso modo: fascisti e nazisti, gente comune e combattenti per la libertà.
Non è così che si studia e si scrive la storia.
Ma quello che a me ancora più sorprende è l’interpretazione della vita di Milano in quei giorni. Si legge: «Milano non aveva alcuna voglia di insorgere, e non aveva neppure i mezzi per farlo. Inoltre, la psicologia di tutti noi che vivemmo nelle città quei tragici mesi era sideralmente distante da quel che immaginano i giovani storici di oggi. La vita valeva davvero un soldo bucato, la nostra e quella degli altri, persino quella dei propri genitori o dei propri figli. I destini singoli si erano scissi, in una specialissima e ottusa indifferenza. I morti erano dimenticati alla svelta, nulla faceva più davvero impressione, perché contava soltanto il sopravvivere».
Sono parole di desolazione e di indifferenza, che il volantino che ho letto all’inizio smentisce senza alcun equivoco. Non solo Milano aveva voglia di insorgere, e di risorgere, per riprendere un bellissimo verbo di Antonio Greppi, ma il popolo antifascista c’era, era in fermento, e con sempre maggiore determinazione.
Sono parole di desolazione e di indifferenza, che il volantino che ho letto all’inizio smentisce senza alcun equivoco. Non solo Milano aveva voglia di insorgere, e di risorgere, per riprendere un bellissimo verbo di Antonio Greppi, ma il popolo antifascista c’era, era in fermento, e con sempre maggiore determinazione.
Si fa presto a confondere la storia. Si mistifica la storia, perché evidentemente le ragioni dei Quindici Martiri ancora disturbano interessi politici e privati, che non riescono a condannare il fascismo, cosa che oggi dovrebbe sembrare ovvia a ogni persona pensante e di buon senso. Si è tornati così a parlare di vincitori e di vinti, come se ci fosse stato uno scontro tra due opposte visioni politiche, ugualmente legittime e, in modo implicito, ugualmente superate. No, non sono superate, perché il verminaio fascista si rigenera continuamente in nuove forme e la visione dei Quindici Martiri ancora ci guida. Dopo la loro tragica morte, la Resistenza ha vinto, ovvero ha vinto la democrazia, ha vinto l’Italia, e ha perso soltanto la deriva autocratica e corrotta del potere, che non è un’idea plausibile, una visione accettabile della gestione della cosa pubblica. Non fu una questione di destra e di sinistra, come qualche malevolo incantatore populista cerca oggi di spiegare, ignorando anche la coerenza storica di questi due termini. Fu la vittoria del diritto contro il sopruso, della cultura della pace e della tolleranza contro la violenza e contro la mitizzazione della guerra. Ed è per questo che non posso fare altro che dichiararmi antifascista, ed è per questo che sono qui, a ottantadue anni, da quel tragico giorno.
Nella foto dell'amico Giovanni Tagliavini, che ringraziamo, l'autore del testo durante la lettura alla commemorazione serale del 10 agosto.
