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  • Milano ha un Piano del Verde. E il Forlanini può sperare (con giudizio)

    Cosa cambia per il Forlanini con il nuovo Piano del Verde di Milano: una visione che ne sposa il sogno, ma senza vincoli né una regìa chiara. ()
    pianoverde

    Nell'articolo precedente avevamo lasciato il Grande Parco Forlanini alle prese con i suoi soliti guai: una governance che non arriva, un territorio che fa gola a chi vorrebbe rosicchiarne i bordi, un Pratone che si allaga e una passerella sul Lambro attesa come una piccola festa. Ora sul tavolo c'è un documento nuovo che merita attenzione, perché parla — quasi parola per parola — la stessa lingua di chi il Forlanini lo sogna da anni: il Piano del Verde e del Paesaggio del Comune di Milano, approvato in Giunta il 9 luglio 2026.

    Vale la pena capire cosa dice e, soprattutto, cosa cambia — o potrebbe cambiare — per il nostro parco.

    La visione: una "cintura verde" che assomiglia molto al Grande Parco Forlanini

    Il cuore del Piano è una parola che i comitati dell'Est milanese ripetono da oltre dieci anni: connessione. L'obiettivo dichiarato è costruire, poco alla volta, un sistema verde e blu "integrato, continuo e multifunzionale", capace di cucire insieme il verde cittadino con i parchi periurbani, le aree agricole e la rete delle acque. Il Piano individua nel rafforzamento di una cintura verde attorno alla città uno dei suoi elementi portanti, e pur muovendosi alla scala comunale tiene lo sguardo fisso sul territorio metropolitano.

    Tradotto: la "spina dorsale" verde dal centro all'Idroscalo, che l'Associazione Grande Parco Forlanini disegna da sempre, oggi trova un riscontro ufficiale nella pianificazione del Comune. Con un'avvertenza onesta: la sintesi non nomina esplicitamente il Forlanini (cita il Parco Agricolo Sud Milano, i parchi periurbani, il Lambro), ma la sua logica calza sul GPF come un guanto. Sta anche a chi il parco lo presidia farsi riconoscere dentro quella cornice.

    Il territorio "formaggio": il suolo diventa una priorità

    Sull'erosione continua delle aree — i famosi topolini che rosicchiano — il Piano dice cose importanti. Mette la tutela del suolo libero tra i suoi obiettivi centrali, riconoscendolo come risorsa non rinnovabile, e prevede un'azione dedicata a salvaguardare le aree agricole e periurbane, oltre a rafforzare ed estendere le aree protette.

    Qui però arriva il grande "ma". Il Piano è, per sua stessa definizione, uno strumento strategico volontario, non prescrittivo e non normativo (nasce dalla Legge 10/2013). Serve a orientare, indirizzare, dare una visione di lungo periodo: non a mettere un cancello attorno al parco. È una bussola, non un recinto. Per fermare gli "appetiti" servono ancora i vincoli urbanistici veri, che stanno altrove (nel PGT). Il Piano può spingerli nella direzione giusta, ma da solo non li sostituisce.

    Il Pratone che si allaga: benvenuti nella "città spugna"

    Se c'è un tema su cui il Piano sembra scritto apposta per il Pratone, è quello della gestione delle acque. Il documento dedica un intero filone alla "città spugna": suoli che tornano permeabili, soluzioni basate sulla natura, drenaggio urbano sostenibile, depavimentazione, riduzione del rischio idraulico. C'è persino un'azione intitolata "restituire spazio all'acqua" e l'obiettivo esplicito di aumentare la capacità del territorio di trattenere e infiltrare le piogge.

    Gli allagamenti che rendono impraticabile la parte centrale del Pratone non sono quindi un dettaglio locale: sono esattamente il tipo di problema che il Piano vuole affrontare. La revisione del progetto ottenuta dall'Assessora Grandi si inserisce, almeno sulla carta, in una strategia più ampia.

    Passerella, ciclabili e sottopassi: ricucire i pezzi

    L'apertura della passerella sul Lambro, prevista per settembre, e le ciclabili in arrivo (verso via Cucchi, sfruttando il Cavalcavia Buccari, con l'ipotesi di riaprire il sottopasso verso via Cavriana) trovano anch'esse un aggancio preciso. Tra le azioni del Piano ci sono infatti la deframmentazione delle connessioni ecologiche, la costruzione di itinerari ciclabili e pedonali che colleghino le aree verdi e la mitigazione degli impatti delle grandi infrastrutture — ferrovie, tangenziali, cavalcavia — che oggi tagliano il parco in tanti tronconi. Ogni ponte, ogni sottopasso riaperto, ogni pista che scavalca una barriera è, nel linguaggio del Piano, un pezzo di rete che si richiude.

    Il campo base M4 e l'idea di Cascinet

    Anche la vicenda del campo base della M4 in via Cavriana ha un posto in questa mappa. Il Piano prevede di rigenerare le aree pubbliche degradate, residuali o soggette a usi impropri e guarda con interesse alle aree infrastrutturali in trasformazione come occasione per ampliare il verde. La proposta di Cascinet — trasformare quei campi in scuola e laboratorio di agricoltura — parla la stessa lingua dei capitoli su partecipazione, agricoltura urbana e gestione condivisa (patti di collaborazione, orti, cascine comunali), che il Piano indica come risorse strategiche.

    La governance: la nota dolente resta

    E qui torniamo al nodo di sempre. Il Piano dedica un capitolo alla governance e la immagina collaborativa: un tavolo con Enti Parco, Città Metropolitana, Regione, Municipi, il gestore del verde MM S.p.A., università, associazioni, Terzo Settore e cittadini. Il ruolo di realtà come l'Associazione Grande Parco Forlanini e Cascinet ne esce, finalmente, riconosciuto e messo nero su bianco.

    Quello che il Piano non fa è creare un ente unico che gestisca il Grande Parco Forlanini. La regìa resta distribuita tra molti soggetti — che è, appunto, la fragilità denunciata da anni. La visione condivisa aiuta, ma non equivale a una cabina di regia con nome, cognome e budget.

    In sintesi

    Il Piano del Verde regala al Forlanini una cosa che gli è sempre mancata: un riconoscimento ufficiale della sua idea di fondo dentro un quadro cittadino coerente. Suolo, acqua, connessioni, partecipazione, sguardo metropolitano: i temi ci sono tutti, e molti sembrano ritagliati sulle sue ferite. Ma è un piano-bussola, non un piano-recinto: strategico e volontario, indica la rotta senza obbligare nessuno a seguirla.

    La vera prova arriverà dopo: quando si tratterà di trasformare la visione in vincoli, in una governance con un responsabile chiaro e in risorse vere. Nel frattempo, a settembre, sulla passerella nuova, il Forlanini avrà comunque un motivo per guardarsi da un'altra prospettiva. E, per una volta, di prospettive incoraggianti ce n'è più d'una.



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