L'anulare

Il romanzo breve della scrittrice Ogawa Yoko è la proposta di lettura per il mese di maggio nel ciclo “Libri di autrici da scoprire”. ()
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Ogawa Yoko è una delle più importanti scrittrici contemporanee giapponesi. Vincitrice di tutti i principali premi letterari del suo paese è autrice di vari romanzi e racconti, molti dei quali tradotti e pubblicati anche da noi. L'opera della Ogawa è ascritta al cosiddetto “romanticismo nero”, laddove il romanticismo, nei suoi libri, viene esplorato in una chiave cupa e oscura essendo in realtà la Ogawa protesa ad indagare e ad affrontare gli aspetti più nascosti della natura umana. E in relazione a ciò “L'anulare” è sicuramente un “esemplare” - per usare un termine che, come vedremo, sarà un termine chiave di questo breve romanzo - significativo e rappresentativo dell'opera della Ogawa. “L'anulare” è del 1994. Da noi fu edito da Adelphi nel 2007 ed è stato riproposto, all'interno di una collana dedicata alla letteratura giapponese dal titolo “La grande letteratura giapponese”, dal “Corriere della Sera” nel 2021.
“L'anulare” è un romanzo ermetico ed enigmatico che può lasciare interdetti e spaesati. La indubbia bellezza della prosa, la sua pacatezza e leggerezza, il suo trasmettere un senso di sottile suspence, il suo modo di avvolgere le cose e i personaggi genera, nella percezione del lettore, il formarsi di un invisibile velo che crea quell' inquietante e perturbante atmosfera che impregna tutto il romanzo. Già dalla descrizione del luogo dell'azione veniamo portati dentro questa atmosfera, venendo messi al cospetto di un edificio solitario e isolato che dà l'impressione di essere in stato di abbandono. Così infatti lo descrive l'anonima protagonista, voce narrante, de “L'anulare” la quale, capitata lì per caso scoprirà, poco dopo, che quell'edificio non solo non è abbandonato ma vi ha sede un laboratorio la cui esistenza le si rivelerà in modo inatteso. Di esso, infatti, dall' esterno non vi era alcuna evidenza. L'anonimato di quel luogo era però attenuato dalla presenza di un cartello, affisso all'entrata, su cui era riportato: “Cercasi assistente per la creazione di esemplari. Nessun requisito richiesto. Prego suonare qui.” Ciò attirò in modo particolare l'attenzione della protagonista, giunta in quella anonima città, dove si svolge il romanzo, da poco e nella quale si trovava a girovagare proprio alla ricerca di un lavoro.
Prima di allora ella aveva vissuto e lavorato in un villaggio di campagna dal quale si era appunto trasferita e ciò dopo un incidente sul lavoro occorsole nella fabbrica di bibite in cui era occupata. Un giorno era infatti accaduto che un dito le era rimasto schiacciato lungo il nastro trasportatore delle bibite, mutilandole l'estremità di un anulare. Pur non avendo provato dolore e pur non avendole procurato quell'incidente una ferita grave quella mutilazione le lasciò un senso di perdita e di menomazione irreversibile al punto da indurla a lasciare il lavoro e il luogo dove aveva sin lì vissuto. A fronte quindi di un'apparente innocuità di quell'evento le sue conseguenze “psicologiche” erano state importanti e avevano indotto una vera e propria “fuga” da quell'evento.
Quando ci vengono raccontati tutti questi fatti è già trascorso un anno da quando la giovane protagonista ha fatto il suo ingresso in quel laboratorio e di esso ne è diventata ormai parte integrante. Quel giorno in cui suonò quel campanello non solo, infatti, ebbe inizio per lei quella sua nuova vita lavorativa ma ebbe inizio una fase radicalmente nuova della sua vita in generale. E, a determinare quella sua nuova vita, sarà il signor Deshimaru colui che di quel laboratorio e di ciò che al suo interno vi si svolgeva era l'unico e assoluto artefice. In quel laboratorio egli trasformava, rinchiudendolo o immergendolo all'interno di provette, qualsiasi oggetto in un “esemplare”, custodendolo e conservandolo all'interno dell'edificio. Chiunque possedeva qualcosa che rappresentasse un ricordo da cui ci si voleva separare, ma senza distruggerlo, laddove il tenerlo con sé era troppo doloroso e il suo possessore non sapeva come e dove conservarlo, Deshimaru manteneva “vivo” il ricordo incorporato nell'oggetto facendone un “esemplare”. Opportunamente catalogati e classificati gli oggetti trasformati in “esemplari” venivano riposti all'interno di quel “numero imprecisato di stanze tutte delle stesse dimensioni” che componevano l'edificio le quali venivano progressivamente occupate dagli “esemplari”.

Ai possessori degli oggetti era consentito, in qualsiasi momento, di “venire a trovare” gli “esemplari” ma ciò non avveniva quasi mai prevalendo, nella maggior parte dei casi, il bisogno di tenere distante da sé il ricordo che l'oggetto tramutato in esemplare rappresentava determinandosi, di fatto, una scissione, a suo modo liberatoria, dalle emozioni negative suscitate ed evocate dall'oggetto. Gli “esemplari” che dovevano assicurare “il mantenimento in vita” del ricordo finivano quindi per avere una vita per così dire “tombale”, restando nascosti e separati dal mondo, “rinchiusi” nelle stanze di quell' edificio.
Già all'inizio di quel loro rapporto di lavoro Deshimaru aveva trasmesso alla protagonista una sorta di doppiezza laddove alle buone maniere e alla inappuntabilità si univa in lui un che di inafferrabile. Sta di fatto che ella si troverà progressivamente risucchiata da quell'ambiente finendo come inghiottita dall'atmosfera sepolcrale del laboratorio e, soprattutto, venendo catturata dalla fascinazione che eserciterà su di lei Deshimaru. Finché, in modo deciso e perentorio, egli inizierà ad agire su di lei un'influenza prevaricante e seduttiva, volta ad impossessarsi non solo del suo corpo ma, soprattutto, della sua volontà. Ma non sarà un “catturamento” doloroso e violento anzi si rivelerà attraente ed ipnotico e la protagonista lo asseconderà attratta e calamitata da Deshimaru.
Esso si declinerà in quegli incontri serali nella vasca dei vecchi bagni presenti nell'edificio, in quell'amore consumato in modo glaciale e geometrico con Deshimaru che avvolge e chiude tra le sue braccia, come in una invisibile ragnatela, la sua partner al punto da avvertire, essa stessa, la sensazione di essere diventata una sua appendice, uno dei suoi esemplari. Siamo dentro un mondo che richiama quel “romanticismo nero” di cui si diceva all'inizio contrassegnato da dimensioni costrittive, da pulsioni alla sottomissione, dal fascino del male. Ma qui questi elementi non si esauriscono in se stessi, non sono il punto di arrivo della narrazione ma sono parte di una dinamica più ampia costituendosi tra i due protagonisti un doppio legame.
La relazione instaurata da Deshimaru costituirà infatti per la protagonista l'inizio di una discesa nei suoi desideri, nel suo rimosso, nel suo non detto, una discesa nel fondo della sua psiche. Nel loro primo incontro “amoroso” Deshimaru le aveva chiesto: “C'è qualcosa di cui desidereresti un esemplare?”. E, alla sua difficoltà ad indicare qualcosa egli le replicherà: “Qual è il ricordo più penoso che ti viene in mente?Pensaci bene. Trovami il tuo ricordo più doloroso, sgradevole, spaventoso.” E questo “compito” datole da Deshimaru aveva “lavorato” dentro di lei. Quell'estremità del suo anulare che aveva visto staccarsi e disperdersi aveva creato nella sua coscienza una ferita illusoriamente risolta con quella sua “fuga” da quell'evento ma, in realtà, rimasta irrisolta in quanto privazione di una parte di sé, con il dolore che quella privazione le aveva lasciato. Deshimaru finirà così per apparirle una figura a cui affidarsi, divenutale “necessaria” per affrontare ciò che quel ricordo negativo continuava a rappresentare per lei.”Non potrei affidarmi a te e diventare anch'io uno dei tuoi esemplari?, gli aveva chiesto un giorno e Deshimaru invece di risponderle le aveva prese l'anulare suscitandole “la sensazione che il dito si stesse a poco a poco separando dal resto del corpo”.
Non sapremo mai qual è il tipo di “sacrificio” a cui ella andrà incontro e il modo in cui esso si realizzerà nel misterioso sotterraneo del laboratorio in cui Deshimaru preparava i suoi esemplari. Ma quando ella, con in mano l'etichetta per “il contenitore di vetro”, con su riportata l'indicazione del “tipo di esemplare: anulare”, si avvierà verso quella “porta del laboratorio al piano interrato” un pensiero che sarà una preghiera l'accompagnerà: “Pregai che il dito apparisse ancora più bello e vivido riflesso attraverso il vetro della provetta”.

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