Riforma della Sanità. Che cosa cambia?

Presentato solo in questi giorni alle Regioni, uno schema di decreto legge per dar corso agli impegni presi con l’Europa con il PNRR. Finora poco o nulla ci si è occupati della qualità degli investimenti in Case di Comunità, ospedali o medicina territoriale, ma ora le scadenze incombono. ()
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Il 23 aprile il Ministro della Salute Schillaci ha presentato alle Regioni uno “schema di decreto legge con disposizioni urgenti per il riordino dell’assistenza primaria territoriale e della medicina generale, al fine di garantire la piena operatività delle Case di Comunità.” A questa ha fatto seguito il 28 aprile, una bozza più articolata sulla quale proseguire il confronto con Regioni, enti territoriali, sindacati, associazioni dei pazienti e società civile.

La prima domanda a cui rispondere è perché ora?
Il PNRR è stato presentato il 30 aprile 2021 e approvato dal Consiglio della Comunità Europea il 13 luglio del medesimo anno, potente incentivo a un rilancio dell’economia finita in ginocchio durante la pandemia da COVID.
Una prima versione fu approvata dal governo Conte nel gennaio 2021 e la presentazione ufficiale fu fatta dal governo Draghi. Conteneva già tutti gli obiettivi dei quali ci si dà pena oggi. Il finanziamento (15,63 miliardi di euro per quanto riguarda la missione 6, quella della salute) è stato suddiviso in diversi scaglioni e fino ad oggi l’unica preoccupazione dei nostri governanti è stata dimostrare che i soldi mano a mano ricevuti venivano spesi e che saremmo stati in grado dunque di spendere anche gli altri in arrivo.
Poco o nulla ci si è occupati della qualità degli investimenti e di come dovessero rientrare all’interno di un progetto complessivo di riordino dei servizi sanitari, soprattutto di quelli territoriali, che erano stati il primo anello debole nella gestione della pandemia.

Arrivano i controlli?
Le principali scadenze europee si concentrano nel 2026, con il termine ultimo del 30 giugno 2026 per la piena operatività delle Case (1350 previste) e degli Ospedali (400 previsti) di Comunità e l'ammodernamento tecnologico. Entro fine 2026 è sono previsti il completamento della digitalizzazione (Fascicolo Sanitario Elettronico) e la formazione del personale.
Ecco che qui si spiegano anche il carattere d’urgenza del provvedimento e l’accelerazione voluta dal Ministro, altrimenti francamenti incomprensibili.

Cosa prevede la riforma
Tutta la riforma si concentra in pratica sulla medicina generale e sul rapporto di lavoro che i medici dovranno intrattenere col Servizio Sanitario, con la duplice possibilità di diventarne dipendenti oppure di continuare con un rapporto libero professionale come ora ma con alcuni vincoli in più e una strutturazione differente dello stipendio più legata a risultati di progetto.
Uno dei passaggi più rilevanti della bozza è il cambio di paradigma. Il testo supera infatti l’idea che l’evoluzione della medicina generale possa passare esclusivamente attraverso l’accordo collettivo nazionale e introduce una disciplina nazionale di cornice. Il focus si sposta così da un modello centrato prevalentemente sul rapporto individuale a uno che valorizza anche la funzione territoriale organizzata del medico. Questo nelle intenzioni.

Nello schema di riordino, che è veramente uno schema fatto di tavole, ora trasformato in un testo più articolato, l’attuale convenzione dei medici resta il canale ordinario, ma viene riformata con nuovi obblighi organizzativi, viene prevista la dipendenza, su base volontaria, per le funzioni territoriali più strutturate e viene rafforzato il ruolo delle Regioni nella programmazione.
La bozza insiste anche su digitalizzazione e supporto organizzativo. Tra gli elementi indicati figurano interoperabilità dei sistemi, digitalizzazione dei flussi, telemedicina, telemonitoraggio, supporto amministrativo e infermieristico e riduzione del carico burocratico ripetitivo.

La prima bozza ha sollevato cori di protesta pressoché unanime dai sindacati di categoria. Il più tenero, lo SNAMI, in sostanza dice si può fare ma non ora e non così.
Prende posizione pesantemente l’ENPAM la cassa previdenziale dei medici sostenendo che un passaggio alla dipendenza svuoterebbe le casse dell’ente, essendo fondamentalmente sostenute dai versamenti dei medici attualmente convenzionati.

Personalmente credo che nel 2026 enti previdenziali diversi dall’INPS non abbiano ragione di esistere se non per fini clientelari. Per inciso l’ENPAM, che a fine 2024 contava su un patrimonio netto del valore di quasi 28 miliardi di euro, in buona parte investiti in borsa, ha contribuito attivamente all’operazione di acquisizione di Mediobanca (del cui capitale era salita a detenere quasi il 2 %) da parte del Monte dei Paschi di Siena. E di conseguenza si capiscono anche le ritrosie, diciamo così, di alcuni sindacati che siedono nei consigli di EMPAM e della FNOMCEO (federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri).

Questa attenzione alla medicina generale se da un lato la rimette al centro del progetto delle cure territoriali dall’altro è come se le scaricasse addosso le responsabilità di quanto fino ad oggi non ha funzionato.

Ma per i cittadini, cambia qualcosa?
Chi scrive, MMG fino a un paio di anni fa, a favore della dipendenza, da sempre sostiene che non è il contratto di lavoro dei medici a fare la differenza. E’ una questione di organizzazione del lavoro e, in regione Lombardia, ma non solo, c’è la precisa volontà politica di non far funzionare il sistema pubblico. Lo si fa attraverso una gestione dilettantistica delle piattaforme informatiche, con un carico burocratico fine a se stesso, con un progressivo aumento delle incombenze (vedi da ultimo il compito di redigere e spedire le certificazioni per invalidità caricate di responsabilità legali).

Che cosa potrebbe servire?
Una riflessione comune sul significato di cura che non è solo un insieme di prestazioni ma una reale presa in carico che parta dai bisogni. Suggerisco, per non farla lunga, due letture, non necessariamente per soli addetti ai lavori (che dovrebbero comunque rifletterne): Severino Cesari: “Con molta cura” Einaudi e Umberto Curi: “Le parole della cura” Raffaello Cortina editore.

Servirebbe una piattaforma informatica funzionante, unica per tutte le prescrizioni, in grado di interagire col sistema (perché i referti dei MMG non è previsto che possano andare sul fascicolo sanitario? Perché i sistemi di INPS e ATS non dialogano? ecc.)

Servirebbe formare degli operatori nelle Case di comunità in grado di fare accoglienza ai cittadini rilevandone i bisogni e indirizzandoli nei percorsi e poi in grado di gestire al posto dei medici la parte
burocratica e amministrativa. In Portogallo questa mansione la svolgono educatori formati appositamente. Costano sicuramente meno dei medici e sarebbe un modo per ridare a questi ultimi una dignità e un piacere di lavorare che in queste condizioni è difficile mantenere.
E poi partiamo da quello che già c’è e che funziona, per esempio gli infermieri di comunità.

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Re: Riforma della Sanità. Che cosa cambia?
03/05/2026 augusta Foni
Ringrazio molto per questo articolo, è molto chiaro e dà delle informazioni di contenuto e di contesto che un cittadino fa fatica a mettere insieme su un tema che riguarda così da vicino tutti noi, Grazie ancora


 
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